Trump e Putin insieme a Ferragosto. In gioco non c’è solo il destino di Kiev

trump e putin

C’è un punto in cui la partita sui dazi si intreccia con quella ucraina. All’attesissimo summit di Ferragosto tra Donald Trump e Vladimir Putin il destino di Kiev sarà il tassello di un puzzle più ampio.

È improbabile che il presidente ucraino Zelensky, il cui mandato è scaduto da tempo, prenda parte all’incontro principale a tre. Nel confronto a due, tra Usa e Russia, si discuterà di come arrivare quanto prima a un cessate il fuoco, di quali condizioni siano accettabili per assicurare una pace giusta e duratura dopo l’aggressione russa di oltre tre anni fa, ma si parlerà anche del futuro assetto nei rapporti tra Usa e Brics.

Trump è il grande fautore della pace, i suoi sforzi per far cessare la guerra che, parole sue, con lui alla Casa bianca non sarebbe mai iniziata, sono sotto gli occhi di tutti, e davvero potrebbero valergli l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al quale, si dice, tenga moltissimo (del resto, dopo che nel 2009 fu assegnato a un incredulo Barack Obama a pochi mesi dal suo insediamento, è diventato un premio sulla fiducia e niente più).

Trump vuole la pace, costi quel che costi, ed è pronto a rilegittimare pienamente, sulla scena internazionale, il fin qui reietto Putin, al punto che il vertice di Ferragosto si terrà in Alaska, a sottolinearne il carattere bilaterale e l’accoglienza al presidente russo su territorio americano.

Sarà infatti il primo summit tra Washington e Mosca sul territorio americano in quindici anni, l’ultimo si tenne nel 2010 quando Dmitrij Medvedev visitò Obama nella capitale Usa. C’è la volontà di voltare pagina e di farlo sapere al mondo.

Come si diceva, si parlerà di Ucraina ma si parlerà anche dei nuovi rapporti tra Usa e Brics. Lo evidenzia, in una densa intervista oggi sul Corriere della sera, Dmitrij Suslov, vicedirettore del Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di economia di Mosca, uno dei consiglieri più ascoltati del Cremlino per la politica estera.

Secondo Suslov, il presidente Trump, dopo aver chiesto a Cina, India e Brasile di non importare più petrolio russo, minacciandoli di sanzioni secondarie, ha adesso bisogno di una via di uscita per non ritrovarsi risucchiato in un grave conflitto politico e commerciale con Pechino e con i Paesi centrali dei Brics.

In altre parole, Trump ha acceso una miccia che soltanto l’approvazione della tregua in Ucraina consentirebbe di spegnere, riportando su binari di mutua cooperazione i rapporti con Cina, India e Brasile.

A Trump importa a tal punto chiudere la guerra e non irritare oltre i suoi partner che, in caso di rifiuto da parte di Zelensky, sarebbe disposto a interrompere l’assistenza militare a Kiev e la vendita di armi agli europei, affinché le cedano all’Ucraina. Questo significherebbe il collasso totale per Kiev.

Secondo Suslov, a differenza di un anno fa, Mosca potrebbe accettare una tregua che comporti il completo ritiro degli ucraini non da tutte e quattro le province annesse ma dalla sola regione del Donbass. La precondizione però resta l’impegno dell’Ucraina a non aderire alla Nato né ora né mai.

Il Donbass è una regione strategica, Mosca e Kiev combattono per questo territorio da undici anni. Il Donetsk è russofono, culla dell’ortodossia fedele a Mosca, rappresenta il vero fianco Est della Nato. Con il suo bacino minerario, è la più grande riserva in Europa di manganese, titanio, uranio, grafite e caolino, minerali e terre rare alla base dell’industria dell’hi-tech e della green economy.

Minerali e ricerca comune, esplorazione e commercio sono in gioco anche nell’Artico, dove i ghiacciai si sciolgono, per lo sviluppo di nuovi rapporti di cooperazione.

Si comprende allora l’interesse americano a concludere un accordo stavolta, al di là del riluttante Zelensky e al di là degli europei, ridotti al ruolo di spettatori, privi di armi negoziali, semplicemente incapaci di incidere.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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