Non è la prima volta che il presidente cinese Xi Jinping ricorre alla metafora della “trappola di Tucidide” in un vertice con l’omologo americano. Lo ha fatto con Barack Obama, con Joe Biden e, di nuovo, con Donald Trump. Perché a Washington gli inquilini della Casa bianca si avvicendano, a Pechino c’è sempre lui, il sovrano incontrastato dal marzo 2013. Nel 2018 l’Assemblea nazionale del popolo cinese ha approvato una storica modifica della Costituzione che rimuove il limite di due mandati riservando così a Xi, e a chi verrà dopo di lui, la possibilità di rimanere in carica a vita. Trump, con ogni probabilità, gli invidia questa opzione, il regno usque ad mortem.
Intanto, in quello che è il secondo summit tra Trump e Xi (dopo l’incontro durante il primo mandato del presidente Usa), e il primo vertice nella capitale cinese del numero uno della Repubblica popolare insieme all’omologo americano da quasi dieci anni (Joe Biden incontrò Xi in California, non a Pechino), Trump ha tentato, a più riprese, di manifestare la propria forza attraverso il linguaggio del corpo. Per esempio, quando ha dato una breve pacca sul dorso della mano di Xi o quando, camminando sul podio per ascoltare gli inni nazionali, ha messo la mano sulla spalla del leader cinese, quasi fosse il padrone di casa. Lo aveva fatto con la Regina Elisabetta, infrangendo il tabù che vieta di toccare un sovrano britannico. Xi ha letto il suo intervento, Trump ha parlato a braccio e ha giocato la carta della lusinga elogiando l’ottimo rapporto personale che ritiene di avere con il suo omologo. Xi è parso più pacato, più misurato. Perché nei tempi strani che viviamo la Cina sembra diventata una isola di stabilità, gli Usa una fonte di imprevedibilità sulla scena globale.
Al di là dei temi di confronto abbastanza annunciati – guerre commerciali, Taiwan, Iran -, dalla Cina arriva chiara la richiesta di prudenza nelle relazioni internazionali. Nel suo discorso, Xi ha elogiato la stabilità, ha detto a chiare lettere se la questione di Taiwan sarà gestita bene ci sarà “stabilità”, se sarà gestita male ci saranno tensioni, ha citato la “trappola di Tucidide” che attinge alla nostra tradizione culturale e fa riferimento alla rivalità tra Atene, potenza emergente, e Sparta, simbolo dell’ordine costituito. L’obiettivo di Xi è ammonire gli americani a non cadere nell’errore che provocò la guerra del Peloponneso perché da quel conflitto furono tutti danneggiati. Atene fu sconfitta ed entrò in crisi anche il suo modello di democrazia, alla fine l’intera Grecia imboccò la via del declino.
La Cina intende rassicurare il mondo: la sua è una potenza benevola, il suo modello di espansione punta a una situazione “win win” in cui tutti beneficiano della crescita di Pechino. La Via della seta è l’esempio di questo sforzo teso a un guadagno per tutti coloro che collaborano con questa impresa. Il passaggio di potere da una grande potenza a un’altra però può essere anche traumatico e foriero di scontri se trova invece una resistenza o un’opposizione da parte della potenza dominante contro la potenza emergente.
Tentare di bloccare l’ascesa di un rivale può sfociare nel conflitto, come accaduto spesso nella storia delle civiltà. È la “trappola” da scongiurare. Vanno lette così le parole di Xi che ha affermato di aver sempre creduto che “gli interessi comuni tra la Cina e gli Stati Uniti superino le divergenze” e che “una relazione stabile” tra i due Paesi “giovi a entrambe le parti” mentre “il confronto danneggia entrambe”. I rapporti tra Pechino e Washington sono “a un bivio”, ha scandito Xi, auspicando che il 2026 possa diventare “un anno storico e cruciale, capace di proiettare le relazioni tra Cina e Usa verso il futuro”.
Il pragmatismo cinese è emerso anche in un dettaglio protocollare non secondario. Insieme a Trump, viaggia il Segretario di Stato Marco Rubio, sanzionato due volte e nella black list cinese per il suo passato al Senato da falco anti-cinese. Per consentirgli di partecipare alla missione, il suo nome ha subito una traslitterazione in “Lu Bi Ao”. “Fu sanzionato quando era senatore, oggi è Segretario di Stato”, ha spiegato il portavoce degli Esteri cinesi. Ruolo nuovo, persona nuova, nome nuovo. Insomma, quando serve, bisogna mettere da parte le questioni di principio e andare al sodo.
Esattamente come ha fatto Trump che, un tempo idolo dei colletti blu, eletto grazie al risentimento popolare della classe media e operaia devastata dalla globalizzazione, è atterrato a Pechino con diciassette “persone brillanti”, così le ha definite. Sono magnati industriali, da Elon Musk a Jensen Huang, numero uno di Nvidia. L’obiettivo è chiudere accordi commerciali, ottenere concessioni e aperture da parte cinese, per esempio sull’Ia, sulla proprietà intellettuale, sui flussi commerciali. Questioni che richiedono, di nuovo, una buona iniezione di pragmatismo (e di pazienza zen).

