Nuovi attori globali ridisegnano equilibri politici ed economici, mentre tensioni internazionali frenano crescita e investimenti.
Gli assetti politici globali sono entrati in una fase di profonda trasformazione in un momento di passaggio dal vecchio al nuovo ordine. Le relazioni internazionali e gli equilibri di potenza tra Stati e blocchi di alleanze, definiti nel 1945 con la fine della Seconda Guerra Mondiale e “corretti” nel 1991 con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, vivono una fase crepuscolare.
Il mondo di oggi è cambiato e vede la lenta, ma definitiva affermazione di nuovi attori come Cina e India, il ritorno prepotente di Russia e Turchia, la ricerca di nuovi spazi di influenza delle monarchie del Golfo. Tutti questi Paesi sono accomunati dalla volontà di porre fine all’egemonia occidentale e ad un sistema internazionale centrato sugli Stati Uniti e, in misura minore, sull’Europa.
Sigle eterogenee come il “Sud Globale” e i Brics sono tenute insieme da tale aspirazione e intendono massimizzare i benefici derivanti dalla propria demografia, dal controllo delle risorse strategiche per l’innovazione tecnologica (le cosiddette “materie prime critiche”) e dalla crescita del proprio peso economico e commerciale sui mercati globali.
In questo contesto, la risposta statunitense è conservativa e assertiva: il ritorno dei dazi e la rinuncia alla stagione del liberismo della globalizzazione per frenare le aspirazioni dei competitor, in primis di Pechino, ed usare così gli strumenti economici come strumenti di guerra.
Una guerra commerciale, appunto. Tuttavia, non bisogna confondere burattini e burattinai. Non è Donald Trump il promotore di tale cambiamento. Anzi, al contrario, il Presidente statunitense è solo il vascello di richieste e tendenze che arrivano da lontano, dall’America profonda che si rifugia nel protezionismo e nell’isolazionismo selettivo. L’imperativo della Casa Bianca è intervenire meno, intervenire meglio, con un’attenzione apicale all’Asia e al contenimento della Cina.
Da par suo, il Celeste Impero non cede un metro e risponde colpo su colpo, utilizzando la forza della sua macchina produttiva e del controllo sulle materie prime critiche.
Inoltre, Pechino tiene in vita la macchina bellica russa, consapevole che il risultato della guerra in Ucraina potrebbe essere la prima spallata alla scricchiolante supremazia statunitense. Inevitabilmente, le tensioni politiche internazionali asfissiano i mercati e frenano crescita e fiducia degli investitori che, ad oggi, attendono la concretizzazione di un nuovo modello economico basato su catene del valore più corte e regionalizzate, anteprima di quel multilateralismo e di quella divisione del mondo in blocchi che proprio i Paesi del Sud Globale auspicano.
Mentre questo accade, i venti di guerra dall’Ucraina al Medio Oriente a Taiwan continuano a soffiare e protagonisti e comprimari sgomitano per un posto al sole. L’Europa, in questo “Grande Gioco”, al momento è limitata al ruolo di “spalla”.
Marco Di Liddo è Direttore del Centro Studi Internazionali.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

