Marco Mezzaroma: “Non esistono solo i campioni, lo sport impari dal modello Caivano”

Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute.

“La nostra mission è fornire strutture adeguate a chi pratica sport semplicemente per prendersi cura di sé o per ricrearsi con gli altri”, parla Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute.

“Lo sport è per tutti, non solo per i campioni”, esordisce così il presidente di Sport e Salute Marco Mezzaroma, discendente dell’Urbe da innumerevoli generazioni, di professione “palazzinaro”, come dice lui con ironia.

A due anni dall’inizio del mandato, Mezzaroma traccia un bilancio. “Se c’è qualcosa che ho imparato da questa esperienza, è che servirebbe una maggiore osmosi tra pubblico e privato. Sport e Salute è una realtà giovane, con persone dotate di grandi competenze e soprattutto appassionate. La nostra è una società al cento per cento pubblica, ma con una forte visione manageriale, dove tutti operano anzitutto per l’interesse generale”.

Sport e Salute è il braccio operativo del Governo nel mondo sportivo, notoriamente geloso della propria indipendenza.

L’indipendenza dello sport è sacrosanta, è un principio irrinunciabile. Noi non ci occupiamo delle discipline sportive né delle medaglie, per essere chiari. Tra i nostri compiti c’è la gestione economica degli eventi ai quali compartecipiamo e degli impianti sportivi. Se lo Stato investe risorse pubbliche in un evento sportivo, noi, essendo una società pubblica, lavoriamo affinché quell’investimento non sia a fondo perduto ma generi un ritorno per la collettività. È una questione di buon senso.

Nel caso delle Atp Finals a Torino, ha destato non pochi malumori la volontà del governo di coinvolgere anche Sport e Salute, insieme alla Federtennis, nella governance di un evento il cui impatto economico, nell’edizione 2024, è stato di 503 mln di euro. 

In questo primo ciclo quinquennale le Atp hanno ricevuto un contributo pubblico dallo Stato italiano pari a 80 mln. Come le dicevo, non c’è alcuna minaccia all’indipendenza dello sport, noi non entriamo in questioni tecniche o sportive. Mi sembra condivisibile l’obiettivo dello Stato a massimizzare, attraverso una società pubblica, l’impatto economico di un contributo rilevante per le finanze pubbliche.

La vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon, la prima volta in assoluto per un italiano, ha sublimato la nuova passione nazionale per il tennis. Non siamo più un Paese calciocentrico?

È vero, gli italiani ormai seguono il tennis con una passione inimmaginabile fino a pochi anni fa. Il numero dei tesserati è cresciuto e le partite di tennis sono diventate un fenomeno corale. C’entra sicuramente il lavoro della Federtennis, e va ricordato che non c’è solo Sinner ma l’Italia può vantare, per fortuna, molti nomi di giovani talenti, uomini e donne. C’è una squadra che sta dando grande prova di sé.

Quanto vale lo sport in Italia?

Secondo i dati più recenti, lo sport vale l’1,4 percento del Pil nazionale, vale a dire poco meno di 25 mld di euro, con un’occupazione di circa 410mila persone. Abbiamo inoltre 112mila società sportive. Grazie alla riforma che ha dato vita a Sport e Salute, il gettito fiscale generato dall’attività delle federazioni sportive viene destinato allo sport nella misura del 32 percento. È un circolo virtuoso: più investiamo in attività e strutture sportive, più si generano risorse da destinare allo sport.

“Uno sport per tutti, non solo per i campioni”, come ha detto all’inizio.

Esatto, non esistono solo i campioni. Oggi 10 milioni di persone praticano sport regolarmente e 17 milioni svolgono attività fisica in modo continuativo, autonomo e non strutturato. A loro dobbiamo fornire piste ciclabili e servizi di livello ai runner, strutture ad hoc per chi fa parkour o skate. La nostra mission è fornire strutture adeguate a chi pratica sport semplicemente per prendersi cura di sé o per ricrearsi con gli altri. Il Coni si occupa della dimensione performante dello sport, noi di quella comune, per tutti. Il nostro core business è far muovere gli italiani. La medaglia, per noi, sta nella pratica.

A proposito di Coni, c’è un nuovo presidente, Luciano Buonfiglio. I rapporti saranno più distesi rispetto alla precedente gestione?

Noi abbiamo sempre avuto rapporti distesi con tutti, non può e non dev’esserci competizione. Ognuno di noi è un ingranaggio del sistema, è doveroso collaborare in nome dell’interesse pubblico e di tutto il sistema sportivo.

Il ‘modello Caivano’, realizzato dal governo sull’onda di alcuni drammatici fatti di cronaca, ha trasformato una realtà che sembrava destinata allo sfacelo architettonico e sociale.

Da uomo d’impresa, dico che è straordinario quello che si è riusciti a realizzare, con l’aiuto di tutti e con la direzione di marcia impressa, con determinazione, dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In mezzo al Parco Verde, su cui affacciava una delle palazzine teatro degli abusi e dell’omicidio di due bambine, abbiamo realizzato il primo playground, uno spazio aperto e pubblico per allenarsi e giocare. All’inizio le famiglie si tenevano alla larga, poi hanno cominciato a portarci i figli, oggi è un luogo che vive, con lo sport che è diventato elemento aggregante.

È un modello replicabile nel resto d’Italia?

È quello che il governo ci chiede di fare in altre sette zone del nostro Paese, da Milano a Catania. Ma è anche quello che stiamo facendo con il progetto ‘Sport Illumina’ che mira a realizzare i playground multidisciplinari in 85 comuni. Si tratta di impianti sportivi pubblici e gratuiti, la cui proprietà resta in capo al Comune. Noi li realizziamo ascoltando i bisogni dei territori, li gestiamo e ne curiamo la manutenzione. È importante far vivere lo sport sul territorio: serve a stare bene, e in certe aree disagiate è anche un antidoto alla povertà educativa e alla criminalità minorile.

In vista degli Europei di calcio 2032, c’è la necessità di ammodernare i nostri stadi.

Il ministro per lo Sport Andrea Abodi, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sta ragionando su modelli che consentano di attrarre capitali anche privati. Sarebbe importante favorire una partnership pubblico-privato per rendere gli stadi spazi polifunzionali, aperti tutto l’anno e in grado di accogliere attività di ogni tipo.

Sul modello Bernabéu, lo stadio del Real Madrid.

Esatto, noi vorremmo estendere questo modello all’intero Foro Italico, non solo allo Stadio Olimpico. È la sfida dei prossimi anni.

Come per Caivano, anche per gli stadi si prevede la nomina di un commissario per accelerare le procedure.

È un problema atavico del nostro Paese. C’è una superfetazione normativa che ha prodotto una stratificazione di competenze, autorizzazioni, pareri, per cui è complicatissimo fare qualunque cosa.

Lo dice ogni tanto al presidente del Consiglio?

Il presidente non ha bisogno dei miei consigli, sa che cosa fare.

Sport e Salute si occupa anche di prevenzione.

Un euro investito in sport consente di risparmiarne cinque in sanità. È un dato acclarato: fare sport aiuta a stare bene, previene le malattie cardiovascolari e ha effetti benefici sul corpo e sulla psiche. Anche per questo, abbiamo creato un sistema di voucher, per i ceti meno abbienti, già attivo in regioni come Lazio, Lombardia, Calabria. Lo sport deve essere accessibile a tutti, indipendentemente dal ceto sociale.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

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