Intervista al ministro della Cultura Alessandro Giuli che traccia le priorità del suo dicastero per il Paese.
Il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, il rapporto con l’Africa, il ‘Piano Olivetti’. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli traccia le priorità del suo dicastero per portare il Paese al centro “dei processi storici fondamentali che attraversano il Mare nostrum”.
Ministro Alessandro Giuli, al ministero della Cultura trova il tempo di dedicarsi alla cultura, appunto, o è risucchiato dal potere?
Cultura non vuol dire soltanto dedicarsi a studi e libere letture, alle quali torno nei momenti liberi. Cultura significa anche avere a che fare con il possibile e con il fattibile. Il potere? Essere ministro della Cultura in un Paese di grande cultura, anzi di grandi culture, come l’Italia, è un lavoro di responsabilità, nel senso che uno è tenuto continuamente a rispondere di quello che fa. E io cerco di fare del mio meglio con spirito di servizio. Non c’è potere autentico senza consenso e senza sapere.
Lei ha detto che s’immagina il futuro con Europa e Africa insieme, incasellate in un unico blocco. È una versione plus del Piano Mattei?
È la stessa matrice del Piano Mattei. La collocazione geografica assegna alla nostra nazione un ruolo di mediatore nel Mediterraneo. Affinché, però, l’Italia non si limiti a subire questa condizione nell’immobilismo, è necessario precedere la complessità dei problemi e mettersi al governo dei processi storici fondamentali che stanno avvenendo e che attraversano il Mare nostrum.
Questo, in una prospettiva molto concreta e molto urgente, significa porsi il problema di non considerare l’Africa come la banlieue dell’Europa. Tutte le riflessioni politiche e anche geopolitiche devono essere condotte in termini euro-africani.
Con il Decreto Cultura prevedete di istituire una unità di missione dedicata alla diplomazia culturale. Il focus sarà africano?
Il centro di interesse è il “Mediterraneo Allargato”. Il Mediterraneo viene spesso visto come uno stretto che separa il presunto africano povero dal presunto europeo ricco, ma, come dicevo, è invece una “zona di contatto”, con la quale, dobbiamo fare i conti, e alla quale vogliamo dare lo spazio che merita.
Abbiamo progetti in corso con Algeria, Tunisia, Egitto, Marocco e diverse altre nazioni nella penisola Arabica. Sul cinema, sull’archeologia, sul restauro nel quale siamo tra i più bravi al mondo. Sul contrasto ai furti di opere d’arte, sul quale i nostri Carabinieri fanno un lavoro magnifico. E sul riconoscimento dei siti Unesco, ambito in cui siamo leader nel mondo.
Con i trend demografici attuali, l’Africa finirebbe per inglobare il Vecchio Continente. È una prospettiva che non la preoccupa?
A proposito di immigrati, l’errore fondamentale della sinistra è stato prendere una posizione ideologica, astratta, “a prescindere”: “siamo pro-migranti”. Poi, magari, arrivano altri e dicono “siamo contro i migranti”. E invece siamo in un’epoca di cambiamento, politico e geopolitico, e certe generalizzazioni sono fallaci. I flussi migratori vanno regolati non con preconcetti vacanti, ma con senso pratico, consapevolezza, e rigore.
Non è che questa storia dell’Africa le è sfuggita di mano? Voglio dire: da un governo di destra ci si aspetta un’opera di valorizzazione dell’Occidente, della cultura giudaico cristiana di cui siamo imbevuti sin dalla nascita, di ciò che di meraviglioso l’Europa e l’Italia hanno prodotto in duemila anni di storia.
Nessuno si sogna di negare le realizzazioni della cultura giudaico-cristiana. Ma ci sono tanti capitoli, culturali, storici, commerciali, strategici, che legano le nazioni del Mare Nostrum. Le sponde del Mediterraneo erano le sponde della koiné originaria, dell’epoca etrusca e greco-romana. Non un mero luogo di scambi commerciali ma un concretissimo terreno di confronto di civiltà. Essere di destra, una destra, sottolineo, italiana, significa in estrema sintesi conoscere la nostra storia, sapere da dove veniamo.
Essere, con fermezza e senza ostentazioni, orgogliosi di questa storia. Nel mio colloquio di qualche giorno fa con la mia omologa finlandese Mari-Leena Talvitie abbiamo parlato sì di come incentivare il cinema europeo, ma anche del fatto che l’Unione Africana dovrebbe avere un seggio nel Consiglio d’Europa, come ho avuto modo di illustrare proprio a Bruxelles. Non a caso nel G7 Cultura di Napoli dello scorso anno era presente l’Unione Africana.
Quali sono i provvedimenti di cui lei va più orgoglioso?
Direi il ‘Piano Olivetti’. L’idea olivettiana di partire dalle periferie, dai piccoli centri. L’idea che tutti, dal precario all’insegnante, al professionista, possano vivere la cultura e contribuire alla cultura. Sulla filiera editoriale abbiamo investito fondi per 54,8 mln di euro nel 2025, destinati alle librerie e biblioteche di prossimità, ai luoghi periferici. A volte ci dimentichiamo che l’Italia è fatta in maggioranza di piccoli comuni. Realtà che vanno aiutate non in modo assistenziale, ma dando risorse controllate, e aspettandoci un ritorno in termini di sviluppo culturale ed economico.
L’abbassamento dell’Iva al 5% sulla compravendita delle opere d’arte si attendeva da lungo tempo, voi lo avete realizzato. Quali saranno gli effetti?
Per una volta le tasse vengono abbassate. L’Iva al 5% rivoluzionerà tutta la filiera dell’arte. La maggiore vitalità degli scambi, incentivata da un prezzo più basso grazie all’Iva inferiore, ha la capacità di diffondere benefici e ricadute positive all’intero sistema, favorendo i collezionisti e gli acquirenti, i restauratori così come i giovani artisti che troveranno maggiori possibilità di emergere.
In particolare, secondo uno studio di Nomisma, questa misura può tradursi in una crescita del fatturato delle piccole gallerie fino al 50%, mentre per il settore nel complesso si prevede un incremento del 28%, con una crescita del fatturato fino a 1,5 mld di euro in un trimestre, e un impatto complessivo sull’economia di circa 4,2 mld di euro.
Difficile non parlare di cinema e della questione del tax credit, oggetto di indagini da parte di magistratura e Guardia di Finanza. Per anni le norme vigenti hanno consentito di riscuotere enormi fondi pubblici quasi in assenza di controlli efficaci. Lo scandalo dei film fantasma non dovrebbe indurre il decisore pubblico a un mea culpa?
Più che un penitenziale ‘mea culpa’ il decisore pubblico deve fare responsabilmente la propria parte, vale a dire rendere le procedure accessibili, ma rigorose e controllabili. Ci sono stati momenti nei quali produrre un film è stato come avere un bancomat senza codice pin e senza limiti di spesa.
Non è più così, come viene riconosciuto da tutti. Stiamo lavorando in questa direzione, da sostenitori del cinema italiano. Per capire che cinematograficamente siamo ai primi posti del mondo basta vedere la nuova Cinecittà. O la Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno.
Elio Germano ha raccontato di aver pensato di lasciare il cinema dopo la querelle con lei alla premiazione dei David. Gli artisti sono sensibili, lei ne tiene conto?
Le ricordo che in quella sede, parliamo del Quirinale, io ho parlato di concordia, riconoscendo le difficoltà e facendo un appello al lavoro comune per superarle. E con un’attenzione speciale verso tante piccole produzioni, tanti lavoratori, dall’attrezzista al fonico, all’elettricista, dei quali cerchiamo di occuparci ogni giorno.
A proposito di gestione del potere, al MiC le tocca occuparsi anche di nomine, una ridda di nomine. Ci ha preso gusto o le genera apprensione? Qual è la sua bussola?
Né gusto, né apprensione, ma senso di responsabilità verso la cosa pubblica e verso i soldi dei contribuenti.
I detrattori dicono che il Governo Meloni ha rimpiazzato l’amichettismo di sinistra con quello di destra. Lei che risponde?
Che dovrebbero, direbbe il filosofo, cercare la “pace dei pensieri”. Quando la destra nomina qualcuno di sinistra la si accusa di non avere una classe dirigente. Quando fa esprimere la sua classe dirigente la si accusa di “amichettismo”. Piaccia o no ai detrattori, esiste una generazione di destra che si è formata bene e lavora con responsabilità.
Con i droni prodotti dalla società di Kimbal Musk (fratello del patron di Tesla), il Vaticano ha illuminato la volta celeste dando vita a uno spettacolo unico al mondo. Il governo italiano potrebbe immaginare qualcosa di simile? I droni al servizio dell’arte? Ci state pensando?
Già da tempo lavoriamo con tutte le risorse tecnologiche più avanzate al servizio dell’arte, droni, realtà virtuale, tecniche immersive. L’innovazione è già entrata nei musei.
Giorgia Meloni è riuscita a saldare un rapporto di ferro con Donald Trump. Lei, prima del voto americano, disse che, se fosse stato cittadino Usa, non avrebbe votato né per Biden né per Trump. Che cosa non le va giù del trumpismo?
Le dinamiche, le modalità e il linguaggio della politica americana sono diversi da quelli della politica italiana, in quanto provengono da una storia diversa. Certo che come europei e alleati dobbiamo avere un dialogo con gli Stati Uniti. Ma questo non significa che dobbiamo personalizzare troppo le nostre opinioni. Non bisogna “innamorarsi” o detestare questo o quel leader. Bisogna parlare con tutti.
In Europa oggigiorno Meloni collabora proficuamente con Ursula von der Leyen ed è riuscita a far avanzare la sua visione, di destra, sui principali dossier, a partire dall’immigrazione. Fdi è destinato a diventare il partito conservatore italiano?
FdI è il partito conservatore e riformista italiano. Conservatore, lo ripeto, perché consapevole delle radici storiche italiane, che dobbiamo preservare il più possibile e da cui abbiamo un mondo da imparare. Ma “conservatore italiano”, nel senso che è una via originale, nostra, non derivata al conservatorismo riformatore.
Lei ha pubblicato un libro dal titolo ‘Antico presente. Viaggio nel sacro vivente’, una raccolta di articoli della sua stagione professionale al Foglio. Le manca il giornalismo?
Fare il ministro della Cultura è il mestiere più bello del mondo. ‘Antico presente’ racconta una persistenza della storia, della geografia, della topografia, attraverso i miti che hanno attraversato, e plasmato, posti ed epoche. A quelli bisogna, di necessità, sempre tornare.
Alle politiche del 2027 la ritroveremo nei panni del politico o dell’opinionista?
Mi ritroverete.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

