Negli ultimi lustri il livello della classe dirigente e politica europea, inteso come preparazione, amministrazione e visione politico-industriale, è drasticamente calato.
La politica nel senso più nobile, come intesa dagli antichi Greci – “polis – ethos” – ha lasciato il passo a slogan spesso privi di significato e ad un approssimativismo estremo in ambito economico e geopolitico.
Mancano progettualità ed iniziative in grado di rispondere alle enormi sfide geoeconomiche che stiamo vivendo in questi ultimi anni. In Europa ci troviamo ad affrontare un vuoto culturale e di ragionamento rappresentato dalla rinuncia a pensare ed agire in modo unitario, ad affrontare cioè con lucidità e con le giuste competenze l’egoismo caratterizzato dal grigiore di una classe dirigente e politica miope e autoreferenziale.
Senza una visione comune, internamente divisa e indebolita, l’Unione europea è ancora una volta in crisi d’identità; anche per questo non è più in grado di incidere o di agire con una voce univoca, ad esempio nei tentativi di risoluzione dei conflitti che caratterizzano l’attuale panorama mondiale.
Gli errori compiuti recentemente in materia di politica industriale e politica energetica lasciano intendere come manchino leader politici e manager di alto livello, capaci cioè di guidare ed ispirare una classe dirigente competente e all’altezza delle sfide odierne. Abbondano tuttavia burocrati di discutibile livello politico, ad iniziare dai vertici della Commissione europea, il principale organo esecutivo dell’Ue. Poche, va detto, le lodevoli eccezioni.
Sull’automotive, ad esempio, l’Unione europea è riuscita drammaticamente a mettere d’accordo tutti. Le politiche di Bruxelles sul comparto industriale e sull’elettrificazione del settore sono criticate da ogni parte. A tal proposito recentemente il numero uno degli industriali nel nostro Paese (Orsini) ha sottolineato come “sull’auto elettrica abbiamo imposto sanzioni, le abbiamo prorogate, ma nei bilanci di Byd e Tesla vedo i crediti di carbonio che vengono dati all’Europa e sono pagati da noi. Io credo che quella non sia l’Europa che noi ci aspettiamo”.
Tornando alla crisi dell’Ue occorre interrogarsi non solo sull’inesistenza di una Europa politica, ma anche in che cosa consista il soggetto Europa di cui continuamente si parla a Bruxelles. Intendiamoci, le recessioni e le guerre commerciali sono accadimenti ciclici, ma ciò che rende questo momento così negativo per la prosperità del continente riguarda anche un’altra verità scomoda: l’Ue è diventata un deserto dell’innovazione. Ha perso la sua attrattività.
Sebbene l’Europa sia caratterizzata da una ricca storia di invenzioni uniche si è ormai ridotta a un ruolo di comprimaria. Come ha sottolineato Mario Draghi nel suo rapporto recente sulla perdita di competitività dell’Europa, solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche mondiali sono europee. Se l’Europa continuerà sulla traiettoria attuale, il suo futuro sarà anche quello dell’Italia: quello di un museo a cielo aperto, decadente, per quanto bello, pieno di debiti, destinato ai turisti americani e cinesi. Senza una vera politica finanziaria connessi agli investimenti e al rilancio dell’economia.
Occorre ricordare come al vertice Ue di Lisbona nel 2000, i leader si impegnarono a rendere “l’economia europea la più competitiva al mondo”. Un pilastro chiave della cosiddetta Strategia di Lisbona era “un salto decisivo negli investimenti per l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione”. Un quarto di secolo dopo, l’Europa non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è rimasta ben indietro rispetto a Stati Uniti e Cina.
L’Europa non è mai riuscita nemmeno a raggiungere il suo scopo di spendere il 3% del PIL del blocco in ricerca e sviluppo (R&D), il principale motore dell’innovazione economica.
Di fatto, la spesa per la ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ferma al 2% circa, lo stesso livello del 2000. Si è deciso invece di aumentare la spesa militare. I 32 paesi membri della Nato hanno concordato un sostanziale aumento della spesa militare: il 5 per cento del proprio (Pil) nei prossimi dieci anni, quindi entro il 2035. È più del doppio della soglia attualmente richiesta, pari al 2 per cento del Pil.
Una visione davvero cupa. Tranne, ovviamente, quando si vive nella bolla di Bruxelles e si crede che l’Europa prosperi in tempi di crisi grazie alla guida della mediocre Ursula Von Der Leyen.

