L’Europa intervenga sulle barriere interne e sappia autocorreggersi

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Non è con le battute sulla “modalità aereo” e su “Chi l’ha visto?” che l’Italia può affrontare il rischio di una guerra commerciale con gli Stati uniti. Colpisce perciò l’atteggiamento infantile, financo puerile, della minoranza che, da Schlein a Conte, si esercita con le battute, mentre in altri Paesi europei i partiti di governo e di opposizione si uniscono attorno ai leader in nome dell’interesse nazionale.

La situazione è critica. Dopo la lettera del presidente Donald Trump, indirizzata alla numero uno della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che annuncia i dazi al 30 percento dal primo agosto, il negoziato deve riprendere con una linfa nuova. E su presupposti nuovi.

Evidentemente la strategia portata avanti, fin qui, da von der Leyen con il suo commissario Sefcovic, l’uomo delle trattative per Bruxelles, non sta funzionando. L’Europa si muove “come un sol uomo”, sebbene gli interessi dei Paesi membri siano variegati: i dazi al 30 sono una mannaia per le economie manifatturiere, Germania e Italia in testa, e questo spiega i toni più morbidi e il tentativo di rilanciare il dialogo che accomunano tanto la premier italiana Giorgia Meloni quanto il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

La Germania ha più di settanta miliardi di surplus commerciale, l’Italia circa quaranta, la Francia di Emmanuel Macron – che invece fa la voce grossa e si dice pronto ad adottare robuste contromisure – è in deficit di sedici miliardi con gli Usa. Insomma, trovare un punto di equilibrio che faccia vincere l’interesse di tutti è difficile.

Bene ha fatto von der Leyen a sospendere ogni contromisura fino al primo agosto, lo scenario peggiore infatti è quello caratterizzato da dazi e controdazi, con un impatto ancora più devastante sul Pil dei Paesi coinvolti.

L’Ue dovrebbe puntare alla soluzione “inglese”, cioè al 10 percento che non è zero ma è un livello tutto sommato sostenibile. Come ha spiegato Confindustria, i dazi al 30 percento significherebbero, solo per l’Italia, una perdita di 35 miliardi di euro. Agroalimentare, acciaio, farmaceutica ne uscirebbero con le ossa rotte.

Il fatto è che, fino ad oggi, dai vertici europei abbiamo sentito soltanto dichiarazioni vaghe, anche un filo penose, del tipo che l’“Europa va rispettata”, che “siamo un mercato di 450 milioni di consumatori”, sai che paura. Il mondo è più vasto dell’Europa.

Non è ancora chiaro quale sia la contropartita che l’Europa è disposta a mettere in campo, o anche solo a minacciare, per fare pressione sull’amministrazione Usa. La pistola europea sembra scarica, assai scarica, dal momento che l’Europa non mostra la benché minima disponibilità a rivedere il groviglio di norme, vincoli e regolamenti che in questi anni ha eretto come un moloch a danno della competitività delle imprese. Il negoziato con Trump potrebbe essere l’occasione per eliminare i “dazi interni”, che l’Europa ha costruito nel corso del tempo, e che penalizzano la competitività non solo delle imprese americane ma anche di quelle europee. Si tratta di barriere non tariffarie che possono variare tra il 40 percento per i beni e oltre il 100 percento per i servizi.

Si pensi agli oneri fiscali e burocratici, alla complessità e alle difformità delle procedure normative nazionali, alla mole di certificazioni e autorizzazioni, agli standard ambientali, tra i più esigenti al mondo, ben oltre ogni interpretazione possibile del principio di precauzione.

Sulla base di una errata concezione turboambientalista, l’Europa ha eretto quel “Green deal”, tuttora in vigore, che la lega, mani e piedi, alla Cina, leader nel settore dei pannelli fotovoltaici e monopolista delle terre rare (di cui l’industria tech non può fare a meno).

Su La Stampa Franco Bernabé si chiede se possa avere qualche senso minacciare oggi il blocco dell’import di gas liquido dagli Usa quando si è già interrotto ogni approvvigionamento di gas dalla Russia. Né si può sottostimare un dato: molte imprese europee sono emigrate negli Usa ben prima dei dazi trumpiani, semplicemente perché quello americano è un ambiente più competitivo e market-friendly. L’Europa abbia l’umiltà di mettersi in discussione e di agire, una volta tanto, con il pragmatismo necessario, riconoscendo gli errori che sono stati commessi in tutti questi anni in cui ha vinto l’ideologia piuttosto che l’impegno reale a sostenere l’industria e il sistema produttivo europei.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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