Con oltre 620 milioni di spettatori e 270mila presenze, la Ryder Cup 2023 ha acceso i riflettori sul golf italiano: ma l’eredità resta tutta da costruire.
C’è un prima e un dopo nella storia del golf italiano: la Ryder Cup 2023 a Roma, ospitata al Marco Simone Golf & Country Club, ha rappresentato uno dei momenti più alti dello sport italiano, almeno in termini di visibilità globale e potenziale attrattivo.
Eppure, a distanza di mesi dall’evento, l’impressione che aleggia tra addetti ai lavori e osservatori è amara: abbiamo perso un’occasione storica. L’Italia ha organizzato la Ryder Cup, ma non l’ha capitalizzata. Al contrario, gli Stati Uniti – che ospitano regolarmente la competizione – sanno trasformare ogni edizione in una macchina perfetta di promozione turistica, economica, sportiva e culturale. Una differenza di visione, prima ancora che di mezzi. Un evento da milioni di occhi, ma con poca prospettiva.
La Ryder Cup è un evento sportivo che va oltre il golf. Coinvolge broadcaster, aziende, sponsor, istituzioni, turismo, cultura e media.
Nel 2023, secondo gli organizzatori, oltre 620 milioni di spettatori in tutto il mondo hanno seguito l’evento romano. I numeri sul campo sono stati altrettanto impressionanti: più di 270.000 presenze in una settimana, con pubblico proveniente da ogni continente. Un trionfo, sulla carta, eppure, cosa è rimasto dopo?
Mentre negli Stati Uniti l’eco di una Ryder Cup si riverbera per anni e lascia in eredità infrastrutture, piani di sviluppo territoriale, scuole di golf e occupazione, in Italia tutto sembra essersi chiuso con la conferenza stampa finale.
Negli Usa, la Ryder Cup è una piattaforma per fare sistema. L’edizione 2016 al Hazeltine National Golf Club in Minnesota ha generato un impatto economico superiore ai 150 mln di dollari, secondo il report della Pga americana.
L’intera regione ne ha beneficiato in termini di turismo, investimenti, riqualificazione urbana, sponsorizzazioni e lavoro. Ma soprattutto: ha lasciato un’eredità sportiva.
Il golf è stato portato nelle scuole, nei centri giovanili, nei progetti sociali. Ogni evento è pensato come volano di lungo periodo: non si tratta solo di “ospitare”, ma di pianificare prima e raccogliere dopo. Si costruiscono narrazioni, si attirano fondi, si generano alleanze tra pubblico e privato.
In Italia, purtroppo, non c’è stata la stessa capacità di visione è stata una vetrina senza strategia. L’Italia ha vinto la candidatura alla Ryder Cup con fatica, imponendosi su paesi ben più preparati, come la Germania. Ma, una volta ottenuta l’assegnazione, è mancata una strategia di lungo respiro. La Federazione Italiana Golf non è riuscita a far capire l’entità dell’evento alle istituzioni locali e nazionali, e non avendo questi input, non hanno colto l’opportunità di trasformare l’evento in un vero driver di sviluppo.
Pochissimi investimenti strutturali sono stati collegati all’evento: la viabilità, i collegamenti ferroviari e la promozione turistica sono rimasti ben al di sotto delle aspettative.
Le aree intorno al Marco Simone non sono state riqualificate a dovere, e il coinvolgimento del territorio è stato minimo. Per non parlare della comunicazione: nessuna grande campagna nazionale sul golf è stata lanciata in concomitanza con l’evento, né tantomeno dopo.
Ma il punto chiave era e doveva essere il turismo golfistico: ma è stata un’occasione ignorata. Gli Stati Uniti hanno un’industria del golf che vale miliardi e che attinge a piene mani dal turismo. Ogni Ryder Cup è un’occasione per attivare nuovi flussi turistici, pacchetti esperienziali, offerte premium e incoming internazionale.
L’Italia, con la sua bellezza paesaggistica, la cucina e il patrimonio culturale, avrebbe potuto diventare una delle mete golfistiche più ambite d’Europa. Eppure, ancora oggi, non esiste un portale nazionale dedicato al golf italiano per turisti stranieri, e i progetti di promozione sono lasciati a iniziative isolate di singole regioni o operatori privati.
Il nodo della cultura sportiva
Forse la differenza più evidente è quella culturale. Negli Stati Uniti, il golf è parte dell’identità collettiva: si gioca, si guarda, si investe. Le scuole collaborano con i circoli, i campioni diventano testimonial, i media ne parlano costantemente.
In Italia, invece, il golf continua a essere percepito come uno sport d’élite, poco accessibile e poco interessante. La Ryder Cup avrebbe potuto sfatare questi pregiudizi, raccontare nuove storie, avvicinare giovani, donne e famiglie. Ma serviva una regia nazionale, una campagna istituzionale, una visione educativa. Nulla di tutto ciò è stato realmente fatto.
Ryder Cup: la lezione americana
Quello che gli Stati Uniti insegnano è semplice: la Ryder Cup è uno strumento, non un fine. Non basta ospitare: serve preparare il campo (in tutti i sensi), costruire una rete, coinvolgere il territorio, e soprattutto pensare in grande.
Ogni città americana che ha ospitato la Ryder ha investito sul futuro, sfruttando il presente. Ha guardato avanti, e ha saputo far parlare di sé ben oltre i tre giorni di gara.
In Italia, al contrario, si è pensato a “fare bella figura”, ma non a cosa fare dopo. E questa differenza, forse, dice molto sul modo in cui affrontiamo gli eventi e le opportunità.
Cosa resta e cosa fare ora
Non tutto è andato perso. La Ryder Cup a Roma ha lasciato entusiasmo, ma non basta. Occorre ora riprendere in mano ciò che è stato fatto, trasformarlo in un piano di rilancio, e finalmente creare un ecosistema del golf italiano: accessibile, competitivo, attraente. Coinvolgere i territori, il turismo, creare sinergie con tutte quelle categorie che fanno dell’Italia, un fiore all’occhiello nel mondo, dall’Agroalimentare, all’Arte, alla cultura e perché no? Sinergie con gli altri sport e guardare a modelli internazionali, senza complessi.
La Ryder è passata. Ma il golf, se coltivato, può ancora crescere se fatto con determinazione.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

