Che il federalismo europeo sia una formula alquanto velleitaria, lo dimostra il patatrac verificatosi in Europa intorno al ventunesimo pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia, sanzioni ancora non approvate in assenza di un’intesa politica. Il via libera dovrà arrivare entro domani. I ventisette sono, come spesso accade, divisi tra molteplici questioni, e il pesce gioca un ruolo non secondario.
Germania e Portogallo, infatti, si sono opposti alla proposta di bloccare le importazioni di merluzzo, molto consumato in Portogallo, e del pollock d’Alaska congelato, che l’industria alimentare tedesca utilizza per produrre i fish stick (i bastoncini, insomma). Preso atto della resistenza di due Paesi non certo secondari, la messa al bando del pesce russo è stata depennata dal pacchetto di sanzioni.
Rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, si atterrerà su più miti sanzioni, per esempio difficilmente passerà il divieto d’ingresso per gli ex militari russi (pesa il veto di Paesi che sono anche gettonate destinazioni turistiche come l’Italia, Francia, Grecia e Spagna), così come il patriarca Kirill non sarà inserito nella black list a causa del veto della Bulgaria, la cui popolazione è a maggioranza ortodossa. Su quest’ultimo punto, secondo fonti informate, anche l’Italia aveva espresso una riserva, ispirata da ambienti vaticani. Il governo di Sofia però è certamente il più sensibile alle esigenze russe, e si è opposto anche all’inserimento nella lista dei sanzionati di Vagit Alekperov, presidente del colosso petrolifero Lukoil.
In questo caso la motivazione è legata al fatto che questo avrebbe compromesso il funzionamento della “Lukoil Neftochim”, unica raffineria bulgara che si trova nella città di Burgas, sulle rive del Mar Nero. C’è poi la Grecia che ha contestato la proposta della Commissione europea volta a vietare la rivendita alla Russia delle navi adibite al trasporto di gas naturale liquefatto, al pari di quanto succede con le petroliere. Anche su questo punto si annunciano modifiche sostanziali da qui a domani, ma intanto il punto che emerge è che anche sulle sanzioni alla Russia, argomento pilastro dell’Europa strenua sostenitrice di Kiev all’indomani dell’aggressione russa all’integrità territoriale dell’Ucraina, stenta persino a trovare una linea forte e coesa. Ciò accade perché i 27 sono Paesi profondamente diversi, con interessi strategici spesso contrastanti o competitivi, in ogni caso radicati in una storia incentrata sui governi nazionali e sulle loro prerogative. Si può a lungo disquisire se questo stato delle cose sia giusto o meno ma con la realtà dei fatti tocca fare i conti.
Del resto, le prerogative dei governi nazionali si fondano sui meccanismi democratici che li sorreggono: i cittadini francesi, portoghesi o bulgari votano presidenti e Parlamenti nazionali a cui spetta esprimere maggioranze, formare governi e governare rispondendo ai cittadini-elettori. L’accountability si realizza verso Parigi, Lisbona o Sofia, mentre a Bruxelles le istituzioni, con l’eccezione del solo Parlamento, non sono elettive.
Chi, come l’Italia di Giorgia Meloni, sostiene un’idea confederale dell’Europa (sul modello della “Europa delle patrie” di Charles de Gaulle), lo fa perché ritiene fondamentale prendere atto della realtà delle cose, scongiurando progetti di ingegneria istituzionale che produrrebbero più guai che altro. Se il federalismo è centralizzatore, il modello confederale invece promuove il principio di sussidiarietà: l’Unione europea dovrebbe occuparsi solo delle grandi sfide che le singole nazioni non possono gestire da sole. Inoltre, il modello confederale non punta alla standardizzazione ma alla difesa delle identità nazionali, con il loro patrimonio storico e culturale, da promuovere nella diversità, contro l’omologazione. Serve un’Europa, prigioniera della burocrazia, che litiga sul pesce d’importazione o sulla circonferenza di una mela? O serve piuttosto un’Europa forte e coesa quando c’è da investire in difesa, sicurezza, costellazioni satellitari, protezione dei dati, cybersicurezza, materiali critici, protezione delle supply chain su scala continentale? Per carità, “federalismo” può suonare come uno slogan bellissimo ma, come dimostrano gli ultimi decenni, è utile a riempire convegni poveri di idee, non a forgiare l’Europa di domani.
