Parla Paolo Palazzo, executive coach MCC International Coaching Federation e co-founder di Coaching&People: “Accompagniamo le persone in un percorso di responsabilità”.
Nell’era dello sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa, con l’esperto Paolo Palazzo usiamo le lenti del coaching per riflettere sui bisogni e sul potenziale dell’umano nelle imprese.
Il coaching è oramai una pratica ampiamente diffusa nella formazione nelle aziende. Vuoi aiutarci a rivedere le sue origini?
Il coaching ha una storia relativamente recente ma intensa. Le sue radici affondano tra gli anni ’70 e ’90, quando comincia a consolidarsi come pratica nei contesti sportivi e manageriali, in particolare nel mondo anglosassone. Un punto di svolta arriva nel 1992 con il libro Coaching for Performance di Sir John Whitmore, che offre una sua accattivante definizione: un processo che permette la liberazione del potenziale di una persona per massimizzarne le performance.
Solo tre anni più tardi, nel 1995, nasce l’International Coaching Federation, oggi la principale associazione globale del settore.
Negli anni 2000, il coaching evolve in un vero e proprio elemento culturale all’interno delle organizzazioni. Dal 2010, anche la psicologia, le neuroscienze e le scienze manageriali iniziano a studiarlo, portando alla nascita anche di corsi universitari.

Cosa caratterizza la professione del coach oggi?
In Italia la professione del coaching è regolata da una legge del 2013 sulle professioni non ordinistiche, che prevede un sistema di autoregolamentazione.
Nel concreto, soprattutto nei contesti aziendali e organizzativi, il mercato tende a riconoscere il valore delle credenziali rilasciate dalle principali associazioni professionali. Questo perché tali qualificazioni attestano che il coach ha seguito un percorso formativo basato su competenze consolidate e sperimentate.
Oltre alla formazione iniziale, è richiesto il rispetto di un codice etico e un impegno costante nella formazione continua, elementi fondamentali per garantire serietà e professionalità nella pratica del coaching.
In un contesto di crescente interdipendenza, ci vuoi raccontare di più sul team e group coaching?
Il team coaching e il group coaching non sono pratiche recenti, ma realtà consolidate che da anni arricchiscono il panorama del coaching professionale. Oggi, più che mai, queste modalità stanno trovando un’applicazione sempre più ampia all’interno delle organizzazioni, seguendo una direzione chiara: i risultati non sono più (e forse non lo sono mai stati) frutto del lavoro di un singolo, per quanto capace, competente o carismatico. Sono il prodotto di team di lavoro.
Il team coaching nasce proprio per rispondere a questa esigenza, portando l’approccio e le metodologie del coaching al livello del gruppo. In questo contesto, il team viene definito come un insieme di persone che lavorano per un obiettivo comune. Questo, che può sembrare ovvio, non lo è. Infatti, capita frequentemente che all’interno dello stesso team le persone abbiano percezioni diverse rispetto agli obiettivi da raggiungere.
Il ruolo del coach, quindi, è anche quello di creare allineamento, generare chiarezza e direzione sugli obiettivi condivisi e facilitare relazioni basate sulla fiducia reciproca.
Diverso, ma complementare, è il group coaching. In questo caso non si lavora con un team che ha un obiettivo comune, ma con un gruppo di persone che condividono obiettivi simili o un percorso di crescita parallelo. Le metodologie del coaching vengono utilizzate per favorire l’esplorazione, il confronto e l’apprendimento reciproco. Le esperienze e le riflessioni di ciascuno diventano uno stimolo anche per gli altri, creando un contesto arricchente, in cui ognuno è facilitato nel raggiungere i propri risultati personali o professionali.
Viviamo tempi variabili, incerti, complessi. In che modo il coaching ci supporta nel viverli al meglio.
Uno degli aspetti centrali dell’efficacia del coaching risiede proprio nella sua capacità di liberare il potenziale delle persone, accompagnandole in un percorso di consapevolezza e responsabilità.
La formazione trasmette “che cosa bisogna fare”. Il coaching, invece, si fonda su una logica completamente diversa: non offre risposte, lavora nella convinzione profonda che ogni persona possiede già le risposte più adatte a sé. Il coach crede nel cliente, ha fiducia nelle sue risorse e nelle sue capacità di affrontare le sfide. È questa fiducia che diventa leva di cambiamento. Il coach non si pone come guida o esperto, ma come attivatore di responsabilità, facilitando il processo attraverso domande mirate e ascolto autentico.
Il coaching, in questo senso, è uno strumento potente: offre spazi di riflessione, favorisce l’emergere di nuove prospettive, stimola l’assunzione di responsabilità.
In questo contesto, le persone sentono sempre più il bisogno di connettere ciò che fanno con ciò che sono. Un bisogno di centratura, di coerenza interiore, che non è affatto semplice da realizzare nella frenesia quotidiana.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)
