Saverio Caldani (Arthur D. Little): “Il contesto globale si è evoluto a favore degli Small modular reactor”

Saverio Caldani sugli small modular reactor.

Intervista a Saverio Caldani (Managing Partner Italy & Spain di Arthur D. Little) su cosa serve davvero per portare gli Small modular reactor nel mix energetico italiano.

Negli ultimi anni, gli Small modular reactor (Smr) stanno emergendo come una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria per la transizione energetica. Quali prospettive reali per gli Smr e quale spazio può occupare l’Italia in questo scenario in evoluzione? Ne abbiamo parlato con Saverio Caldani, Managing Partner Italy & Spain di Arthur D. Little che lo scorso giugno ha pubblicato il Report ‘The Growth and Future of Small Modular Reactor’, che analizza le opportunità e le sfide di un comparto destinato a cambiare il volto della generazione elettrica nei prossimi decenni.

Quali sono i principali fattori che stanno favorendo questa accelerazione e quali Paesi si stanno distinguendo nel creare le condizioni di mercato più favorevoli?

Il contesto globale si è evoluto rapidamente a favore degli Small modular reactor, spinto da tre dinamiche principali: la necessità di accelerare la decarbonizzazione, la crescente attenzione alla sicurezza e all’autonomia energetica in un quadro geopolitico instabile, e la ricerca di tecnologie scalabili capaci di sostenere l’aumento della domanda elettrica. In questo scenario, gli Smr offrono una soluzione flessibile e promettente: uniscono bassissime emissioni, modularità, sicurezza avanzata e possibilità di installazione in prossimità dei centri di consumo.

Paesi come Canada, Stati Uniti e Regno Unito si stanno muovendo con decisione in questa direzione. Il Canada ha già approvato progetti pilota destinati a fungere da riferimento a livello internazionale. Il Regno Unito punta su una produzione in serie, supportata da un’industria nazionale strutturata.

Gli Stati Uniti stanno portando avanti una strategia che combina licensing semplificato e forte sostegno pubblico-privato, con l’obiettivo di rendere bancabili le prime installazioni.

Quanto incide oggi la frammentazione normativa sullo sviluppo degli Smr e cosa servirebbe per superarla, in particolare in Europa?

L’armonizzazione regolatoria rappresenta uno snodo critico per l’affermazione degli Smr. Nel nostro report abbiamo evidenziato come l’assenza di un framework internazionale condiviso stia ostacolando la replicabilità e la produzione in serie, che sono invece il presupposto per la riduzione dei costi e l’attrattività per gli investitori.

Il rischio è quello di vedere ogni singolo Paese sviluppare requisiti di licenza specifici, costringendo gli sviluppatori a personalizzare ogni progetto: un ostacolo enorme alla scalabilità. Questo rischio è particolarmente alto in Europa, dove manca ancora una vera cabina di regia a livello comunitario in grado di guidare la convergenza tra i regolatori nazionali.

Per superarlo, è cruciale un’azione prioritaria consiste nel rafforzare iniziative di cooperazione come l’Nhsi (Nuclear harmonization and standardization initiative), attualmente promossa da enti come Iaea e Nea, in modo da sviluppare un set di criteri armonizzati per la licenza, la sicurezza e la messa in esercizio degli Smr. Un allineamento precoce tra sviluppatori e autorità può anche consentire di progettare i reattori sin dalla fase iniziale tenendo conto dei requisiti regolatori.

Per l’Italia, che oggi si trova in una fase esplorativa, questo rappresenta un vantaggio potenziale: può adottare fin da subito standard armonizzati, evitando di replicare le inefficienze osservate in altri ambiti energetici.

Alla luce anche delle criticità evidenziate dalla Banca d’Italia nel recente rapporto ‘L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia’, quali condizioni servono perché gli Smr diventino un’opzione concreta per l’Italia entro il 2050?

Nel nostro report riconosciamo che gli Small modular reactor (Smr) potranno diventare un’opzione concreta per il mix energetico italiano solo se inseriti all’interno di una strategia integrata con regole chiare, un ecosistema pronto a supportarne lo sviluppo e una domanda aggregata solida, guidata in particolare dai grandi consumatori. Il valore di questa tecnologia sta soprattutto nel garantire forniture stabili e contratti a lungo termine che rendano bancabili gli investimenti. È da qui che può partire il mercato.

Quanto alla dipendenza tecnologica, il tema è reale. Ma è in atto un cambio di passo: Stati Uniti, Canada e Regno Unito stanno investendo nel rebuilding della filiera nucleare, puntando su autonomia produttiva e nuove competenze. L’Italia ha l’opportunità di inserirsi in questa dinamica, ma deve muoversi adesso. Nessun Paese ha ancora avviato la produzione in serie, ma diversi progetti sono entrati in una fase concreta.

Il NuScale Voygr ha ottenuto la prima certificazione definitiva della Nuclear regulatory commission americana; il Regno Unito ha definito i candidati industriali per la prima flotta di Smr; il Canada ha già aperto il cantiere del primo reattore dimostrativo.

Non si tratta più di una promessa, ma di una transizione in atto. L’Italia deve prepararsi ora. Il Pniec indica una soglia di 8 GW da nucleare entro il 2050. Il punto non è se la tecnologia sarà pronta, ma se lo sarà il sistema Paese. Servono una roadmap chiara, regole stabili, una filiera industriale credibile e una domanda aggregata, trainata in particolare dai grandi consumatori.

Quali sono i modelli di business più promettenti per rendere bancabili questi progetti e attrarre investimenti privati già nella fase di prima adozione?

La bancabilità degli Smr non dipenderà solo dalla maturità tecnologica, ma soprattutto dalla capacità di costruire intorno a questi progetti ecosistemi di domanda credibili e stabili. In questo senso, un ruolo chiave potrà essere svolto dai grandi consumatori industriali (come l’acciaio, la chimica o altri settori hard-to-abate) che possono garantire una domanda prevedibile e a lungo termine.

Uno degli strumenti più efficaci per innescare questo processo è il ricorso ai Power Purchase Agreements (PPA) su scala pluriennale, già utilizzati con successo nel comparto delle rinnovabili, ma applicabili anche al nucleare modulare. In alcuni casi, si delinea persino la possibilità di modelli on-site, in cui il reattore viene installato direttamente a servizio di uno stabilimento, con vantaggi sia in termini di sicurezza dell’approvvigionamento che di ottimizzazione dei costi.

Parallelamente, è evidente che nella fase iniziale, quella dei progetti Foak (First of a kind), saranno fondamentali strumenti di risk sharing: garanzie di credito, prestiti agevolati, partecipazioni pubbliche o forme di co-investimento. Questo tipo di sostegno è essenziale per superare l’incertezza legata ai primi esemplari, e facilitare l’accesso al capitale privato. Un aspetto centrale sarà il passaggio dalla fase pilota alla produzione in serie (fleet deployment), che permetterà di abbattere i costi unitari grazie alle economie di scala, migliorando la bancabilità e rendendo il settore appetibile anche per investitori finanziari istituzionali.

È il modello già sperimentato nel Regno Unito, dove Rolls-Royce ha impostato un piano industriale per una flotta di Smr, proprio su queste basi. Nel caso italiano, esistono premesse favorevoli: una base industriale energivora, un settore manifatturiero maturo e una presenza significativa di utility pubbliche e partecipate.

Questo rende il nostro Paese un candidato potenziale per replicare un modello integrato, a condizione che si avvii tempestivamente un lavoro di coordinamento tra attori industriali, istituzioni e sistema finanziario.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

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