L’intelligenza artificiale potrebbe diventare una delle più potenti macchine di creazione di ricchezza della storia moderna. Ma la domanda, secondo il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, è chi beneficerà davvero di questa ricchezza.
La risposta dell’economista americano è netta: se non verrà governata adeguatamente, l’AI rischia di amplificare le disuguaglianze economiche già esistenti, concentrando profitti e potere nelle mani di una ristretta élite tecnologica e lasciando lavoratori e classi medie a gestire i costi della transizione.
“Se non facciamo nulla per gestire l’intelligenza artificiale, esiste il rischio che produca ancora più disuguaglianza”, ha dichiarato Stiglitz a Fortune. “E poiché la disuguaglianza è già uno dei problemi più gravi della nostra società, questo mi preoccupa enormemente”.
Professore alla Columbia University e tra i più autorevoli studiosi delle imperfezioni del capitalismo contemporaneo, Stiglitz osserva oggi l’AI con la stessa attenzione critica con cui in passato ha analizzato globalizzazione, crisi finanziarie e declino della classe media americana.
Il rischio di una ricchezza sempre più concentrata
Secondo il premio Nobel, l’intelligenza artificiale sta seguendo una traiettoria ben precisa: ridurre il peso del lavoro nei processi produttivi, aumentare la quota di valore che finisce ai proprietari del capitale e trasferire i costi dell’adattamento su lavoratori e collettività.
Un fenomeno che, secondo Stiglitz, rischia di trasformare l’AI in un caso da manuale di come la tecnologia possa accelerare la concentrazione della ricchezza.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è il ruolo dei grandi protagonisti dell’industria tecnologica. Stiglitz punta il dito contro quella che definisce l’élite dei “tech bros”, accusandola di sostenere contemporaneamente l’adozione dell’intelligenza artificiale e il ridimensionamento delle istituzioni pubbliche che dovrebbero invece accompagnare la transizione.
Il riferimento è anche alle recenti pressioni esercitate da figure come Elon Musk, Mark Zuckerberg e David Sacks affinché l’amministrazione Trump rinviasse nuove iniziative regolatorie sull’AI. Secondo Stiglitz, il rischio è che venga meno proprio il sostegno pubblico necessario per aiutare lavoratori e imprese ad affrontare il cambiamento.
“Il governo deve aiutare le persone a passare dai lavori che non servono più a quelli dove possono essere più produttive”, sostiene l’economista.
La lezione della globalizzazione
Il timore di Stiglitz è che l’intelligenza artificiale possa produrre effetti simili a quelli già osservati durante altre grandi trasformazioni economiche.
Anche Larry Fink, ceo di BlackRock, ha recentemente osservato come i primi benefici dell’AI stiano andando soprattutto ai proprietari dei modelli, dei dati e delle infrastrutture tecnologiche, mentre una parte consistente della popolazione rischia di rimanere esclusa dalla distribuzione del valore generato.
La domanda che si pongono sempre più economisti è se l’intelligenza artificiale possa fare ai lavoratori della conoscenza ciò che la globalizzazione ha fatto ai lavoratori manifatturieri negli ultimi decenni.
Secondo Stiglitz, la storia insegna che le grandi rivoluzioni tecnologiche non producono automaticamente benessere diffuso. Durante la Grande Depressione, ricorda il premio Nobel, l’aumento della produttività agricola ridusse drasticamente il bisogno di manodopera nelle campagne. La soluzione arrivò solo attraverso un massiccio intervento pubblico e una profonda trasformazione dell’economia americana.
Oggi, sostiene, manca ancora un quadro istituzionale in grado di accompagnare efficacemente una transizione di portata simile.
Da AI a “IA”: l’intelligenza che assiste
Nonostante le sue preoccupazioni, Stiglitz non appartiene al fronte dei pessimisti radicali. Anzi, utilizza personalmente strumenti di intelligenza artificiale nelle sue attività di ricerca.
La differenza, spiega, sta nel modo in cui la tecnologia viene interpretata.
Più che di Artificial Intelligence, preferisce parlare di “Intelligence Assisting”, un’intelligenza che supporta e amplia le capacità umane senza sostituirle. Come il microscopio o il telescopio hanno esteso la capacità dell’uomo di osservare il mondo, l’AI può aiutare ricercatori e professionisti a esplorare informazioni, individuare connessioni e sviluppare nuove idee.
“È uno straordinario strumento di ricerca, ma non sostituisce il pensiero”, afferma.
Ed è proprio qui che, secondo Stiglitz, si gioca la partita decisiva. Il vero tema non è la tecnologia in sé, ma chi la controlla, chi ne cattura i benefici economici e quanto siano solide le istituzioni incaricate di distribuirne i vantaggi in modo equo.
Perché, conclude il premio Nobel, la disuguaglianza economica rischia sempre di trasformarsi in disuguaglianza politica. E un sistema in cui l’intelligenza artificiale arricchisce soltanto i proprietari delle piattaforme mentre riduce le opportunità per la classe media non rappresenta il futuro del capitalismo, ma una forma di oligarchia dotata di strumenti più sofisticati.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fortune.com

