Il 2025 è stato l’anno dell’oro: mai cosi bene dal 1979

Il 2025 è stato l’anno dell’oro. Da inizio anno la quotazione è cresciuta di quasi il 70%: l’incremento più alto dal 1979, secondo molti analisti. Anche sotto Natale, gli investitori cercano ‘riparo’ da rischi geopolitici e tensioni negli Usa (tra Trump e Fed, ad esempio).

Il bene rifugio per eccellenza non si ferma più: la quotazione del contratto spot ha raggiunto i 4.497,82 dollari l’oncia, poi scesi a 4.481,1 dollari, comunque con un rialzo dello 0,85%.

Anche l’argento macina record: il contratto spot è arrivato a superare i 70 dollari e i future hanno toccato i 70,150 dollari.

Nel 2026 la corsa potrebbe continuare: Goldman Sachs prevede un prezzo medio di 4.900 dollari l’oncia.

I motivi del record dell’oro

Molti analisti sostengono che al centro del rally da record dell’oro ci siano le conseguenze delle mosse di Donald Trump tra dazi e guerra alla Fed americana, oltre alle tensioni mondiali.

Oltre all’attesa di un successore più ‘dovish’ rispetto a Jerome Powell, sostenuto da Trump, ci sono anche le previsioni sui tagli che arriveranno a inizio 2026: se ne prevedono due, e questo spinge gli investitori verso l’oro, perché aspettative di tasso di interesse più basse in genere significano rendimenti più bassi per investimenti come le obbligazioni.

Ma secondo Goldman Sachs le banche centrali a livello globale stanno puntando sull’oro per contrastare le turbolenze economiche e ridurre la dipendenza dal dollaro USA. E quest’ultimo è un tema fondamentale, che spesso passa in secondo piano rispetto ai rischi geopolitici.

La debolezza del dollaro

In un’analisi di inizio dicembre, Gabriel Debach, market analyst di eToro, ha anche ricordato che il successo dell’oro “deriva dal crepuscolo del dollaro. Dedollarizzazione, debasement del dollaro, posizioni short sull’USD: questi non sono stati solo slogan da trader affollati, ma i fili conduttori di un anno iniziato con l’euforia elettorale di novembre 2024. Eppure, come un dramma shakespeariano, l’ottimismo si è trasformato in un lento dissolversi”. Oggi l’indice US Dollar è in calo da inizio anno del 9,75%, a 97 punti, i minimi dal 2018.

“L’andamento di quest’anno ricalca quanto visto nel 2016, nel corso del primo mandato dell’amministrazione Trump”, secondo Debach. “Il congelamento delle riserve russe nel 2022 aveva già incrinato la fiducia, ma i dazi del 2025 hanno amplificato il rischio politico di detenere dollari. Il secondo elemento della parabola riguarda l’intreccio tra politica fiscale e monetaria. Quando nell’aria c’è incertezza sull’indipendenza della banca centrale, il mercato prezza immediatamente un dollaro più vulnerabile”.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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