Intervista con Carla Masperi, amministratrice delegata di SAP Italia: “L’AI non è a sé stante, entra nei processi aziendali e li trasforma in risultati economici”.
Nella top 20 dei giganti del tech occidentale per valore di mercato ci sono solo due aziende europee (in una lista dominata dagli Usa): Asml e SAP. Entrambe sono essenziali per quasi tutti gli altri colossi mondiali. Asml fornisce infrastruttura: produce le macchine fondamentali per la fabbricazione di chip e semiconduttori. SAP fornisce software: quasi tutte le società quotate la scelgono per gestire i processi aziendali.
“Se una grande azienda sta decidendo di passare ai software della multinazionale tedesca, è possibile che il prossimo step sia un’Ipo”, dice sorridendo Carla Masperi, Ad di SAP Italia. Uno dei più importanti contratti dello scorso trimestre è stato chiuso con uno dei nove unicorni italiani, le società da almeno un miliardo di dollari di capitalizzazione: Satispay.
Quando una società diventa grande sceglie SAP, quindi, ma Masperi non può permettersi di dimenticare le piccole. La manager è a capo di una delle filiali più importanti del Gruppo, che riporta una delle crescite maggiori nonostante una difficoltà fondamentale in più rispetto alle altre ‘country’. In Italia il tessuto imprenditoriale è composto prevalentemente da piccole e medie imprese (per non parlare di micro) che di solito stentano a seguire trend tecnologici come l’intelligenza artificiale.
Una soluzione c’è, spiega Masperi. In Italia SAP conta quasi 11mila clienti, e la presenza è in forte espansione tra le Pmi proprio grazie a soluzioni preconfigurate per settore; “quasi pronte all’uso”, le definisce Masperi, sottolineando che questi “pacchetti” includono già scenari di AI, spostando lo sforzo più sulla formazione che sull’implementazione.
La strategia evidentemente sta funzionando. In uno dei settori più strategici per SAP, il cloud, nell’ultimo trimestre la filiale italiana è cresciuta di oltre il 40%, più dell’Europa, che viaggia intorno al 30%.
“Siamo stati citati tra le tre country chiave nelle ultime comunicazioni agli investitori”, ricorda Masperi, che al di là dell’aspetto commerciale sottolinea come alla base di un’implementazione di successo dell’AI ci sia una filosofia semplice: partire dai problemi da risolvere, e non dagli strumenti da adottare.
Secondo i numeri interni di SAP, oltre il 50% dei nuovi ordini contiene elementi AI. “Per noi è ancora un’area in incubazione, ma è chiaramente una delle linee di crescita trainanti. Non vendiamo una ‘AI in scatola’, vendiamo soluzioni di business in cui l’AI è l’acceleratore”.
Per fare in modo che il gap di formazione da colmare sia minimo, per Masperi la chiave è che l’AI capisca il contesto in cui opera. Grazie all’AI agentica questo oggi è sempre più possibile, e SAP è una delle tante aziende che negli scorsi mesi hanno presentato una schiera di ‘assistenti’ artificiali in grado di svolgere i compiti più disparati all’interno dell’azienda.
Gli agenti della multinazionale tedesca, disponibili nel copilot di AI generativa Joule, provvedono a compiti che ormai, secondo Masperi, sono diventati essenziali. “Già oggi possiamo affidare a un agente la gestione di una controversia di pagamento: va a recuperare ordini di acquisto, fatture, estratti conto, riconcilia i dati e prepara la soluzione. Non è più un controllo puntuale: coordina una sequenza di operazioni”.
È il primo passo verso una ‘autonomous enterprise’: gruppi di agenti che dialogano tra loro e si fanno carico di interi processi, dalla contabilità alla supply chain.
Ma perché non usare uno degli agenti più famosi, come quelli delle big tech americane, invece che le soluzioni messe a disposizione dall’azienda? Il motivo per Masperi è semplice. La ‘Business AI’ di SAP, fortemente integrata nel software aziendale, viene messa in condizione di comprenderne il contesto.
“Non è una tecnologia a sé stante, ma qualcosa che entra nei processi aziendali e li trasforma in risultati economici misurabili. L’esempio più immediato è proprio un agente Joule. Io stessa gli chiedo: ‘Dammi la linea di business che ha registrato il maggior incremento anno su anno nell’ultimo trimestre’. Joule capisce il significato della domanda, naviga attraverso fatture, ordini, margini, e risponde. Un ‘copilota artificiale’ generico, che non conosce la semantica del dato aziendale, questo non può farlo”.
Inoltre le aziende hanno sempre più bisogno di fornire ai dipendenti un’AI sicura. Un rapporto della società di sicurezza AI LayerX mostra che quasi il 45% dei dipendenti nelle grandi aziende usa regolarmente strumenti di GenAI (ChatGpt in testa) per lavorare e il 77% di chi usa questi tool incolla dentro dati aziendali; nel 22% dei casi si tratta di dati sensibili, mentre l’82% di queste interazioni avviene tramite account personali, non gestiti dall’IT aziendale, quindi completamente fuori dai sistemi corporate e dalle policy di sicurezza.
Non è un caso se la Business AI di SAP è profilata per ruolo. “Un magazziniere non può accedere alle informazioni riservate del Cfo, mentre l’assistente AI della supply chain legge solo giacenze, materie prime e ordini clienti per prevedere stock-out e problemi di fornitura, uno dei rischi più sentiti dalle aziende”, dice Masperi.
Per collegare dati interni ed esterni – dai dazi all’energia, fino ai macro-indicatori – SAP ha costruito un data layer che “sta dentro e sopra” le applicazioni. “Estendiamo la capacità di Joule andando a cercare dati esterni, ma mantenendo la coerenza semantica con il dato interno. Così, se il Cfo chiede l’impatto dell’aumento dei dazi in Asia-Pacifico sulla propria struttura costi, il sistema non si limita a mostrargli una tabella: riporta quei valori direttamente nella contabilità analitica”. Per garantire qualità e ‘pulizia’ dei dati, SAP ha stretto partnership con player come Databricks e Snowflake.
Sul piano macroeconomico, l’Ad vede nell’AI un possibile antidoto al declino demografico italiano. In un Paese che avrà meno forza lavoro, una tecnologia capace di aumentare la produttività “può essere una vera opportunità”.
La condizione è non farsi prendere né dai facili entusiasmi né dagli allarmismi: “L’intelligenza artificiale ha un potenziale enorme, ma va calata in contesti solidi. Può diventare un criterio di giudizio delle applicazioni per il business: tanto più sarà facile introdurre l’AI, tanto più quella soluzione software sarà davvero valida”.
Cosa vogliono le imprese italiane
Secondo uno studio globale di SAP che ha coinvolto 12.000 decision maker nel mondo, di cui 575 in Italia, le imprese italiane stanno investendo soprattutto in efficienza, semplificazione e innovazione, seppur guidata dall’AI.
Nel Paese il 69,4% delle aziende che già utilizzano agenti di AI ha riprogettato i propri processi procure-to-pay e il 50% delle aziende segnala risparmi significativi.
L’area maggiormente coinvolta in questo ambito è la supply chain. Le aziende italiane sono, inoltre, consapevoli del fatto che un’implementazione di successo dell’AI richiede competenze specifiche. Il 35,5% degli intervistati inserisce lo sviluppo o l’espansione delle competenze e dei talenti fra le aree di focalizzazione per sostenere la crescita del business.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)
