Giorgia D’Errico, Direttrice delle Relazioni Istituzionali di Save the Children Italia, spiega come attraverso un lavoro di advocacy strutturato, il non profit entra oggi nel dibattito pubblico.
Sempre più spesso, il Terzo Settore riconosce l’importanza di organizzare in modo strutturato e strategico la propria azione di lobby, con l’obiettivo non di rappresentare interessi economici, ma di farsi portavoce di chi rischia di restare ai margini del dibattito pubblico.
In questo scenario, Save the Children rappresenta un esempio significativo: un’organizzazione che ha saputo coniugare advocacy, dialogo istituzionale e innovazione per portare i diritti dell’infanzia al centro dell’agenda pubblica.
Ne abbiamo parlato con Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children Italia.
Lobby e Terzo Settore: quale relazione? E come si muove Save the Children?
Da tempo ormai il Terzo Settore avverte con sempre maggiore consapevolezza la necessità di sistematizzare in modo strategico le proprie azioni di lobby.
Questa presa di coscienza della forza e del capitale umano, che rappresentano una specificità imprescindibile delle organizzazioni no profit, è il risultato di un lungo percorso, più orientato alla costruzione di una conoscenza profonda e condivisa che a un semplice posizionamento. Questo anche perché, purtroppo, il legislatore non riconosce sempre appieno e con la dovuta attenzione tutte le potenzialità di questo settore.
Noi, infatti, non promuoviamo un prodotto né un processo economico o finanziario: il nostro impegno è volto esclusivamente a migliorare le condizioni di vita delle persone, offrendo un sostegno concreto allo Stato – senza alcuna intenzione di sostituirlo, naturalmente – e ponendo alla base di ogni nostra azione i diritti fondamentali e le tutele necessarie per la crescita e lo sviluppo di ogni individuo.
Tutti noi che operiamo nelle organizzazioni no profit siamo mossi e ispirati da un forte desiderio: quello di garantire a tutti, e in particolare ai più fragili, il diritto alla cura, all’educazione, alla casa, alla salute, all’inclusione sociale, al nutrimento, a crescere in un ambiente sano e stimolante – e potremmo continuare a lungo con questo elenco di diritti imprescindibili.
A questo proposito, vorrei sottolineare che, per chi come me si occupa di relazioni istituzionali e advocacy su un tema tanto meraviglioso quanto complesso, come i diritti dei bambini e delle bambine, le cose possono diventare più difficili e sfidanti.
Come sappiamo, infatti, i bambini non votano, non partecipano ai talk show – anzi, li tuteliamo proprio per proteggerli da certe esposizioni mediali – e per questo motivo non sempre riescono a essere al centro di una discussione programmatica, di lungo respiro e di visione. Guardare il mondo con i loro occhi e portare la loro bellezza e spontaneità nei luoghi delle istituzioni è tanto affascinante quanto impegnativo.
Affascinante perché rappresentarli richiede un profondo rispetto per ciò che pensano, desiderano e sognano. Sfidante perché tutto questo deve essere compreso e raccontato in modo efficace senza alcun pregiudizio o filtro.
Portare tra i decisori politici un linguaggio che parli di diritti, tutele, uguaglianza e opportunità — affinché tutti e tutte possano accedere a un’educazione stimolante, capace di far crescere bambini felici e adulti solidi — richiede necessariamente un dialogo istituzionale costante e mirato. È proprio per questo che anche noi ci impegniamo a rafforzare e intensificare questo dialogo.
Quali sono le principali istanze che portate alle istituzioni?
Save the Children fu fondata nel 1919 da Eglantyne Jebb, una donna dell’Inghilterra di allora che si prese profondamente a cuore la sorte dei figli dei “nemici” – bambini che stavano morendo di fame durante la guerra – trasformando questo dolore in una forte convinzione della necessità di tutelare i diritti dell’infanzia. Un messaggio che, a distanza di oltre un secolo, rimane straordinariamente attuale.
Fu lei, nel 1923, a scrivere la prima Carta dei Diritti del Bambino, un documento che sarebbe stato poi elaborato, ampliato e adottato dalle Nazioni Unite nel 1989, con una portata universale.
Save the Children Italia opera invece su tutto il territorio nazionale e pone al centro delle proprie azioni il contrasto alla povertà educativa e materiale, con l’ambizione di offrire a quanti più bambini e bambine possibile le stesse opportunità, sia nel nostro Paese che nel mondo.
Lavoriamo all’interno delle scuole, che per noi rappresentano un ambiente fondamentale anche nella costruzione di progettualità condivise con i docenti e con gli operatori scolastici.
A questo si aggiungono i nostri 27 Punti Luce, distribuiti in diverse città italiane, veri e propri “centri ad alta densità educativa”, nati per offrire ai bambini e ai ragazzi spazi protetti e ricchi di stimoli.
È proprio in questi luoghi che proviamo a concretizzare il pensiero e la visione di Eglantyne Jebb: dare a ogni bambino e a ogni bambina le stesse opportunità, indipendentemente dal contesto di provenienza.
I ragazzi e le ragazze che frequentano i Punti Luce possono scegliere liberamente le attività in base alle proprie aspirazioni, ai propri desideri e talenti.
Dallo sport alle attività artistiche, ognuno ha l’occasione di esprimere sé stesso e Save the Children – attraverso il lavoro prezioso dei partner che operano sul campo – cerca semplicemente di accompagnarli e sostenerli in questo percorso verso i loro sogni e le loro ambizioni.
Ci occupiamo anche della prima accoglienza dei minori non accompagnati che arrivano ai confini del nostro Paese, spesso dopo viaggi lunghi, estenuanti e drammatici.
Il lavoro dei colleghi che operano in frontiera è di una profondità umana straordinaria. Accogliere chi arriva da lontano, dopo esperienze traumatiche che lasceranno segni indelebili per tutta la vita, richiede un impegno eccezionale.
Quando poi a dover essere accolti sono bambini, bambine o minori non accompagnati, tutto questo diventa ancora più complesso, delicato e necessario.
Qual è il ruolo della tecnologia nel vostro lavoro di advocacy e relazione?
Tutto questo, come potrete immaginare, richiede un’organizzazione del lavoro molto strutturata e una grande capacità di tessere relazioni in modo coordinato, ma soprattutto di mantenerle, curarle e aggiornarle costantemente nel tempo.
Come spesso ci diciamo nel team, “le relazioni e i contatti sono il caveau di Save the Children”. Quando a supporto di tutto questo possiamo contare sulla tecnologia, che fa soffiare il vento a nostro favore, il lavoro diventa molto più semplice e fluido.
L’innovazione è da tempo un tratto distintivo della direzione che io guido; per questo motivo, nell’ambito delle sue attività, abbiamo deciso di dotarci di KMIND, una piattaforma di knowledge management dedicata ai Public Affairs, ideata e fornita dalla società ADL Consulting.
Il confronto con ADL Consulting è stato per noi davvero illuminante, poiché ci ha introdotto al mondo del “digital lobbying” e ci ha permesso di adottare una sistematizzazione efficace dei nostri contatti, sviluppando così una cultura della digitalizzazione sempre più avanzata e data-driven.
Oltre a noi, tutta l’organizzazione è impegnata in una riflessione profonda sull’evoluzione dell’IT, sull’impiego dell’intelligenza artificiale nelle sue diverse applicazioni e su come queste tecnologie possano concretamente facilitare e potenziare il nostro lavoro. Anche per noi, ormai, si tratta di un passaggio inevitabile.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)
