La storia delle scienze sociali è disseminata di episodi in cui la teoria incontra il passato e vi ritrova riflessi tanto interessanti quanto inattesi. Raramente, tuttavia, un singolo episodio storico si presta con tale nitidezza a essere riletto attraverso molteplici lenti teoriche contemporanee. Il duello fra Prisco e Vero dell’anno 80 d.C. è uno di questi casi. Marziale, poeta latino contemporaneo che era verosimilmente presente all’evento, dedica a questo combattimento uno degli epigrammi più celebri del Liber Spectaculorum, raccolta composta per magnificare i giochi inaugurali del Colosseo. La sua testimonianza è preziosa non soltanto quale documento storico ma anche quale narrazione di un evento che colpì profondamente l’immaginario collettivo romano dell’epoca: due gladiatori di altissimo livello si affrontano con pari valore, continuano a lottare senza sosta per molto tempo ma nessuno cede, e l’imperatore Tito, commosso dall’eccellenza di entrambi, decreta che nessuno dei due ha perduto ma che entrambi alla fine vengano liberati. Questo articolo propone una lettura economico-manageriale dell’episodio, articolata in tre sezioni interpretative: la prima riconduce il combattimento alla logica della coopetizione; la seconda lo inquadra nell’ambito della teoria dei giochi ripetuti; la terza lo interpreta attraverso la teoria delle risorse e delle capacità strategiche.
L’evento storico: Prisco, Vero e la rudis
L’anno 80 d.C. è segnato da un evento singolare: l’inaugurazione dell’Anfiteatro Flavio (il Colosseo) di Roma voluta dall’imperatore Tito, figlio di quel Vespasiano che aveva inizialmente concepito l’opera. I giochi nell’arena durarono ben cento giorni e coinvolsero migliaia di gladiatori, belve feroci e combattimenti navali. Fra tutti gli spettacoli, Marziale scelse di immortalare un singolo combattimento: quello tra Prisco e Vero, evidentemente considerato il più memorabile dell’intera rassegna.
L’epigramma di Marziale descrive due guerrieri di pari forza e abilità che si affrontano per un tempo lunghissimo, quasi interminabile, senza esclusione di colpi e senza che nessuno dei due riesca a prevalere sull’altro. Il pubblico è letteralmente in delirio. La folla invoca platealmente la missio, ovvero la grazia, per entrambi. Tito, dopo aver a lungo osservato e pensato, per ingraziarsi il popolo decide di non forzare l’esito dell’incontro: concede pertanto lo stans missus, il pareggio in piedi, e dona a ciascuno dei due combattenti la rudis, la spada di legno simbolo del congedo definitivo dall’arena e dell’agognato conseguimento della libertà e la palma della vittoria.
Si tratta di un evento straordinariamente raro sotto molteplici profili. In primo luogo, lo stans missus era una soluzione veramente rara ed eccezionale, riservata a combattimenti di straordinario equilibrio. In secondo luogo, la contemporanea concessione della rudis a entrambi i contendenti non ha precedenti documentati di eguale rilievo. In terzo luogo, il fatto che l’imperatore in persona decretasse la libertà di due gladiatori nel contesto dei giochi inaugurali dell’anfiteatro più vasto e prestigioso del mondo romano conferisce all’episodio una valenza simbolica e politica di primissimo piano. Prisco e Vero uscirono dal Colosseo come uomini liberi, avendo entrambi vinto senza sconfiggere nessuno. Si potrebbe dire che, una volta tanto, la virtù dei lottatori superò la brutalità dell’arena.
Coopetizione: creare insieme un valore che nessuno avrebbe potuto creare da solo
Il concetto di coopetition, forgiato dalla fusione di due termini precedentemente considerati antitetici cooperation e competition, nell’ambito degli studi manageriali venne proposto da Adam Brandenburger e Barry Nalebuff nel loro volume fondativo del 1996 e poi teorizzato da altri autori. La coopetizione rappresenta situazioni in cui attori formalmente in competizione fra di loro generano, mediante la loro interazione strategica, un valore che nessuno dei due avrebbe potuto produrre individualmente. Germogliata in ambito economico-manageriale, questa logica si è progressivamente estesa ad altri domini scientifici.
Nel combattimento fra Prisco e Vero la struttura coopetitiva è evidente, benché implicita. I due gladiatori si affrontano con l’obiettivo dichiarato di sconfiggere l’avversario: la competizione è totale, reale, mortale. Eppure, combattendo entrambi al massimo delle loro capacità con pari intensità e pari valore, essi co-producono uno spettacolo di qualità tale da spingere l’imperatore a una decisione altrimenti inconcepibile.
Il paradosso coopetitivo è perfettamente leggibile: se uno dei due avesse rapidamente sopraffatto l’altro, il vincitore sarebbe rimasto schiavo nell’arena e il perdente sarebbe morto o comunque uscito ferito e sconfitto. Entrambi avrebbero ottenuto molto di meno. Combattendo invece alla pari, senza cedere e senza abbattersi, i due gladiatori co-creano il valore della loro stessa libertà, un valore che nessuno dei due avrebbe potuto conquistare da solo, nemmeno vincendo. È la logica del gioco a somma positiva: la dimensione della torta si è ingrandita così tanto da consentire a entrambi di avere di che mangiare.
Va precisato che questa cooperazione non fu intenzionale nel senso strategico moderno di strategia coopetitiva: Prisco e Vero non si accordarono in anticipo per combattere alla pari. Ma questa condizione non confuta la lettura coopetitiva; al contrario, la arricchisce. La coopetizione emerge come struttura oggettiva dell’interazione, indipendentemente dalle intenzioni soggettive dei partecipanti; il che suggerisce che la logica coopetitiva possa essere più profonda e universale di quanto talune applicazioni squisitamente manageriali tendano a mostrare. Si parla a tal riguardo di coopetizione emergente o spontanea.
Teoria dei giochi ripetuti e tit-for-tat: la forza della reputazione
La teoria dei giochi distingue fra giochi singoli e giochi ripetuti. Nel gioco singolo, la strategia dominante è frequentemente quella egoistica: tradire, defezionare, massimizzare il guadagno immediato. Questo è il cuore pulsante del classico dilemma del prigioniero. Ma quando il gioco si ripete, e i giocatori lo sanno bene, emergono equilibri cooperativi altrimenti irrealizzabili. Il meccanismo è guidato da quanto Robert Axelrod chiamò enfaticamente shadow of the future: l’ombra del futuro. Quanto più i giocatori danno peso alle interazioni future rispetto a quella presente, tanto più la cooperazione diventa razionalmente conveniente. La reputazione acquisisce valore economico: un giocatore che ha dimostrato onestà e reciprocità nelle interazioni passate ottiene partner migliori, condizioni migliori, maggiori probabilità di sopravvivenza nelle partite future.
Prisco e Vero erano gladiatori professionisti con carriere già consolidate alle loro spalle. La loro reputazione, il cd. nomen nell’arena, era il loro principale asset. Combattere con valore, resistere a lungo, non cedere in maniera disonorevole: tutto questo costruisce e protegge la loro reputazione che si riverbera in ogni futuro incontro, in ogni futura contrattazione con il lanista, l’organizzatore dei giochi gladiatori. Nella logica del gioco ripetuto, essi stavano investendo nel loro futuro.
Nei celebri tornei computerizzati condotti da Axelrod negli anni Ottanta, la strategia vincente nei giochi ripetuti non fu la più sofisticata e neppure la più aggressiva, bensì la più semplice: il tit-for-tat, ovvero quella di “rispondere colpo su colpo”. Il principio è veramente essenziale: coopera alla prima mossa segnalando il tuo intento, poi ripeti esattamente quello che l’avversario ha fatto al turno precedente. Una strategia semplice e cristallina, non astiosa ma neppure arrendevole. Il suo vigore sta nel segnalare chiaramente: sono disposto a cooperare, ma rispondo alla defezione con la defezione e alla cooperazione con la cooperazione.
Nel duello fra Prisco e Vero si ravvisa una dinamica strutturalmente affine. I due combattenti si trovano in un equilibrio di reciprocità: tu dai il massimo, anch’io do il massimo; tu resisti, anch’io resisto; tu non cedi disonorevolmente, nemmeno io cedo. Questo schema, che potrebbe risolversi nel detto “rispondo al tuo valore con il mio valore”, è esattamente la logica del tit-for-tat applicata a un contesto non cooperativo esplicito ma strutturalmente equivalente. Il risultato è un equilibrio strategico che nessuno dei due potrebbe mantenere unilateralmente. Se uno cedesse, l’equilibrio si romperebbe e il valore co-prodotto svanirebbe. La tenuta dell’equilibrio strategico dipende dal continuare a sostenere la reciprocità e questa reciprocità genera, alla fine, l’esito inatteso e superiore: la libertà di entrambi.
Risorse e capacità strategiche: la rudis quale riconoscimento delle risorse rare
La teoria delle risorse e delle capacità strategiche (resource-based theory-RBT), concepita da Edith Penrose nel 1959 e teorizzata da Jay Barney e da Margie Peteraf circa tre decadi fa, suggerisce che il vantaggio competitivo di un’organizzazione (o di un individuo) derivi dal possesso di risorse che siano al contempo di valore, rare, inimitabili e non sostituibili (cd. approccio VRIN).
Applicata al combattimento fra Prisco e Vero, la teoria delle risorse offre una prospettiva complementare e illuminante. I due gladiatori erano portatori di risorse e capacità strategiche individuali di altissimo livello: competenze tecniche superiori, resistenza fisica eccezionale, intelligenza tattica raffinata da anni di combattimento e – verosimilmente la risorsa più rara – la capacità di mantenere la piena efficienza sotto pressione massima per un tempo prolungato.
Tali risorse e capacità soddisfano pienamente i criteri VRIN (valore, rarità, inimitabilità e non sostituibilità). Sono di valore perché creano un valore poderoso per il pubblico e per l’imperatore. Sono rare, infatti non tutti i gladiatori erano in grado di combattere a quel livello. Sono inimitabili dacché il percorso di addestramento, l’esperienza e il temperamento necessari per raggiungerle sono unici e non replicabili nel breve periodo. Sono non sostituibili giacché nessuna risorsa alternativa avrebbe potuto produrre il medesimo effetto sul pubblico e sull’imperatore.
La concessione della rudis e della palma della vittoria da parte dell’imperatore romano è, in questa lettura, il riconoscimento istituzionale di un vantaggio competitivo di natura esclusiva: Tito non libera due sconfitti né due mediocri. Libera due individui le cui risorse e capacità sono così rare e preziose da meritare un trattamento che trascende le regole ordinarie del gioco. La rudis è, in termini della RBV, la certificazione pubblica di un capitale umano irreplicabile.
Vi è un ulteriore ingrediente degno di nota: le risorse e le capacità di Prisco e Vero non sono soltanto tecniche ma includono un’essenziale componente reputazionale e relazionale, quello che la letteratura di strategia d’impresa chiama “capitale sociale” e “capitale simbolico”. La loro fama nell’arena, costruita nel corso di anni di combattimenti, è parte integrante del loro valore strategico. È precisamente questa leva reputazionale accumulata nel tempo che rende il loro incontro l’evento culminante dei giochi inaugurali e che motiva la decisione straordinaria dell’imperatore.
Conclusione
Il combattimento fra Prisco e Vero dell’80 d.C. nel Colosseo non è soltanto un eccezionale episodio di storia romana. È un episodio paradigmatico che attraversa i secoli e si lascia leggere con sorprendente limpidezza attraverso una triade di lenti teoriche contemporanee, mostrando che taluni schemi di interazione strategica sono così profondi da trascendere il loro contesto storico d’origine. La coopetizione mostra come due soggetti rivali abbiano co-creato un valore – ovvero la propria libertà – che nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere da solo, nemmeno vincendo nell’agone. I giochi ripetuti e il tit-for-tat spiegano come la reciprocità protratta e l’investimento in reputazione producano equilibri superiori rispetto alla defezione unilaterale. La teoria delle risorse rivela come il riconoscimento istituzionale del vantaggio competitivo nella forma della rudis imperiale segua logiche che ritroviamo intatte nella teoria manageriale attuale.
Quello che rende questo episodio particolarmente prezioso è la sua autenticità: non v’è rumore di fondo, non vi sono variabili che scompaginano il quadro. C’è solo un’arena, due uomini, un imperatore e una folla. E da questa semplice cornice emerge una struttura di interazione strategica che la teoria economica e manageriale ha impiegato decenni a formalizzare e a rendere esplicita. Come scrisse Marziale, e la sua intuizione poetica coglie qualcosa che le nostre teorie non possono far altro che avvalorare, par et uterque fuit: erano pari, e lo erano entrambi.
