Il Sottosegretario Lucia Borgonzoni illustra le strategie del ministero: tutela, innovazione e progetti per il futuro.
Avvicinare i giovani alla cultura, sostenere il cinema italiano, preservare teatri e sale da concerto e promuovere innovazione senza dimenticare tradizione e artigianato: sono alcune delle priorità su cui lavora il Sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni.
La sua attività si concentra su iniziative concrete, come la sperimentazione di percorsi terapeutici culturali in collaborazione con il ministero della Salute, e sul sostegno alle imprese creative italiane. In un periodo di trasformazioni rapide e di crescente digitalizzazione, Borgonzoni racconta gli sforzi per rendere la cultura più accessibile e inclusiva, tutelando al contempo creatività e diritto d’autore.
Sottosegretario Borgonzoni, il ministero della Cultura ha una missione complessa: tutelare il nostro patrimonio, ma anche renderlo accessibile e vicino alle nuove generazioni. Come si sta muovendo in questa direzione?
Il nostro Paese ha un patrimonio culturale immenso che ci rende unici nel mondo, ma che porta con sé anche grandi responsabilità. Credo che una delle sfide principali sia proprio quella di avvicinare i giovani alla cultura, offrendo strumenti e linguaggi che parlino a loro.
Il ministero è nato con una vocazione esclusiva alla tutela, ma negli anni ha ampliato il proprio raggio d’azione fino a includere le imprese culturali e creative, la fotografia, il design, l’artigianato artistico. Questo implica una gestione più dinamica, vicina anche alle logiche imprenditoriali. Oggi dobbiamo affrontare sfide nuove, come la digitalizzazione e la promozione all’estero, e reagire velocemente ai cambiamenti del mercato. L’obiettivo è rendere la cultura sempre più accessibile, inclusiva e centrale nella vita quotidiana delle persone.
Quali sono le priorità strategiche del ministero per la tutela e la promozione della cultura nei prossimi anni e su quali progetti si concentrerà maggiormente?
C’è un’iniziativa che mi sta particolarmente a cuore e che stiamo portando avanti insieme al ministero della Salute, già sperimentata con ottimi risultati in Paesi come Regno Unito e Canada. L’idea è semplice ma rivoluzionaria: prescrivere attività culturali come parte di un percorso terapeutico per alcune patologie, come quelle degenerative negli anziani o la depressione nei ragazzi.
Studi scientifici a livello internazionale dimostrano che visitare musei, partecipare ad attività culturali o semplicemente frequentare luoghi di bellezza ha un impatto positivo sia sulla salute fisica e mentale sia sulla socializzazione. In Inghilterra, ad esempio, si è registrata una riduzione del 37% delle visite ai medici di base e del 27% dei ricoveri ospedalieri tra chi ha seguito un percorso di prescrizione culturale.
Questo progetto non solo migliora la qualità della vita dei cittadini, ma genera anche un risparmio per il sistema sanitario. In Italia inizieremo con una sperimentazione pilota in collaborazione con alcune università.
Un’altra priorità è il sostegno alle sale cinematografiche, che in molti territori rappresentano veri e propri presìdi sociali. Quali interventi avete messo in campo per contrastare la crisi del settore?
Il calo di spettatori in sala negli ultimi anni è stato preoccupante. Per questo abbiamo lanciato il progetto “Cinema Revolution”, che ha riportato il pubblico nelle sale, soprattutto verso il cinema italiano, che era quello più penalizzato. Abbiamo poi avviato nuove iniziative come “Cine Happy Family”, pensata per aiutare le famiglie per le quali i costi del cinema possono risultare proibitivi.
Quando due genitori vanno al cinema con uno o più figli, viene applicato uno sconto che permette a uno dei due adulti di entrare gratuitamente. L’obiettivo è non solo portare più persone in sala, ma anche incentivare la condivisione di un’esperienza culturale. Siamo inoltre al lavoro su iniziative rivolte ai giovani dai 12 ai 19 anni, per formare una nuova generazione di spettatori abituali di film italiani.
Recentemente sono emerse critiche sul fatto che il cinema italiano sia eccessivamente sussidiato, con film che, in molti casi, non producono risultati economici significativi. Come risponde a queste osservazioni?
È importante distinguere tra diverse tipologie di opere. Il ministero sostiene sia i progetti più sperimentali e difficili, che spesso hanno un pubblico ridotto ma rappresentano un investimento sul talento emergente e sulle nuove generazioni di cineasti, sia le produzioni più commerciali, che devono confrontarsi con il mercato e condividere una parte del rischio economico.
È chiaro che nessuno può garantire il successo di un film: anche grandi produzioni internazionali possono non ottenere i risultati sperati. Tuttavia, valutare il rendimento di un’opera solo sulla base degli incassi in sala è riduttivo: molte opere trovano una seconda vita grazie alle piattaforme digitali, ai diritti televisivi e ad altri canali di distribuzione.
Il ministero monitora attentamente le opere, garantendo trasparenza e correttezza nell’assegnazione dei finanziamenti. Le produzioni più innovative o culturali hanno percorsi facilitati, mentre quelle destinate al mercato seguono regole più stringenti per assicurare un equilibrio tra sostegno pubblico e responsabilità economica.
Ci sono anche interventi concreti per migliorare la gestione delle risorse pubbliche destinate al cinema?
Sì, abbiamo stanziato oltre 3 milioni di euro per potenziare le unità che gestiscono le pratiche, perché spesso il problema è la mole enorme di domande che arriva. Inoltre, abbiamo semplificato procedure che erano diventate eccessivamente complesse, come quelle legate al credito d’imposta.
Un esempio è la gestione dei conti di produzione: oggi ogni film deve avere un conto dedicato, rendendo più semplice e trasparente il controllo delle spese. Abbiamo eliminato anche le fatturazioni a cascata che rendevano difficile tracciare i fondi. L’obiettivo è duplice: proteggere chi lavora in modo onesto e semplificare la vita degli operatori.
Anche il tema del tax credit è stato spesso al centro del dibattito, soprattutto per le difficoltà di accesso da parte delle produzioni indipendenti. Come intendete intervenire per rendere questo strumento più efficace e sostenibile?
Abbiamo già avviato un lavoro importante per semplificare il sistema e renderlo più accessibile, soprattutto alle realtà più piccole, che spesso faticano a gestire i flussi di cassa necessari per avviare un progetto.
Stiamo ragionando su soluzioni che permettano di anticipare parte delle risorse, così che i produttori non siano costretti a rivolgersi alle banche con condizioni penalizzanti. In altri Paesi esistono modelli molto interessanti: ad esempio, se il tax credit è fissato al 40%, le banche anticipano subito il 38%, trattenendo solo una piccola percentuale come margine. È un sistema virtuoso che stiamo studiando per introdurre anche qui.
L’obiettivo è duplice: garantire liquidità immediata ai produttori più piccoli e, allo stesso tempo, mantenere regole chiare e controlli rigorosi. In questo modo possiamo sostenere la produzione culturale senza creare dipendenze dal contributo pubblico e favorendo la crescita di un settore sano e competitivo.
In molte città, soprattutto in provincia, stanno chiudendo non solo i cinema, ma anche teatri e sale da concerto. Cosa si sta facendo per preservare questi luoghi di cultura?
Stiamo investendo risorse significative per rendere questi spazi più attrattivi e funzionali. Solo lo scorso anno abbiamo stanziato circa 200 milioni di euro per interventi strutturali, dalle poltrone agli impianti di climatizzazione, fino alla qualità dell’audio o dello schermo.
Una sala deve offrire un’esperienza che valga la pena di essere vissuta. Se vogliamo che le persone scelgano il cinema o il teatro, dobbiamo garantire comfort, qualità e sicurezza. Questi investimenti sono fondamentali per mantenere vivi luoghi che, in molti territori, rappresentano l’unico presidio culturale e sociale.
Quale ruolo possono avere le imprese culturali e creative in un mondo che va sempre più verso la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale?
Le imprese culturali e creative sono un punto di forza dell’Italia. In un’epoca di globalizzazione e automazione, creatività e manualità restano insostituibili: ogni territorio custodisce tradizioni uniche, dal merletto alla ceramica, che ci rendono riconoscibili nel mondo. L’intelligenza artificiale può fare molte cose, ma non sostituirà mai il genio nato dalla mente e dall’esperienza umana.
Per questo investiamo nella formazione dei mestieri tradizionali, tramandati di generazione in generazione. Allo stesso tempo definiamo regole chiare per tutelare creatività e diritto d’autore, evitando che algoritmi non controllati censurino opere o prendano decisioni arbitrarie. Dietro ogni AI ci sono persone, e senza criteri chiari rischiamo di importare modelli culturali lontani dai nostri valori. L’obiettivo è che la tecnologia diventi un alleato della creatività, non una minaccia.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

