Il Vertice Nato dell’Aja rafforza la coesione euro-atlantica e indica una diffusa consapevolezza delle crescenti responsabilità europee in tema di difesa e sicurezza.
Molti dicono che è stata la vittoria di Donald Trump. Lo ha scritto con parole alquanto infelici il Segretario generale della Nato, Mark Rutte. Lo ha rivendicato, con la consueta generosità di giudizio nei confronti di se stesso, il presidente degli Stati Uniti. E in coro si sono levate varie altre voci, anche da sponde diverse, chi per compiacersi, chi per dolersene, ma tutti con l’assegnazione esclusiva del successo al capo della Casa Bianca. Ora, spenti i riflettori sull’ultimo Vertice dell’Alleanza atlantica dell’Aja, il più breve della storia, e al contempo uno dei più decisivi, si può tentare una valutazione più oggettiva.
All’ordine del giorno c’era soprattutto l’aumento delle spese dei Paesi membri per la difesa e la sicurezza. La richiesta degli americani, da sempre “azionisti di maggioranza” della Nato, non è nata con l’amministrazione Trump, al contrario risale indietro negli anni alle precedenti presidenze degli Stati Uniti anche democratiche (Obama, Biden).
Si tratta di riequilibrare le responsabilità della difesa e della sicurezza euro-atlantica, prevedendo maggiori oneri per gli alleati europei. Già da anni, il baricentro degli interessi strategici degli Stati Uniti si sta spostando verso l’Asia, mentre si delinea sempre più nettamente la competizione planetaria con la Cina, la principale sfida per gli Usa sulla odierna scena internazionale così frammentata.
Trump ha soltanto riportato la questione della difesa e dei suoi costi sul tavolo degli europei con lo stile ruvido, sbrigativo, che gli è proprio, con un’evidente insofferenza per quanti a suo avviso preferiscono consumare sicurezza (offerta dagli Usa) anziché produrla.
Su tutto pesa da più di tre anni l’aggressione della Russia contro l’Ucraina, con le paure e le incognite che ha seminato, anche per il dichiarato disegno neo-imperiale di Vladimir Putin. Difesa e sicurezza restano punti cruciali dell’agenda euro-atlantica, nell’era della revisione delle frontiere con l’uso della forza.
Certo, le difficoltà e gli interrogativi degli europei sono comprensibili, tuttavia è diffusa la consapevolezza di dover fare di più per la sicurezza del Vecchio continente. C’è da innovare e potenziare non solo le difese convenzionali, bensì la sicurezza nei confronti di possibili interferenze e attacchi ibridi mirati contro strutture civili vitali per i nostri Paesi (sistemi informatici, reti di comunicazioni, hub energetici e di trasporto e altro).
Programmare congiuntamente per gli anni a venire, con le opportune flessibilità e possibilità di revisione, più che di Donald Trump è un successo dell’Alleanza, il cui Dna è quello della difesa e della deterrenza. La sua coesione è un fattore di stabilità e auspicabilmente la base di un nuovo ordine internazionale condiviso, che dissolva lo spettro dell’uso della forza. È nell’interesse degli Usa come degli alleati europei, entrambi più forti, insieme.
Michele Valensise, Ambasciatore e presidente dell’Istituto Affari Internazionali.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2025 (numero 6, anno 8)
