Nelle business school la parabola di Poste Italiane rappresenta un case study interessante e unico nel suo genere. Se è vero che il postino, oggigiorno, svolge un mestiere ben diverso dall’immagine romantica del portalettere reso celebre dall’interpretazione di Massimo Troisi, Poste italiane sembra invece destinata a solcare i mari del cambiamento assecondando il moto ondoso e cogliendo ogni opportunità.
L’azienda, primo datore di lavoro nel Paese con oltre 120mila dipendenti, non ha subito i tempi che cambiano ma ha mostrato di saper surfare rinnovandosi profondamente per uscire ancora più forte e competitiva. Risultato? Al posto del knock-out inferto a diversi altri “giganti” dai piedi d’argilla, oggigiorno l’azienda è più sana e proiettata nel futuro. Digitale e diversificazione sono le parole chiave di questa success story.
Nell’intervista rilasciata oggi al Corriere della sera, l’ad Matteo Del Fante, alla guida dell’azienda dal 2017, rivendica la scelta di aver investito, in questi anni, nella trasformazione digitale per crescere e per accompagnare il Paese in un processo irrinunciabile. Un pensiero corre al ruolo di Poste in epoca pandemica, come principale fornitore della piattaforma per la prenotazione delle vaccinazioni anti Covid.
Poi, in tempi più recenti, il ruolo di Poste come primo identity provider del Paese grazie alla diffusione della piattaforma Spid. “Nei primi 9 mesi di quest’anno – ha detto Del Fante ad Andrea Ducci del Corriere – ci sono stati 700 milioni di accessi e tutti i soldi, per gestire quegli accessi e i call center che vi sono dietro, li risparmia la pubblica amministrazione. Noi abbiamo 24 milioni di Spid e sui nostri prodotti registriamo 26,5 milioni di interazioni giornaliere”. In tanti campi, in altre parole, la piattaforma web di Poste italiane ha rimpiazzato gli uffici pubblici.
Addio code e lunghe attese, basta un clic. Come non ricordare il progetto Polis, l’“operazione di sistema Paese”, nelle parole di Del Fante, volta a tenere aperte centinaia di piccoli uffici postali nei luoghi dov’è quasi sempre antieconomico operare, grazie a novità come il rinnovo dei passaporti e l’offerta di diversi servizi della Pa.
La specialità del “caso Poste Italiane”, oltre che nella digitalizzazione, trova il suo tratto caratterizzante nella capacità di diversificazione del business, una mission nella quale hanno fortemente creduto l’amministratore delegato e il direttore generale Giuseppe Lasco.
Oggi la società svolge quattro attività: la logistica, corrispondenza e pacchi (più pacchi che lettere, sono cambiati i tempi), le assicurazioni, la fornitura di servizi finanziari, le offerte di servizi di pagamento e mobile.
Se le lettere sono state soppiantate dalle email mentre le consegne dei pacchi sono ormai parte integrante della nostra quotidianità, il cambio d’abitudini degli italiani si riflette in precise valutazioni e scelte aziendali. Nel giro d’una decina danni, i circa 1,8 miliardi di ricavi di corrispondenza non ci saranno più, perciò tocca investire sempre di più sul segmento in espansione delle consegne. Un passaggio testimoniato dai numeri che hanno registrato un incremento dai 113 milioni di pacchi consegnati a circa 340 nel 2025.
C’è poi il business assicurativo con polizze che, a causa dei tassi più bassi, restano meno attrattive ma fanno parte comunque di un portafoglio diversificato, anche grazie ai fondi comuni di investimento gestiti dalla Sgr. Per comprendere la magnitudine del ruolo finanziario dell’azienda, bastano due numeri: oggi Poste italiane conta 30 milioni di carte di pagamento emesse e gestisce i risparmi degli italiani per 580 miliardi.
Un cenno, in ambito tlc, merita l’acquisizione di Tim. Una svolta che risponde alla volontà di completare un’offerta di prodotto creando sinergie: per esempio, con il trasferimento a Tim del roaming di cinque milioni di clienti Poste, si generano 20 milioni di risparmi per Poste e oltre 100 milioni di ricavi per Tim.
Va evidenziato che Poste non ha espresso alcun consigliere nel cda di Tim in scadenza ad aprile 2027, e sul punto, nell’intervista al Corriere, Del Fante resta sibillino: “Per ora crediamo di indirizzare in veste di azionisti, senza governance, i temi delle sinergie in modo efficiente e quindi proseguiamo così”. Domani, chissà.
