L’Italia è “l’unico grande paese europeo” dove lo Stato spende più per la scuola superiore che per l’università. A dirlo è Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, durante l’inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’Università degli Studi di Messina.
Uno speech che accendendo i riflettori sullo stato attuale dell’attrattività del Paese per i più giovani, e quindi anche delle sue università, trascina a cascata tutte le priorità politiche ed economiche su cui bisognerebbe intervenire, facendo i conti con la realtà odierna: “Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30%”, ricorda il governatore.

In difesa del capitale umano
C’è l’istruzione universitaria in ritardo rispetto al resto d’Europa, nel discorso di Fabio Panetta, ma non solo: c’è la crisi demografica (che senza giovani non può essere risolta), c’è la stagnazione della produttività (che solo i giovani possono interrompere), c’è la necessità di un sostegno adeguato alle famiglie, alle imprese, al trasferimento tecnologico che possa chiudere il cerchio istruzione-sviluppo economico-crescita dei salari.
E c’è la valorizzazione del capitale umano come lo intendeva chi ha iniziato a parlarne mezzo secolo fa, il premio Nobel Theodore Schultz: “Il risultato degli investimenti che ciascuno di noi compie su sé stesso per sviluppare le proprie capacità e realizzare la propria libertà”, recita Panetta.
La valorizzazione di quel capitale umano, dice il Governatore, non “è soltanto una scelta individuale, ma una responsabilità collettiva. Investire in istruzione, ricerca e formazione significa allora investire a un tempo nelle potenzialità del Paese e nelle aspirazioni dei singoli: nella capacità dei giovani di scegliere, di crescere, di contribuire a un’economia più dinamica e a una società più giusta”.
Panetta: entro il 2050 7 milioni di lavoratori in meno
Non si può parlare di attrattività del Paese senza parlare di salari, e il Governatore ricorda che “dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia. Su questo andamento ha inciso in modo rilevante lo shock inflazionistico conseguente alla crisi energetica. Oggi in Italia i prezzi al consumo sono più alti del 20 per cento rispetto al 2019. Le retribuzioni nominali di fatto sono cresciute del 12, con una riduzione in termini reali di 8 punti percentuali. Negli altri principali paesi europei la perdita iniziale è stata invece riassorbita”.
Ma se le performance dell’economia italiana e le politiche fiscali hanno in parte assorbito le dinamiche dell’inflazione negli ultimi anni, il discorso di Panetta guarda a un orizzonte molto più lungo, e alla prospettiva che entro il 2050 l’Italia possa perdere oltre 7 milioni di persone in età lavorativa. con un impatto devastante sulla crescita economica.
Le cifre del Governatore di Banca d’Italia
I numeri sull’istruzione recitati da Panetta non sono nuovi, ma vengono spesso dimenticati:
- In Italia “un laureato trentenne guadagna oggi solo il 20 per cento in più di un coetaneo diplomato, un differenziale nettamente inferiore a quello degli altri principali paesi europei”.
- Gli universitari italiani sono il 30 per cento dei giovani; una quota aumentata ma che “resta tuttavia inferiore di 10 punti rispetto alla Germania e di 20 rispetto alla Francia”.
- Le risorse pubbliche destinate all’istruzione “sono meno del 4% del PIL, quasi un punto in meno della media dell’Unione europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro”.
- Non riusciamo ad attirare neanche universitari stranieri, tranne eccezioni (come la stessa Università di Messina, ricorda Panetta): “In Francia e in Germania gli studenti stranieri rappresentano oltre il 10 per cento del totale; nei Paesi Bassi il 18, nel Regno Unito il 23. In Italia la quota è inferiore al 5 per cento”.
La crisi demografica
Invertire il trend non risolve solo il nodo della competitività dell’istruzione italiana, ovviamente. Rendere attrattivo il Paese per i giovani significa valorizzare la sua università, e avere più giovani è anche l’unico antidoto alla drammatica crisi demografica del Paese, già colpita dalla cronica assenza di misure per la natalità degli ultimi decenni. Se ci fossero state le stesse che sono state introdotte in Francia, “oggi avremmo 75.000 nascite in più ogni anno”, senza intaccare l’evoluzione del mercato lavorativo: sempre Oltralpe “i livelli di fecondità̀ sono da anni superiori ai nostri, pur a fronte di una partecipazione femminile più elevata di 13 punti”.
Il risultato è che nel nostro paese il tasso di fecondità nel 2024 è sceso al minimo storico di 1,18 figli per donna, con le nascite che sono circa 170.000 in meno rispetto a trent’anni fa.

