Dai saloni di via Condotti ai collezionisti internazionali, Carlo Eleuteri apre le porte di un mondo dove ogni gioiello custodisce storia e mistero .
Quando Carlo Eleuteri varca la soglia del suo storico negozio in via dei Condotti 69, accanto a lui c’è Massimiliano Fuksas. Architetto, amico, cliente di lunga data. Si fermano a parlare, senza fretta. Eleuteri apre le vetrine, prende in mano un bracciale, poi un anello, una collana. I gesti sono misurati, quasi rituali. Ogni pezzo viene raccontato come si racconta un’opera d’arte: per il disegno, per le pietre, per la storia che porta con sé. Intorno, tra gioielli antichi e vintage, quadri, sculture e oggetti rari, il negozio restituisce l’idea di una Wunderkammer contemporanea, sospesa tra collezionismo e memoria.
Eleuteri non è solo una gioielleria, ma una storia che attraversa più di un secolo. Le sue origini risalgono al 1894, quando la famiglia apre un elegante caffè a pochi passi da piazza di Spagna, frequentato dall’aristocrazia romana, da artisti e intellettuali.
È con Pietro Eleuteri, appassionato collezionista, che l’attività si sposta progressivamente verso l’antiquariato. Negli anni Sessanta nasce il primo negozio, e sarà Carlo, terza generazione, a trasformare quella vocazione in una specializzazione riconosciuta a livello internazionale nel gioiello antico e vintage.
La vostra è una storia familiare legata all’arte e al collezionismo. Da dove nasce la passione per il vintage e per l’antico?
La passione nasce prima di me. Papà era un antiquario generico e io ho cominciato molto presto, avevo diciannove anni. Mio padre era mancato quando ne avevo diciassette e mi sono ritrovato quasi subito a portare avanti il negozio di famiglia. All’inizio ero anch’io un antiquario generico, poi piano piano mi sono specializzato nei gioielli, mantenendo però sempre un coté legato all’oggettistica: bronzi, quadri, sculture.
Questo aspetto non l’ho mai abbandonato, anche perché come collezionista propendo più per gli oggetti d’antiquariato che per i gioielli. Solo più tardi, anche grazie alle mie figlie, ho cominciato a collezionare anche monili.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per pietre un tempo considerate meno pregiate, come tormaline e spinelli. Quali sono oggi le più ricercate?
C’è una grande attenzione per le tormaline Paraiba, che hanno acquisito molto valore. Anche le acquemarine sono cresciute moltissimo: un tempo erano pietre di fascia intermedia, oggi hanno quotazioni elevate. Poi ci sono i topazi imperiali, da non confondere con i quarzi topazio o le citrine: mineralogicamente sono tutt’altra cosa.
Gli spinelli hanno una storia affascinante. Per secoli sono stati considerati rubini. Il Great Ruby della corona inglese, per esempio, è in realtà uno spinello. Oggi finalmente sono stati rivalutati. Adesso è anche il momento dello zaffiro giallo e di varietà rare come il Padparadscha.
Com’è cambiato il profilo del cliente di gioielli?
Noi lavoriamo nel vintage e ci rivolgiamo a chi cerca oggetti non più in produzione, iconici, che hanno segnato lo stile di maison come Bulgari, Cartier, Van Cleef & Arpels o Buccellati.
Negli ultimi dieci anni la clientela è diventata soprattutto internazionale ed è molto attratta dalla griffe. Un gioiello firmato ha già superato un vaglio di qualità severissimo, dal disegno alla costruzione, fino alla scelta delle pietre.
Il mercato dei diamanti è cambiato profondamente dopo l’arrivo dei diamanti di laboratorio, che negli Stati Uniti rappresentano fino al 50% delle vendite di gioielli nuziali. Come vede questo fenomeno?
Sicuramente ha inciso molto sul valore dei diamanti naturali, che negli ultimi tre anni hanno perso terreno. Credo però che, passata questa sorta di ubriacatura del diamante di laboratorio, il mercato tornerà a valorizzare il diamante naturale. Oggi è sempre possibile distinguere un diamante naturale da uno creato in laboratorio.
Succede già nelle pietre di colore: rubini, zaffiri e smeraldi naturali, non trattati, hanno una forbice di valore enorme rispetto a quelli riscaldati o modificati artificialmente. Credo che anche per i diamanti succederà lo stesso.
Anche l’argento ha raggiunto quotazioni molto alte. Che effetti vede sul mercato?
L’argento è penalizzato da un cambiamento culturale. Una volta era il regalo tipico per matrimoni e ricorrenze importanti. Oggi si compra soprattutto per uso personale, ma è più difficile da gestire.
Esiste però un mercato da collezione, più legato all’antiquariato. L’aumento del prezzo è legato soprattutto a dinamiche inflazionistiche, mentre l’oro è diventato il bene rifugio per eccellenza.
Quanto conta la storia di un gioiello rispetto all’estetica o alla firma?
Per il cliente italiano conta relativamente poco. L’italiano guarda soprattutto alla qualità dell’oggetto. La provenienza è un plus, ma raramente è determinante. Per il cliente americano, invece, la storia dell’oggetto è fondamentale.
Che consiglio darebbe a chi si avvicina oggi al collezionismo?
Puntare sulla qualità e sull’autenticità. Conta che l’oggetto rappresenti davvero il periodo in cui è stato realizzato, che non sia una replica. Disegno, stile, rarità e qualità dell’esecuzione fanno la differenza.
Nel corso della sua carriera ha incontrato collezionisti, artisti e personalità di ogni tipo. C’è un aneddoto che le è rimasto particolarmente impresso?
Uno degli episodi più curiosi risale alla metà degli anni Ottanta, a Porto Rotondo. Gianni Versace era già mio cliente. Un giorno stavo mostrandogli alcuni oggetti nel negozio quando improvvisamente andò via la luce. Pensavamo che sarebbe tornata dopo pochi minuti, come spesso accadeva, invece non succedeva nulla.
Continuammo a guardare i pezzi a lume di candela. Alla fine comprò quarantacinque oggetti. Oggi sarebbe impensabile vendere così, ma quella era un’altra epoca. Qualche anno dopo mi portò Elton John a Porto Cervo. Io arrivai direttamente dal mare, in costume.
Elton John guardò a lungo le vetrine e fece una quantità incredibile di regali al suo entourage.
Ma insomma, alla fine Fuksas cos’ha acquistato?
(Ridendo, ndr) Questo non posso proprio rivelarglielo. Ho l’obbligo di tutelare la privacy dei miei clienti, soprattutto se si tratta di amici fraterni.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)
Foto di Massimo Trifilio

