Il primo ministro dell’Albania, Edi Rama, ha intenzione di eliminare il contante dallo Stato entro il 2030, rendendolo così il primo Paese ‘cashless‘ al mondo. Uno dei motivi principali a sostegno di questo ambizioso piano – riporta Politico – è l’azzeramento, o quantomeno la forte riduzione, dell’economia illegale, vera e propria piaga del Paese delle Aquile. Attraverso il tracciamento della moneta elettronica, infatti, diventerebbe più complicato eludere le tasse o riciclare il denaro sporco.
Secondo le stime più accreditate, l’economia sommersa – ovvero quella parte di attività economiche non registrate ufficialmente – rappresenta tra il 29% e il 50% del prodotto interno lordo.
L’Albania è pronta a questo cambio radicale?
Al momento non sembrano esserci le basi concrete per effettuare una rivoluzione di tale portata in una economia che vive prevalentemente di contante. Anche le abitudini di consumo degli albanesi sono fortemente indirizzate al cash per tanti motivi: semplicità, immediatezza e diffidenza verso gli istituti di credito. A conferma di ciò, anche le guide turistiche invitano i visitatori a portare con sé buone quantità di denaro contante per poter pagare senza problemi taxi e ristoranti.
In una dichiarazione rilasciata a Politico, Spiro Brumbulli, segretario generale dell’Associazione Bancaria Albanese, ha affermato che “il governo e le istituzioni stabiliranno un piano per avviare il Paese verso un’economia cashless, con misure come l’introduzione di un tetto massimo per gli acquisti in contanti, l’integrazione nel sistema di pagamenti Sepa dell’Unione Europea entro ottobre”.
I motivi della diffidenza degli albanesi verso le banche
In Albania la sfiducia verso le banche è uno degli ostacoli principali per questa riforma, come dimostra un sondaggio dell’Associazione bancaria albanese che rivela che solo il 34% della popolazione si fida degli istituti di credito. A ciò si va a sommare che solo un cittadino su due possiede un conto corrente, secondo quanto sostiene la Banca Mondiale.
La diffidenza ha evidenti ragioni storiche: dopo la caduta del comunismo sono nate numerose società d’investimento che promettevano ritorni altissimi ai loro investitori, grazie a tassi d’interesse improbabili. In poche parole si trattava di un vero e proprio raggiro nei confronti dei poveri malcapitati. Al culmine del fenomeno, un albanese su sei aveva investito denaro in questi schemi.
Il sistema fraudolento non ha retto: nel gennaio del 1997 queste aziende iniziarono a fallire e la popolazione si riversò nelle banche per ritirare i propri fondi, innescando un crollo a catena. Nel giro di pochi mesi il Paese piombò nel caos. Complessivamente si persero circa 1,2 miliardi di dollari che, per rendere l’idea, era una cifra pari alla metà del Pil dell’Albania dell’epoca. Un disastro che segnò in modo profondo la fiducia degli albanesi verso le istituzioni finanziarie e lo Stato.
Il progetto non convince tutti
Secondo molti esponenti politici non è la riforma adeguata per far progredire il Paese e avvicinarlo agli standard degli Stati più avanzati. Genc Pollo, cofondatore del Partito Democratico d’opposizione ed ex vice primo ministro, ha affermato che l’attuazione di questo piano sarebbe un “attacco alla libertà personale dei legittimi possessori di banconote”.
Erald Kapri, neo-eletto deputato del Partito delle Opportunità, ha dichiarato di sospettare che dietro la proposta di Rama vi siano motivazioni politiche. “È una di quelle idee che Rama lancia per attirare attenzione e distogliere lo sguardo dai veri problemi del Paese, come la corruzione o l’alto costo della vita”.
