Quando Jensen Huang ha elogiato OpenClaw la scorsa settimana, l’effetto si è fatto sentire rapidamente fino a Hong Kong. Le azioni di MiniMax e Zhipu AI sono balzate di oltre il 20% dopo che il Ceo di Nvidia ha definito, in un’intervista a CNBC, il framework open source “il prossimo ChatGPT”.
Per anni gli investitori stranieri hanno considerato lo sviluppo dell’AI in Cina come un tentativo limitato e di seconda fascia. Oggi, però, molti strateghi ritengono che il Paese possa essere meglio posizionato rispetto agli Stati Uniti, grazie a una combinazione di energia a basso costo, crescita degli investimenti e una vasta comunità di sviluppatori open source. Allo stesso tempo, cresce il dubbio che il boom dell’AI negli USA, dopo anni di valutazioni elevate e massicci investimenti in infrastrutture, stia rallentando.
“Abbiamo ridotto la nostra esposizione al settore tecnologico statunitense”, ha dichiarato Mohit Kumar di Jefferies durante un evento a Hong Kong. “Riteniamo che la Cina sia la principale vincitrice di questa sfida tecnologica, per ragioni che includono valutazioni più favorevoli, maggiore diffusione dell’IA e un vantaggio nella produzione di energia”.
Il divario tra Cina e Stati Uniti
Anche Chris Wood, responsabile globale della ricerca azionaria di Jefferies, sottolinea il divario: mentre la Cina può contare su abbondante energia a basso costo, gli Stati Uniti devono affrontare un significativo collo di bottiglia energetico.
Secondo Goldman Sachs, la Cina disporrà entro il 2030 di circa 400 gigawatt di capacità energetica in eccesso, una quantità pari a tre volte il fabbisogno globale dei data center. Negli USA, invece, infrastrutture obsolete e capacità produttiva insufficiente stanno contribuendo all’aumento dei prezzi dell’energia, soprattutto in stati chiave come la Virginia.
Il divario è evidente anche nei costi: nelle province occidentali cinesi, come Ningxia e Gansu, l’elettricità può costare circa cinque centesimi per kilowattora, contro i 25 centesimi di Pechino o Shanghai e fino a 40 centesimi in alcune aree degli Stati Uniti. Come ha evidenziato Henry He di Baidu, l’energia può rappresentare fino al 35% dei costi operativi dei sistemi di IA.
La forza manifatturiera cinese rappresenta un ulteriore vantaggio, soprattutto per le applicazioni che interagiscono con il mondo fisico. A Baidu, ad esempio, i robotaxi Apollo riescono a operare in pareggio nella città di Wuhan applicando tariffe estremamente contenute.
Negli Stati Uniti, i produttori di robotaxi sono spesso costretti a scegliere tra sensori LiDAR e telecamere per contenere i costi. In Cina, invece, entrambe le tecnologie risultano accessibili grazie alla filiera produttiva locale. Lo stesso vale per l’aviazione autonoma: aziende come EHang beneficiano di una supply chain nazionale che garantisce componenti a prezzi competitivi, consentendo di ridurre i costi finali dei veicoli.
Un ciclo americano vicino al picco?
L’ottimismo verso la Cina si accompagna a crescenti interrogativi sugli Stati Uniti. Secondo Chris Wood, gli investitori stanno iniziando a mettere in discussione l’entità degli investimenti nelle infrastrutture AI, e la spesa potrebbe raggiungere il picco già quest’anno.
Il mercato del private equity statunitense, inoltre, mostra segnali di tensione: molte società restano in attesa di quotazione e gli investimenti nel software rischiano di essere messi in discussione proprio dall’avanzata dell’intelligenza artificiale.
Il fallimento di First Brands Group ha già scosso il settore del credito privato, spingendo operatori come Blue Owl a limitare i riscatti. La recente volatilità legata all’AI ha aggravato la situazione, portando anche gruppi come BlackRock e Morgan Stanley ad adottare misure simili.
Monetizzare l’AI
Nonostante i vantaggi strutturali, le aziende cinesi devono affrontare un mercato estremamente competitivo, in cui è difficile imporre prezzi elevati. “È improbabile che una singola azienda riesca a mantenere stabilmente il miglior modello a livello globale”, ha osservato Henry He. Baidu, pioniera con il modello ERNIE, ha già perso terreno rispetto a concorrenti come Alibaba e DeepSeek.
Anche i risultati finanziari lo dimostrano: MiniMax ha registrato ricavi per 79 milioni di dollari a fronte di una perdita netta di 1,8 miliardi, senza tuttavia scoraggiare gli investitori. Il problema è globale: nel settore dell’AI, il vantaggio tecnologico può svanire rapidamente, poiché nuovi modelli raggiungono prestazioni simili in tempi brevi, spesso con approcci open source.
Secondo Wood, i fornitori di grandi modelli linguistici rischiano di trasformarsi in utilities: attività ad alta intensità di capitale, standardizzate e con margini limitati. Il vero potenziale, invece, sarebbe nelle applicazioni — soprattutto economiche — rese possibili da modelli aperti e da energia a basso costo.
Il ruolo crescente dell’AI “agentica”
Il prossimo terreno di competizione potrebbe essere rappresentato dall’AI agentica. In Cina, numerose aziende stanno sviluppando framework ispirati a OpenClaw, mentre le autorità locali incentivano la nascita di startup, anche molto piccole. Le grandi piattaforme digitali offrono un vantaggio decisivo. Tencent, con la sua app WeChat, raggiunge oltre 1,3 miliardi di utenti e ospita milioni di mini-programmi.
Secondo Michael Bruck di 71 Capital, proprio qui potrebbero emergere le innovazioni più interessanti: l’evoluzione naturale dei mini-programmi potrebbe infatti essere rappresentata da agenti intelligenti integrati direttamente nella piattaforma.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com.
