Johann Rossi Mason: dalla prevenzione alla policy

Johann Rossi Mason

Come gli intergruppi parlamentari stanno ridefinendo l’approccio alle politiche di prevenzione tra regolazione, comportamenti e sostenibilità.

Quanto sono efficaci gli strumenti finora adottati nel contrasto al tabagismo e quali leve di policy, dalla fiscalità alla regolazione dei prodotti, fino alle strategie di prevenzione, possono incidere realmente sui comportamenti? Il tema si colloca sempre più al crocevia tra salute pubblica, sostenibilità del sistema sanitario e scelte regolatorie. Ne abbiamo parlato con Johann Rossi Mason, sociologa, giornalista scientifica, imprenditrice e fondatrice del Mohre – Medical Observatory on Harm Reduction, promotrice dell’Intergruppo parlamentare ‘Stili di vita e riduzione del rischio’.

In Italia oltre 12 milioni di persone fumano ancora, nonostante decenni di politiche di prevenzione. È il segnale di un limite strutturale delle politiche adottate?

Più che di un fallimento, parlerei di un limite strutturale nell’impostazione delle politiche fin qui adottate. Negli ultimi anni l’azione pubblica si è concentrata prevalentemente su strumenti informativi e deterrenti, che hanno avuto un ruolo importante ma mostrano oggi una capacità marginale di incidere sui comportamenti consolidati.

Il tabagismo è una dipendenza complessa, influenzata da fattori economici, sociali e cognitivi: affrontarla esclusivamente sul piano comunicativo rischia di essere insufficiente. È necessario integrare questi strumenti con leve più efficaci e sistemiche, in grado di orientare concretamente i comportamenti.

Le campagne basate su deterrenza visiva mostrano efficacia limitata nel lungo periodo, soprattutto sui più giovani. Cosa si potrebbe fare?

Il comportamento umano tende, infatti, a rimuovere o ignorare stimoli percepiti come distanti o non immediatamente rilevanti. Il piacere immediato è più forte del timore di un rischio futuro. In questo contesto, immaginare che immagini shock possano incidere in modo strutturale su una dipendenza complessa appare riduttivo.

La letteratura e l’esperienza internazionale indicano invece con maggiore chiarezza un’altra leva: il prezzo. Un incremento significativo della fiscalità sul tabacco combusto, fino a soglie superiori ai 10-12 euro a pacchetto, contribuisce a ridurre i consumi. I fumatori non smettono necessariamente, ma sono portati a ridurre quantità e frequenza.

Accanto alla leva fiscale, è necessario affrontare in modo più strutturato il tema della riduzione del rischio. Non si tratta di una resa rispetto all’obiettivo della cessazione, ma di una strategia di prevenzione progressiva, che accompagna il cambiamento dei comportamenti attraverso step incrementali. È un percorso, ed è anche una strategia di salute pubblica, quindi uno strumento politico oltre che individuale. Lo Stato dovrebbe trattarla come tale.

Questo vale per tutti, e vale ancora di più per i giovani. Sui ragazzi, però, è necessario leggere i dati con attenzione: alcune statistiche risultano fuorvianti. Se in un’indagine si rileva l’aver fumato almeno una volta nell’ultimo mese, non si è necessariamente in presenza di una condizione di dipendenza.

Di coloro che sperimentano, solo una quota, circa il 25%, sviluppa un’abitudine stabile. Inoltre, intorno ai vent’anni, con il pieno sviluppo delle funzioni cognitive, una parte significative tende a smettere spontaneamente, anche per il venir meno delle dinamiche sociali che avevano favorito l’iniziazione, come la pressione dei pari o il conformismo.

La sperimentazione, entro certi limiti, è una fase fisiologica. Questo non riduce la rilevanza del tema, ma suggerisce la necessità di politiche più mirate: meno approcci esclusivamente proibitivi e più strumenti di educazione al rischio, capaci di attivare consapevolezza senza ricorrere a meccanismi stigmatizzanti, veicolati con un linguaggio accessibile e adatto a quella fascia di età. I ragazzi percepiscono immediatamente quando vengono giudicati invece che ascoltati, e il giudizio rischia di diventare una barriera, più che uno strumento di prevenzione.

Perché un osservatorio su questi temi?

Per un motivo strettamente personale, la perdita di mia madre per un tumore al polmone causato dal fumo. Ritengo di avere un obbligo morale di contribuire alla lotta al tabagismo con gli strumenti che ho a disposizione. Ho avuto la fortuna di avere un gruppo di esperti italiani e internazionali che ha aderito e ha formato un board scientifico di alto livello che rappresenta la spina dorsale scientifica della attività divulgativa e di advocacy.

Avete contribuito a fondare un Intergruppo Parlamentare ‘Stili di vita e riduzione del rischio’. Come funziona concretamente?

Si tratta di un organismo trasversale, che riunisce deputati e senatori di diversi schieramenti attorno a un’agenda comune. La presidente è l’onorevole Simona Loizzo. L’obiettivo è operare come piattaforma di raccordo tra Parlamento e ministero della Salute, senza sovrapporsi agli strumenti esistenti, ma contribuendo con dati, analisi comparative e proposte operative all’attuazione del Piano nazionale della prevenzione.

Il lavoro si è concentrato inizialmente su tre ambiti fumo, alcol e corretta alimentazione con una attenzione alla diffusione dei cibi ultraprocessati che nel loro insieme contribuiscono a oltre 150mila decessi evitabili ogni anno in Italia. Successivamente, l’attenzione si estenderà ad altri fattori, come la qualità del sonno e la protezione della salute cognitiva, fondamentale per una popolazione sempre più longeva.

Un elemento qualificante è la presenza di un comitato scientifico interdisciplinare, che integra competenze economiche, psicologiche e neuroscientifiche. La prevenzione, infatti, non è solo una questione sanitaria, ma riguarda la governance dei comportamenti, la riduzione delle disuguaglianze e l’allocazione efficiente delle risorse pubbliche.

Le strategie di salute sono tematiche complesse e incidere sui comportamenti individuali prevede una conoscenza di tematiche come la psicologia sociale e l’architettura delle scelte. Su queste conoscenze si articolano messaggi che funzionano come ‘spinte gentili’ approccio adottato con successo nei paesi anglosassoni.

Le evidenze disponibili indicano che anche un parziale spostamento dei comportamenti a rischio, ad esempio dalla sigaretta tradizionale a prodotti alternativi, o da consumi eccessivi a modelli più moderati, potrebbe generare risparmi superiori al miliardo di euro annuo per il Servizio sanitario nazionale in termini di costi diretti.

Il punto è proprio questo: superare una visione della prevenzione come voce residuale di spesa e riconoscerla come un investimento strutturale, con ritorni sanitari, economici e sociali.

Cosa è cambiato concretamente?

È ancora un cantiere, ma è un cantiere che due anni fa non esisteva. Il cambiamento più rilevante, ad oggi, non è normativo ma culturale. Il fatto che la riduzione del rischio sia entrata nel linguaggio parlamentare, e che si inizi a considerare la prevenzione non come un obbligo morale ma come uno strumento di politica sanitaria ed economica, rappresenta già un passaggio significativo. Spostando il focus dalla responsabilità individuale ai fattori sistemici, i determinanti sociali della salute.

Per arrivarci è stato necessario un lavoro lungo e progressivo: ricerca, confronto istituzionale, produzione di contenuti e costruzione di relazioni, anche a livello europeo. Nulla di questo si improvvisa. La politica si muove lentamente, ma quando si attivano dinamiche strutturate, i risultati tendono a consolidarsi nel tempo.

La sfida, oggi, è trasformare questo avanzamento culturale in strumenti operativi: politiche integrate, leve regolatorie coerenti e modelli di intervento capaci di incidere in modo misurabile sui comportamenti e sulla sostenibilità del sistema sanitario.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di aprile 2026 (numero 3, anno 9)

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