OpenAI sostiene che il mondo debba ripensare elementi fondamentali come il sistema fiscale e la durata della giornata lavorativa per prepararsi all’arrivo della superintelligenza, cioè a sistemi di AI capaci di superare le prestazioni umane.
Lunedì l’azienda ha pubblicato un documento di 13 pagine, “Industrial Policy for the Intelligence Age”, con l’obiettivo dichiarato di avviare il dibattito attraverso una serie di proposte “people-first”. Il contesto, però, resta complesso. Lo stesso giorno il New Yorker ha pubblicato un’inchiesta su OpenAI che solleva dubbi sulla credibilità del CEO Sam Altman, anche sul fronte della sicurezza dell’AI.
Il documento, redatto dal team global affairs, descrive gli impatti economici attesi della superintelligenza e propone alcune possibili risposte. OpenAI presenta queste idee come un punto di partenza, non come un pacchetto definitivo.
Un dibattito necessario, ma non neutrale
Le proposte spaziano dai fondi pubblici di ricchezza alla riduzione dell’orario di lavoro. Non bastano però a rassicurare un’opinione pubblica sempre più preoccupata per gli effetti dell’AI.
Secondo Lucia Velasco, economista della Inter-American Development Bank ed ex responsabile AI alle Nazioni Unite, il punto critico è il ruolo stesso di OpenAI. L’azienda ha un interesse diretto nell’esito del dibattito e contribuisce a definire le regole del contesto in cui opera.
Questo non invalida il documento, ma richiede attenzione: la discussione non può fermarsi alla voce di chi l’ha avviata.
Governi in ritardo sulla trasformazione
Velasco sottolinea però un elemento chiave: i governi sono in ritardo. Molti continuano a trattare l’AI come un tema tecnologico, mentre si tratta di una trasformazione economica strutturale che richiede politiche industriali adeguate.
Anche Soribel Feliz, ex advisor del Senato americano, riconosce il valore del documento nel portare il tema al centro del dibattito. Tuttavia, evidenzia che molte delle proposte non sono nuove. I principi di base – distribuzione dei benefici, mitigazione dei rischi, accesso diffuso – circolano già da anni nelle discussioni sull’AI.
Il problema, sottolinea, non è identificare le soluzioni, ma costruire meccanismi concreti per applicarle.
Tra policy e lobbying
Il documento sembra rivolgersi soprattutto ai decisori politici, più che agli utenti di ChatGPT. Alcuni osservatori lo considerano un passo avanti rispetto alle iniziative precedenti, grazie a proposte più concrete su audit, reporting e limiti all’uso dell’AI.
Allo stesso tempo emergono critiche sul ruolo di OpenAI nel lobbying. Alcuni esperti segnalano il rischio di una distanza tra le posizioni pubbliche e le attività politiche dell’azienda.
Visione o esercizio teorico?
Per alcuni analisti, il piano ricorda più un esercizio teorico che un programma immediatamente attuabile. Le trasformazioni proposte – dal lavoro alla redistribuzione della ricchezza – richiedono cambiamenti politici profondi e complessi.
Il rischio è che restino dichiarazioni di principio, senza tradursi in azioni concrete.
Il documento, comunque, segna un passaggio importante: porta al centro una questione che non riguarda solo la tecnologia, ma l’organizzazione stessa dell’economia e della società nell’era dell’AI.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com

