Dalle strade polverose delle Madonie al tempio di Monza, passando per la 1000 Miglia: le grandi corse che hanno plasmato il carattere di un Paese e acceso la passione popolare.
C’è un rombo che attraversa la storia d’Italia. È il suono di motori che scaldano l’asfalto, di curve affrontate con coraggio, di uomini e macchine che sfidano i propri limiti.
L’Italia non ha solo partecipato alla nascita dell’automobilismo sportivo: ne è stata la culla, l’anima, il palcoscenico. Dalle polverose strade delle Madonie, dove nacque la leggendaria Targa Florio, ai 1600 chilometri della 1000 Miglia, che trasformarono la penisola in un circuito epico, fino all’eco instancabile del Tempio di Monza, l’Italia ha reso la corsa un’arte, la velocità una passione popolare.
Qui sono nati marchi che sono diventati mito – Ferrari, Maserati, Alfa Romeo, Lancia – e campioni entrati nell’immaginario collettivo: da Tazio Nuvolari ad Ascari, fino ai moderni gladiatori della Formula 1. L’automobilismo, in Italia, non è mai stato solo sport.
È identità, orgoglio, estetica, ingegno. È il profumo della benzina mischiato a quello del tricolore. È la gente assiepata ai bordi della strada, che applaude non solo chi vince, ma chi osa. Perché in Italia la velocità è cultura, e ogni curva racconta una storia che continua a emozionare il mondo.
La Targa Florio: dove tutto ebbe inizio
All’alba del XX secolo, l’Italia è un Paese giovane e affamato di modernità. Le sue strade sono ancora poco più che sentieri sterrati, ma nell’aria si avverte un’irrefrenabile tensione verso il progresso. In questo scenario, nel cuore aspro e selvaggio della Sicilia, nasce un’epopea che avrebbe acceso i motori della passione italiana per l’automobilismo: la Targa Florio.
L’ideatore è un uomo che ha il coraggio di guardare lontano: Vincenzo Florio, raffinato imprenditore, colto e cosmopolita, amante dell’arte, della velocità e delle sfide impossibili. Nel 1906, sceglie le Madonie, una catena montuosa spigolosa e antica, come teatro naturale per una competizione estrema. Nasce così una gara di 140 chilometri su strade impervie, curve assassine, salite e discese che sembrano scolpite da un dio della velocità.
Ma la Targa Florio non è solo una corsa. È un’idea di futuro che si fa rumore, odore di benzina e polvere nelle narici. È la scommessa di un’Italia che vuole dimostrare di essere all’altezza dei giganti dell’industria automobilistica europea. Le prime edizioni sono dure, spesso infernali: motori che si spaccano, auto che prendono fuoco, piloti che rischiano tutto. Il pubblico è ovunque: assiepato sui muretti, appeso agli alberi, abbracciato alle curve.
Ogni edizione diventa una narrazione epica, un romanzo fatto di guasti, imprese al limite e gloria. Le scuderie mettono in gioco l’onore e la reputazione. I piloti, più che atleti, sono pionieri dell’impossibile. Tra di loro nomi che faranno la storia: Nazzaro, Sivocci, Divo, Varzi fino all’indimenticabile Nino Vaccarella, il preside volante, il siciliano che seppe fare innamorare la Sicilia del mondo dei motori.
La Targa Florio trasforma la Sicilia in un palcoscenico mondiale. E l’Italia, da semplice spettatrice, diventa protagonista di un’epopea che ancora oggi non vede nemmeno in lontananza il viale del tramonto. Del resto, se la casa automobilistica più celebre al mondo ha i suoi natali nella campagna emiliana e ha saputo resistere ai tentativi di acquisizione americani da parte di Ford, significa che in Italia i sogni e le storie vanno di pari passo.
La 1000 Miglia: il respiro lungo dell’Italia in corsa
Se la Targa Florio è la miccia, la 1000 Miglia è l’esplosione vera e propria, la sublimazione di un sentimento di crescita e rivalsa che trovò nella terra bresciana, intrisa di concretezza, idea e coraggio per tramutarsi in realtà.
È il periodo di Natale del 1926 quando, da Brescia, quattro ardenti appassionati – Giovanni Canestrini, Franco Mazzotti, Aymo Maggi e Renzo Castagneto – immaginano un viaggio circolare tra cuore e coraggio: da Brescia a Roma e ritorno, 1.600 chilometri di emozione pura. Un’idea che pochi mesi dopo, in marzo, divenne una splendida realtà che nessuno immaginava potesse evolvere in quel che poi è ancora oggi.
La chiamano 1000 Miglia per dare alla corsa un aura di internazionalità e diventa subito leggenda. Non è una semplice gara: è una sinfonia di motori che attraversa il cuore dell’Italia, una festa popolare che unisce città, campagne, borghi e persone.
Ogni curva, ogni rettilineo, ogni frenata è un pezzo di storia. Le strade diventano il circuito, il Paese diventa il pubblico. Il rombo delle auto si mescola ai campanili, alle grida dei bambini, alle mani tese degli anziani che salutano al passaggio di bolidi rossi.
La 1000 Miglia è il sogno italiano dell’automobilismo, quello che unisce artigianato e genio, ingegneria e poesia, ardimento e incoscienza.
È vetrina per l’industria nazionale: prima di tutte la OM, poi Alfa Romeo, Lancia, Maserati e poi Ferrari mostrano al mondo la potenza del “Made in Italy”. Ma è anche una prova estrema per i piloti: serve resistenza, strategia, istinto. Serve fegato, non a caso i piloti che la corsero venivano chiamati al tempo i “Cavalieri del rischio”.
In questa corsa si forgiano miti assoluti: Tazio Nuvolari, il ‘mantovano volante’, che nel 1930 vince di notte con i fari spenti per sorprendere il rivale. Achille Varzi, il suo eterno antagonista. E poi, da oltremanica e oltreoceano, arrivano Stirling Moss e Juan Manuel Fangio, a consacrare la 1000 Miglia come la ‘corsa più bella del mondo’.
Ma oltre a questi, non è possibile tralasciare le centinaia di appassionati che si sfidavano per una vittoria di classe, per sentirsi grandi, per scrivere il proprio nome nell’elenco di partenza. Perché la 1000 Miglia, all’epoca come oggi, era la porta d’accesso verso il meglio del motorismo.
Nel dopoguerra, la 1000 Miglia incarna lo spirito di una nazione che risorge dopo anni di grande buio. È il simbolo dell’Italia che rinasce correndo, che crede nel futuro e che attraverso la sua industria automobilistica intende accelerare la rinascita tricolore.
E anche quando, per motivi di sicurezza, la versione competitiva si chiude nel 1957, la sua eredità non si spegne: cova sotto la cenere, viene custodita gelosamente per anni fino a diventare, ma solamente dal 1977, un evento storico, culturale, identitario, ancora oggi capace di attirare l’attenzione internazionale.
Oggi 1000 Miglia è una rievocazione storica, una sfida di regolarità, una finestra sul mondo ma anche un punto di arrivo e incontro per collezionisti. È una delle massime espressioni del Made in Italy, un marchio italiano che da Brescia guarda al mondo con il piglio di chi ha saputo costruire qualcosa di inimitabile.
Il Gran Premio d’Italia: dalle strade di Montichiari al cuore di Monza
Se la Targa Florio è il battito selvaggio e la 1000 Miglia è l’anima lunga dell’Italia in corsa, il Gran Premio d’Italia è la consacrazione ufficiale del nostro Paese nella geografia globale del motorsport.
Tutto comincia nel 1921, a Montichiari, in provincia di Brescia, su un circuito stradale chiamato “Fascia d’Oro”. La gara richiama i grandi costruttori d’Europa e lancia un messaggio chiaro: l’Italia è pronta a competere con i migliori. È un momento cruciale: l’automobilismo comincia ad assumere una dimensione moderna, regolamentata, professionale.
Ma è l’anno successivo, il 1922, che cambia tutto. A nord di Milano, in una distesa verde della Brianza, viene costruito in soli 110 giorni un impianto che entrerà nella storia: l’Autodromo Nazionale di Monza. Il progettista? Arturo Mercanti, bresciano, autore di un capolavoro che di fatto privò la sua terra di quella che, in quegli anni, era la gara più importante d’Italia.
È il terzo autodromo permanente al mondo, dopo Brooklands e Indianapolis, e da subito si impone come un luogo sacro della velocità. I rettilinei lunghi, le curve paraboliche, i box affollati e l’odore acre della benzina: tutto a Monza parla di gara, di passione, di tecnica. Qui si corre davvero. Qui nasce il mito del “Tempio della Velocità”.
Il Gran Premio d’Italia si lega indissolubilmente a Monza, salvo rare eccezioni. La pista brianzola diventa laboratorio di innovazione, fucina di record, teatro di battaglie leggendarie. E come ogni tempio, conosce anche il dolore: il tragico incidente del 1928, la “Domenica Nera” del 1933 con tre piloti morti in un solo giorno, fino alle polemiche moderne sulla sicurezza. Ma Monza resiste, si evolve, non arretra mai.
In questa arena si sono esaltati i campioni: da Antonio Ascari a Campari, da Farina a Lauda, da Senna a Schumacher, fino a Lewis Hamilton e all’ultima vittoria Ferrari firmata da Charles Leclerc.
Ogni loro vittoria a Monza è una pagina che si aggiunge al romanzo dell’automobilismo, un supplemento carico di emozioni che rende l’Italia sempre più la patria del motorismo mondiale.
Un’eredità viva, un cuore che batte ancora
Oggi, la Targa Florio rivive nei rally e in una manifestazione di regolarità; la stessa 1000 Miglia è una gara di regolarità che commuove ancora il pubblico lungo un tracciato che per larghi tratti ripercorre la storia, e Monza resta una tappa imprescindibile della Formula 1 nonostante in atri Paesi ci siano sicuramente maggiori opportunità di business.
Ma più che eventi, queste gare sono capitoli di un’identità nazionale. Hanno forgiato il carattere dell’Italia dei motori, ispirato generazioni di tecnici, designer, ingegneri e piloti. Hanno reso la velocità una forma d’arte, e la passione, un tratto distintivo della nostra cultura che ha saputo generare musei permanenti, mostre, tavole rotonde. Perché il motorsport, in Italia, non è solamente evento sportivo.
È parte del Dna di una nazione intera. L’automobilismo sportivo italiano è stato, ed è, più di uno sport: è un modo di raccontare il Paese, di esprimere la sua anima creativa, audace, visionaria. È il rombo che echeggia nelle valli delle Madonie, il passaggio ruggente sulle piazze della 1000 Miglia, il boato della folla di Monza quando scatta il semaforo verde.
Un viaggio lungo più di un secolo. Un viaggio che parte da un sogno su strade di polvere e arriva a conquistare il mondo. Un viaggio italiano. A tutta velocità.
L’articolo originale è stato pubblicato sullo Speciale Motori in allegato col numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

