Lanificio Drago: l’eccellenza che cresce senza perdere il filo delle origini

lanificio Drago

Quella di Drago Lanificio in Biella è la storia di un’azienda che ha scelto di restare, crescere e diventare riferimento del tessuto maschile su misura.

Paolo Drago è cresciuto letteralmente tra rocche di filo e l’odore della lana. “Non respiravo i tempi, come si direbbe oggi: respiravo proprio i filati,” ricorda. Negli anni ’70 i suoi genitori, Umberto e Laura, non possedevano ancora una filatura, ma acquistavano la materia prima, la facevano lavorare da terzisti e preparavano il filo per la vendita. Un’attività costruita con cura artigianale, ma ancora priva di un vero impianto produttivo. Il piccolo Paolo girava in bicicletta nel magazzino sotto casa, tra scatoloni e rocche. Era il 1973, ma la storia iniziava ancora prima: suo padre veniva da tutt’altro mestiere – era panettiere, vendeva grissini. “Si partiva così, in quegli anni: con tanta voglia di fare, spirito di adattamento e passione. E forse è proprio da lì che nasce tutto”. Negli anni ’70 i genitori Drago non si definivano imprenditori ma commercianti. Lavoro pragmatico, centrato sulla vendita, senza ambizioni industriali. Ma alla fine del decennio, con il boom del tessile biellese, la domanda cresceva più della capacità produttiva disponibile. Paolo, giovanissimo, viene incaricato di cercare nuove filature a cui poter affidare la produzione del filo fuori provincia. “Vendevamo più di quanto i terzisti riuscissero a produrre: era un problema, ma anche un segnale. Il segnale che stavamo crescendo, e forse stavamo davvero diventando qualcosa di più di semplici commercianti”.

Da quella stagione Paolo eredita soprattutto un insegnamento: prima ancora di essere imprenditori, bisogna essere persone affidabili. Quando lui e la sorella Daniela entrano in azienda, negli anni ’80, lo fanno per necessità e per responsabilità. I clienti chiedevano continuità, volumi certi, programmazione. La famiglia capisce che per mantenere la parola bisognava andare oltre il commercio, e così decide di entrare in società con due filature biellesi, per garantirsi una quota fissa di produzione. Quel passaggio segna la prima trasformazione dell’azienda in realtà produttiva.

All’epoca il settore era rigidissimo, a febbraio si arrivava spesso a vendere già l’intera potenziale produzione dell’anno. Eppure proprio in quel contesto i fratelli iniziarono a immaginare un futuro diverso per Drago. La vera svolta arriva però negli anni ’90. Mentre molte imprese delocalizzavano in Europa dell’Est o in Cina, la famiglia Drago scelse deliberatamente la strada opposta: restare in Italia. Per salvare le proprie filature e mantenere il controllo della qualità, occorreva però compiere un ulteriore salto. Bisognava diventare lanificio. “Capimmo che non bastava produrre solo filati. Dovevamo trasformare quel filo in tessuto”.

Così rilevano alcune realtà biellesi in difficoltà e le rimettono in piedi. È da quella scelta controcorrente che nasce l’identità attuale dell’azienda: una delle pochissime realtà totalmente verticalizzate, dal fiocco al prodotto finito. “Ogni metro di tessuto Drago racconta una storia interamente italiana, tracciabile e autentica”.

Oggi la sostenibilità è parte integrante della loro identità. L’azienda ha da poco firmato il primo bilancio di sostenibilità e ha completato in anticipo la certificazione RWS per le lane. Ma Paolo è netto: la sostenibilità non può essere solo un timbro. “Assistiamo a troppe certificazioni prive di controlli reali. Noi crediamo nella coerenza tra ciò che dichiari e ciò che produci”. Lo stesso discorso vale per il Made in Italy. “Conta ancora moltissimo, ma non tutto ciò che lo porta è davvero italiano”. I casi di produzioni semi-clandestine o opache inficiano il valore di un marchio costruito con decenni di qualità. “Il Made in Italy deve essere verificabile, non solo dichiarato.” In un mercato in cui la velocità sembra dominare, Drago rivendica un approccio più profondo: cura, tracciabilità, continuità. “Il vero lusso è sapere da dove viene ciò che indossi e chi l’ha realizzato”.

Oggi la storia continua con Filippo, figlio di Paolo, che ha scelto di rientrare a Biella dopo gli studi a Milano. “Non me lo aspettavo,” confessa il padre. “In una famiglia con quattro figli tra me e mia sorella, non era scontato che qualcuno volesse continuare”.

Filippo ha fatto due anni di gavetta nei reparti e ora guida il progetto di digitalizzazione e rinnovamento dei sistemi informatici, oltre a iniziare il percorso commerciale-industriale. Una nuova generazione che porta innovazione senza perdere il radicamento. Nel frattempo i giovani collaboratori cresciuti in azienda rappresentano una linfa nuova, contribuendo a una squadra che unisce competenze tecniche storiche e visione contemporanea.

E il futuro? “Il vero obiettivo è il 2028,” dice Paolo. È l’anno della “fabbrica del futuro”: un capannone di 6.000 metri quadrati appena acquisito, che diventerà un hub produttivo moderno, efficiente, umano. Un luogo dove tecnologia e benessere dei lavoratori procederanno insieme. All’estero Drago ha già mosso passi decisivi, come l’apertura nel 2025 del magazzino logistico di Pechino, che permette di consegnare tessuti italiani in tutta la Cina in 24 ore.

Ma il desiderio più grande è che il futuro appartenga ai giovani: “Di mio figlio, certo, ma anche dei ragazzi che crescono con noi. Se tra dieci anni saremo ancora più innovativi, ma con lo stesso cuore artigianale, allora significherà aver fatto la nostra parte.” E il motto della famiglia? Paolo sorride: “Lo abbiamo scritto qualche anno fa: ‘La responsabilità del far bene, in un miglioramento costante’. È ciò che ci ha guidato fin dall’inizio. E ciò che continuerà a guidarci”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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