Il vertice di Ankara e le vere sfide per la Nato (da Pechino a Purl)

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Nella giornata in cui si apre il vertice Nato ad Ankara, diverse notizie si intrecciano. Non c’è soltanto l’attentato vicino all’hotel Four Seasons di Damasco dove soggiorna il presidente francese Emmanuel Macron in visita ufficiale all’omologo siriano Ahmed al-Sharaa (l’inquilino dell’Eliseo è sano e salvo, e prosegue la sua missione). Non c’è soltanto la sentenza in appello che spiana la strada alla candidatura, per la quarta volta, di Marine Le Pen per l’Eliseo il 18 aprile 2027 (la leader del Rassemblement National è stata condannata a tre anni, due condonati, uno con il braccialetto elettronico). Guardando ad Ankara, ci sono almeno due questioni di primaria grandezza che inevitabilmente incideranno sull’agenda del vertice dell’Alleanza atlantica. Un vertice preparato da settimane, con uno straordinario lavoro a livello di sherpa affinché il confronto tra i leader, con Donald Trump presente, si risolva in poche ore. 

La Cina ha annunciato di aver effettuato un lancio di prova di un missile non nucleare nell’Oceano Pacifico. In precedenza i Paesi della regione avevano segnalato di essere stati avvertiti di un imminente test di un missile balistico intercontinentale. “Un sottomarino a propulsione nucleare, dotato di missili balistici, ha lanciato con successo un missile strategico equipaggiato con una testata simulata in acque internazionali nell’Oceano Pacifico alle 12.01 del 6 luglio”, ha dichiarato un portavoce della Marina cinese in un comunicato pubblicato sulla piattaforma social WeChat.

Il lancio ha suscitato forti reazioni tra i Paesi della regione. Il Governo giapponese, in una nota, spiega di aver chiesto “con forza a Pechino di riconsiderare il test di un missile balistico in modo che non ponesse una minaccia alla sicurezza del Giappone passando attraverso il nostro spazio aereo”. Il test coincide con l’inizio delle esercitazioni navali annuali congiunte russo-cinesi al largo della costa di Qingdao, un importante porto militare e località balneare nella Cina orientale. “Questo lancio di prova fa parte delle esercitazioni militari annuali di routine della Cina”, ha dichiarato Pechino nel suo comunicato stampa, “i Paesi interessati sono stati preventivamente informati, in conformità con il diritto e con la prassi internazionali. Questo lancio non era diretto contro alcun Paese né obiettivo specifico”. Gli Stati uniti hanno espresso “profonda preoccupazione”: “in un momento in cui gli Stati uniti si impegnano più che mai per prevenire la proliferazione nucleare, la Cina sta facendo l’opposto. La rapida e opaca espansione dell’arsenale nucleare di Pechino è motivo di profonda preoccupazione per la regione e per il mondo”, ha scritto il Dipartimento di Stato americano in una nota.

Insomma, il lancio di prova di un missile da un sottomarino cinese nell’Oceano Pacifico rappresenta una escalation. Una prova di forza con un chiaro intento provocatorio, a conferma che, nonostante i conflitti in Ucraina e a Gaza occupino l’agenda dei Grandi del mondo, il vero avversario strategico degli Usa resta Pechino. Le mire espansionistiche nell’Indopacifico e la contesa relativa allo status di Taiwan restano una miccia potenzialmente esplosiva.

In questo quadro, si comprende che ad Ankara si parlerà (anche) di questo, sebbene adesso i media siano piuttosto interessati a scandagliare le manifestazioni di bullismo social del presidente americano Trump. Dopo l’ultima sortita web all’indirizzo della premier Giorgia Meloni, è sempre più evidente quale sia il vero bersaglio di Trump: gli alleati Nato che aiutano meno di quanto dovrebbero. Gli alleati Nato che non mantengono le promesse. Gli alleati Nato che concepiscono ancora gli Usa come il poliziotto del mondo incaricato di difendere l’Europa. Secondo il Wall Street Journal, la sortita sui social del presidente Trump contro il presidente del Consiglio italiano ha a che fare con il no del nostro Paese all’acquisto di armi americane. Sebbene l’orientamento su Purl, il programma americano volto ad assicurare gli aiuti militari all’Ucraina attraverso l’acquisto di armi americane da parte degli europei, fosse già maturato sul finire del 2025, tra fine maggio e inizio giugno Roma comunica all’alleato la scelta irrevocabile. Da qui la spiegazione fornita pubblicamente dal ministro della Difesa Guido Crosetto negli scorsi giorni: “Io non do i missili di difesa americani, ma darò all’Ucraina gli Aster che sono prodotti da Mbda, che p una azienda italiana e francese. Almeno quei soldi rimarranno all’industria italiana ed europea, agli operai italiani ed europei”. Insomma, se dobbiamo spendere in difesa, lo facciamo puntando sull’industria locale. Gli americani non l’hanno presa bene. I distinguo sulla guerra in Iran, il no all’utilizzo della base di Sigonella per voli non logistici, la condanna dell’attacco rivolto a Papa Leone XIV sono diventati elementi di contorno di una partita anzitutto militare e politica.

Poste Italiane Dic 25

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