È il combustibile fossile più inquinante al mondo. Eppure resterà nel mix energetico italiano almeno fino al 2038. Il rinvio dello stop al carbone, inizialmente fissato dal Piano nazionale energia e clima a dicembre 2025, segna uno slittamento di tredici anni che racconta molto più di una scelta energetica.
La decisione nasce da una priorità precisa: garantire la sicurezza energetica in un contesto internazionale sempre più instabile. La crisi in Medio Oriente sta infatti mettendo sotto pressione le forniture di gas, in particolare quelle provenienti dal Qatar, fonte rilevante per la produzione elettrica italiana. In questo scenario, il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di mantenere operative le centrali a carbone come soluzione di emergenza, con l’obiettivo di mitigare eventuali shock sui prezzi dell’energia e ridurre il rischio di interruzioni.
Attualmente in Italia sono ancora attive quattro centrali a carbone, situate a Brindisi, Civitavecchia, Fiume Santo e Portovesme. Tre di queste fanno capo a Enel, mentre l’impianto di Fiume Santo è gestito da EP Produzione.
Si accende il dibattito politico
Il rinvio è stato inserito nel decreto bollette attraverso emendamenti parlamentari presentati da Lega e Azione e ha immediatamente acceso il dibattito politico, soprattutto per le implicazioni ambientali, dall’inquinamento al surriscaldamento globale. Il ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Tommaso Foti, ha detto che “tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”. I deputati della Lega in Commissione Attività produttive definiscono la proroga “giusta e responsabile” in una fase di crisi energetica internazionale.
Secondo le stime del ministero dell’Ambiente, l’utilizzo del carbone potrebbe tornare sostenibile nel caso in cui il prezzo del gas superasse stabilmente i 70 euro al megawattora, una soglia superiore rispetto ai circa 55 euro registrati negli ultimi giorni. La convenienza dipenderebbe inoltre da un eventuale allentamento del Eu Ets, il sistema europeo di scambio delle emissioni che oggi penalizza le fonti più inquinanti. In assenza di queste condizioni, il carbone resta una soluzione costosa. Emerge così il paradosso del carbone: è ormai marginale in termini quantitativi, ma mantiene un ruolo strategico di riserva.
Quello italiano non è un caso isolato
Quello italiano non è un caso isolato. A livello globale si osserva infatti un ritorno tattico al carbone. Negli Stati Uniti, l’amministrazione di Donald Trump ha ridotto i vincoli ambientali per favorire le fonti fossili. In Europa, la Germania continua a indicare il 2038 come data di uscita, ma sotto la guida del cancelliere Friedrich Merz non esclude possibili rinvii.
In Asia, il Giappone ha temporaneamente aumentato l’utilizzo del carbone sospendendo alcune restrizioni sulle centrali più obsolete, pur mantenendo l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Anche le Filippine hanno annunciato un maggiore ricorso al carbone per contenere l’aumento delle tariffe elettriche, in un contesto segnato dall’aumento dei prezzi del gas naturale liquefatto.
