Timore dei funzionari di Trump per le sue dichiarazioni via social sull’Iran

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Nel 2025, un fenomeno ha conquistato Internet: la nostalgia per la presunta età dell’oro del 2016, non a caso l’ultimo anno prima che Donald Trump diventasse presidente degli Stati Uniti, sia nel suo primo che nel secondo mandato. Su TikTok si è diffuso il cosiddetto “ottimismo millennial”, che guardava a un passato ritenuto più spensierato. Ma quell’epoca è stata segnata anche da altro: fughe di notizie dall’entourage di Trump su come stesse compromettendo prima la sua campagna elettorale, poi il primo anno da presidente e infine l’intero primo mandato, mentre l’era Trump proseguiva inesorabile. Ora il 2026 sembra rivivere un momento simile al 2016.

Mentre si avvicina la scadenza di mercoledì per il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti-Israele e Iran, alcuni funzionari di Trump affermano che il presidente sta ostacolando gli sforzi per raggiungere un accordo attraverso i suoi post sui social media. Sul Wall Street Journal e su CNN, fonti interne all’amministrazione — in forma anonima — criticano apertamente il comportamento del presidente, sostenendo, in pieno stile 2016, di poter fare ben poco per limitare i danni di un leader che non ascolta i consigli.

Ad esempio, venerdì il presidente ha discusso dettagli dei negoziati durante telefonate con i giornalisti. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Trump ha dichiarato che l’Iran avrebbe accettato una sospensione “illimitata” del proprio programma nucleare, ma il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha rapidamente smentito l’affermazione in una dichiarazione all’emittente statale IRIB.

Lunedì, Trump ha poi pubblicato diversi post su Truth Social per un totale di oltre 900 parole, affrontando temi che andavano dal confronto tra il conflitto con l’Iran e le precedenti guerre statunitensi, fino all’impatto economico del blocco e agli effetti dell’Operazione Midnight Hammer sulle capacità nucleari iraniane. Funzionari dell’amministrazione hanno riferito a CNN che questi post sono dannosi per i negoziati in corso, soprattutto a causa della delicatezza delle trattative e della sfiducia iraniana nei confronti degli Stati Uniti.

Dall’inizio della guerra in Iran, Trump ha pubblicato una raffica di dichiarazioni sui social media che, secondo i critici, hanno indebolito la diplomazia e in alcuni casi potrebbero aver oltrepassato i limiti legali. Prima di accettare l’attuale cessate il fuoco di due settimane, Trump aveva minacciato di distruggere centrali elettriche e ponti iraniani, una minaccia che, secondo diversi esperti, potrebbe costituire una violazione del diritto internazionale. Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric ha ribadito un principio chiaro: “Anche se specifiche infrastrutture civili fossero considerate obiettivi militari, il diritto internazionale umanitario ne vieterebbe comunque l’attacco.”

 

Il ritorno dello “stile 2016”

Un politologo vede in questa situazione un ritorno alle dinamiche del 2016.

Il professore della Tufts University Daniel Drezner, da tempo blogger politico e autore della newsletter Substack Drezner’s World, ha scritto nel fine settimana di percepire proprio quelle vibrazioni da 2016. Drezner ha citato un ulteriore articolo basato su fonti interne alla Casa Bianca — questa volta del Wall Street Journal — che descrive le “patologie di leadership e di processo decisionale” del presidente nei rapporti con l’Iran e in altri contesti internazionali, come il Venezuela. Secondo Drezner, l’articolo mette in evidenza la scarsa capacità di concentrazione e il debole controllo degli impulsi di Trump, fattori che influenzano in modo significativo il suo approccio all’Iran.

In un post di lunedì, ad esempio, il presidente ha affermato di non sentirsi sotto pressione per raggiungere un accordo, dopo aver sostenuto che i media lo rappresentavano in quel modo. “Non sono sotto alcuna pressione, anche se tutto accadrà relativamente in fretta!”, ha scritto su Truth Social.

Nonostante le preoccupazioni che i commenti pubblici possano aver compromesso i negoziati per il cessate il fuoco, la Casa Bianca ha difeso l’approccio di Trump.

“Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un buon accordo con l’Iran, a differenza dell’accordo disastroso dell’amministrazione Obama, grazie alla capacità negoziale del presidente Trump”, ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt. “Chi non riesce a comprendere la strategia di lungo periodo del presidente Trump è o stupido o deliberatamente ignorante.”

Drezner ha osservato per anni nei suoi scritti che lo staff di Trump parlava di lui ai giornalisti come se fosse un bambino incapace di controllare i propri impulsi. Domenica ha affermato che pensava che il team del secondo mandato avrebbe evitato questo tipo di comportamento per lealtà, anche se già si intravedevano segnali di cedimento, ad esempio nella controversa questione della Groenlandia. In questo caso, però, “il fatto che anche questi fedelissimi stiano facendo trapelare informazioni su di lui indica che sanno che la situazione sta iniziando a peggiorare e stanno cercando una via di fuga”.

 

Impatti su negoziati e mercati

Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato Trump, lunedì sera su X, di aver costretto l’Iran al tavolo negoziale. “Non accettiamo negoziati sotto minaccia e nelle ultime due settimane ci siamo preparati a giocare nuove carte sul campo di battaglia”, si legge nel post tradotto dal persiano.

Ma l’impatto va oltre i negoziati con l’Iran. Il tono del presidente ha influenzato anche il comportamento dei mercati petroliferi, secondo Sebastian Barrack, responsabile delle materie prime di Citadel. Durante il FT Commodities Global Summit di questa settimana, Barrack ha attribuito in parte ai post su Truth Social del presidente l’aumento di circa il 300% della volatilità di petrolio e gas nelle prime settimane del conflitto, affermando di avere ora uno schermo dedicato esclusivamente al monitoraggio dei suoi social.

Ad esempio, il 23 marzo Trump ha scritto su Truth Social che i colloqui con l’Iran erano stati “produttivi”, facendo crollare i prezzi del greggio. All’inizio di marzo era accaduto qualcosa di simile dopo un suo post in cui definiva la guerra “praticamente conclusa”.

La guerra è diventata sempre più impopolare tra l’opinione pubblica americana. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto durante il cessate il fuoco di due settimane ha rilevato che solo il 36% degli americani approva gli attacchi militari contro l’Iran. Solo il 26% considera Trump “equilibrato”. Questo include anche parte dell’elettorato repubblicano: il 51% degli americani, tra cui il 14% dei repubblicani, ritiene che la lucidità mentale del presidente sia peggiorata nell’ultimo anno.

Intervistato martedì mattina da CNBC, Trump ha dichiarato di ritenere che gli Stati Uniti raggiungeranno un “grande accordo” con l’Iran. Alla domanda se sarebbe disposto a estendere il cessate il fuoco per favorire i negoziati, ha risposto: “Non voglio farlo”.

Il presidente ha aggiunto: “Mi aspetto di bombardare, perché penso che sia l’atteggiamento migliore con cui presentarsi”, nel caso in cui le parti non riuscissero a raggiungere un accordo di pace.

 

L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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