Simona Ercolani racconta il suo metodo di lavoro, dall’eredità del servizio pubblico alle piattaforme, tra responsabilità editoriale, costruzione delle storie e visione d’impresa.
Produttrice, autrice e imprenditrice, Simona Ercolani è una delle figure più influenti della televisione italiana contemporanea. Alla guida di Stand By Me, società che ha interpretato e guidato l’evoluzione della cosiddetta ‘Tv della realtà’, ha lavorato sia con reti generaliste sia con piattaforme digitali, confrontandosi con linguaggi, pubblici e modelli produttivi molto diversi. In questa intervista racconta come è cambiato il racconto televisivo, come si sceglie e si costruisce una storia, e come si conciliano creatività e gestione aziendale.
Come è cambiata la ‘Tv della gente’ negli anni?
Ho avuto la fortuna di lavorare negli anni della direzione di Angelo Guglielmi, il teorico della Tv della realtà. In quegli anni c’era un intento culturale e politico: raccontare la realtà non solo per intrattenere, ma per comprenderla, migliorarla e denunciarne le storture. Per esempio, quando lavoravo a ‘Chi l’ha visto?’ alla fine degli anni Novanta, il nostro scopo era anche aiutare a risolvere problemi concreti e dare voce a chi non ce l’aveva.
Nel tempo, però, il racconto della realtà è sempre più diventato intrattenimento, con la spettacolarizzazione che coinvolge anche la cronaca nera. Oggi i factual, gli unscripted e i docureality rimangono i linguaggi principali, ma la differenza sostanziale è l’intenzione con cui vengono utilizzati: si può semplicemente fare spettacolo, oppure raccontare con profondità e rispetto.
Come è cambiato il suo approccio narrativo nel tempo?
Il mio lavoro è sempre stato raccontare storie, declinate in generi diversi: documentario, factual, intrattenimento, scripted. Momenti fondamentali sono stati i miei primi documentari con ‘Storie vere’, l’esperienza come inviata di ‘Chi l’ha visto?’ e poi ‘Sfide’, un programma di storia dello sport che ho ideato e diretto per vent’anni, rivolto non solo agli appassionati ma a un pubblico più ampio.
Ogni progetto ha segnato una crescita, ma diventare produttrice è stato decisivo: mi ha permesso di avere una visione completa, di scegliere storie e collaboratori, e di costruire i progetti secondo un mio approccio narrativo. La tenacia, la professionalità e anche un po’ di fortuna sono stati fondamentali.
Come seleziona storie e protagonisti?
La scelta si basa su una combinazione di sensibilità editoriale e criteri tecnici. Seguiamo il modello del viaggio dell’eroe, che poi è lo stesso di Ulisse nell’Odissea: la struttura narrativa classica ci aiuta a dare forma alle storie. Poi consideriamo il target, l’orario e il canale, perché ogni prodotto deve parlare a un pubblico preciso.
Le storie arrivano da passaparola, conoscenze, osservazioni nei luoghi di vita quotidiana: piazze, circoli, sindacati, mercati. Si osserva, si ascolta e si valuta l’effetto sullo schermo, senza incontrare le persone prima del necessario. Poi approfondiamo con location, promo e sviluppo del format. È un lavoro che richiede pazienza, attenzione e rispetto per chi raccontiamo.
Qual è il ruolo di factual, unscripted e docureality?
Raccontare bene le storie senza perdere la responsabilità verso il pubblico. Questi linguaggi permettono di entrare nella vita delle persone comuni e di costruire un racconto che sia insieme epico e veritiero. Non è solo intrattenimento: è anche educazione, empatia e riflessione.
La differenza tra un buon prodotto e uno debole sta nella cura dei dettagli, nella selezione delle storie, nella complessità che si riesce a trasmettere, non nel formato di per sé. Anche un reality può essere un racconto significativo se fatto con responsabilità e professionalità.
Che impatto sociale hanno le sue produzioni?
Raccontare persone comuni e la loro quotidianità ha un grande valore sociale. Permette al pubblico di identificarsi, di sentirsi rappresentato e di percepire che le esperienze di tutti i giorni possono essere importanti.
Storie semplici, ma raccontate con rispetto, possono stimolare riflessione, empatia e ottimismo. Questo tipo di racconto contribuisce a una rappresentazione più equilibrata della realtà e può migliorare il senso di comunità e la percezione del mondo.
Quali differenze tra televisione lineare e piattaforme digitali?
Le piattaforme a pagamento hanno un linguaggio più anglosassone, racconti più veloci, complessi e pensati per un target giovane e con un profilo socio-economico alto. La generalista lineare, invece, offre un racconto più lento, rassicurante e accessibile, basato sull’abitudine e sulla fiducia dello spettatore.
Per fare un esempio, racconto spesso Cappuccetto Rosso: in Rai si parte da ‘C’era una volta una bambina…’, su Netflix il lupo appare subito, travestito da nonna, e il ritmo è serrato. Anche l’esperienza sensoriale cambia: la televisione generalista, quella fatta bene, è come un piatto di spaghetti al pomodoro, semplice e familiare; le piattaforme sono più simili a una cena fuori, con scelta e rischio, più complessa e articolata.
Come concilia creatività e gestione aziendale alla guida di Stand By Me?
La creatività da sola non basta, senza considerare budget, produzione e strategia commerciale. Ho iniziato autoproducendo documentari e oggi Stand By Me è un’impresa con molte persone a tempo indeterminato. Il ruolo manageriale serve a sostenere la creatività, garantire posti di lavoro e mantenere una struttura solida. Penso alla società come a una boutique: alta sartoria, forte identità editoriale, cura dei dettagli e presenza costante sul mercato.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)
