Con il suo nuovo libro ‘Il Qubit di Dio’, Fortunato Costantino propone una riflessione che intreccia scienza, filosofia e metafisica per affrontare una delle questioni più complesse e attuali: il rapporto tra intelligenza artificiale, coscienza e trascendenza. Il volume, pubblicato nella collana “Fuori Collana” di Castelvecchi, si compone di 140 pagine e nasce con l’intento di indagare la possibilità che il divino si manifesti come un ‘codice nascosto’ nella trama quantistica dell’universo.
La valenza simbolica del qubit
L’autore, giurista e docente di Teoria generale della sostenibilità e di Innovazione sociale alla European School of Economics, parte da un presupposto audace: la realtà non sarebbe un insieme di oggetti statici, ma un campo di possibilità in continua relazione. In questo contesto, ogni osservazione diventa un atto creativo, e il qubit – l’unità fondamentale di informazione nel calcolo quantistico – assume una valenza simbolica. Da semplice rappresentazione dell’indeterminato, si trasforma in metafora di una conoscenza capace non di classificare, ma di rivelare.
Fisica e Filosofia a confronto
Attraverso il dialogo con alcune delle figure più influenti della fisica e della filosofia del Novecento, come Werner Heisenberg, David Bohm e Alfred North Whitehead, l’autore mette in relazione i principi della meccanica quantistica con una riflessione più ampia sul ruolo dell’uomo nell’universo, sottolineando come la coscienza rappresenti non solo un limite della conoscenza scientifica, ma anche la sua più grande risorsa generativa.
Costantino, nel confronto con l’intelligenza artificiale, non si limita a discutere i limiti tecnici delle macchine, ma invita a interrogarsi sul senso stesso della conoscenza e sull’esperienza del significato. L’AI, osserva, può elaborare dati ma non generare senso, perché la coscienza umana resta la sola capace di trasformare l’indecidibile in significato.

