Giovani, scuola e tecnologia: il futuro secondo Massimo Cacciari

massimo cacciari

“Meglio chiudere la scuola se continua a tradire il suo nome.” Come sempre Massimo Cacciari non usa mezzi termini. Perché dietro l’apparente modernità di un Paese che parla di startup, intelligenza artificiale e meritocrazia, si nasconde – secondo il filosofo – una resa culturale senza precedenti.

I giovani? “Soli, smarriti, costretti a fingere prossimità nei deserti digitali, mentre i migliori se ne vanno.”

La politica? “Sempre più debole di fronte al potere delle tecnocrazie.”

La scuola? “Tradisce se stessa: dovrebbe insegnare a pensare, non ad adattarsi.”

Il filosofo e intellettuale tra i più lucidi e radicali del nostro tempo smonta l’ideologia del merito, denuncia i “peccati mortali” della sua generazione e lancia una sfida: se non rimettiamo scuola, ricerca e pensiero critico al centro, l’Italia resterà un Paese vecchio, cieco, e senza futuro.

Professor Cacciari, lei ha detto che i giovani di oggi “non sanno nuotare nel fiume in piena dei social”. Ma gli adulti lo sanno fare invece? Qual è il vero rischio, secondo lei, di questa immersione continua e passiva nei flussi digitali?

Che le nuove tecnologie siano infinitamente più di un insieme di mezzi-strumenti, ma modifichino la forma mentis, è tanto vero quanto ovvio. Sempre le rivoluzioni tecnologiche hanno inciso e modificato le forme di vita nel loro insieme. Oggi ciò accade in modo estremamente più pervasivo rispetto alle epoche passate, poiché la Tecnica non solo crea una sua realtà del tutto virtuale, ma può giungere a modificare biologicamente il soggetto che la produce. Non siamo semplicemente immersi nel flusso digitale; questo flusso è diventato la sola realtà e in esso pensiamo ormai, nei fatti, di poter modificare il processo evolutivo. Non ho la più pallida idea di quale sarà l’esito di questo sviluppo, ma occorrerebbe almeno rappresentarlo per quello che è.

Ha definito la scuola l’unico “salvagente” possibile. Ma oggi la scuola italiana ha ancora gli strumenti, anche culturali, per insegnare il discernimento?

La scuola dovrebbe svolgere esattamente questo compito: educare a comprendere questa realtà nella sua complessità culturale, sociale, economica, politica. È “salvagente” se ci salva dal subirla e basta, dall’esserne dei semplici servi obbedienti.

Molti giovani non votano, non credono nelle istituzioni, non riescono a proiettarsi nel futuro. È davvero solo colpa del mondo digitale? O c’è qualcosa che la sua generazione non ha saputo trasmettere?

Il disinteresse politico è figlio della crisi del Politico, dell’efficacia dell’azione politica. Discorso lungo, che viene da molto lontano.

Il Politico è sempre più debole di fronte alle grandi potenze tecnico-economiche che stanno rivoluzionando la nostra vita. I giovani avvertono più che vecchi e anziani l’abisso tra i veri soggetti del nostro tempo e l’effettivo potere delle èlites politiche. I vecchi hanno un ricordo di quando si poteva dire “metti la politica al comando” – ai giovani idee di questo tipo fanno ridere.

Tuttavia, la politica esiste, esistono Stati, Imperi e guerre – e tutti questi conflitti non verranno risolti con algoritmi. Perciò di nuovo la scuola: è qui che occorre parlare di Politica, far leggere i classici del pensiero politico e giuridico, far capire che la politica continua a essere una arte necessaria. Se ci sarà questa scuola i giovani si organizzeranno e torneranno a votare.

Lei ha detto anche che la sua generazione ha commesso peccati mortali verso i giovani. Quali sono questi peccati? E quando abbiamo smesso di preoccuparci del loro futuro?

I “peccati mortali” sono molti: da un lato, aver pensato a rivoluzioni impossibili (la politica è l’arte del possibile); dall’altro, non essere riusciti neppure a impostare una seria strategia di riforme. Se scuola, sanità e amministrazione pubblica sono nelle condizioni a tutti evidenti, lo si deve anche alla miseria del nostro riformismo. Ma il fallimento più eclatante delle passate generazioni è il fallimento dell’unità politica europea.

Negli anni ’60 e ’70 i giovani si ribellavano da una posizione di forza. Oggi sembrano rassegnati, spesso precari, senza un orizzonte chiaro. Cos’è cambiato davvero?

Il movimento degli anni ’60-’70 è il frutto di un salto generazionale, dello sviluppo industriale del primo dopoguerra, dell’andamento demografico, della centralità politica che il nostro Paese aveva finito col ricoprire negli anni della Guerra Fredda. Erano queste le forze che facevano forti i giovani. Oggi tutto si è rovesciato.

Si parla molto di ‘meritocrazia’, ma il mercato del lavoro premia davvero il merito oggi in Italia? O è un’altra parola vuota nel grande frastuono mediatico?

La meritocrazia, come viene declamata dalla bocca degli stolti, è pura ideologia. Nulla in Italia funziona in modo per cui ci si possa accertare davvero dei meriti di chicchessia.

Procedure di selezione, dall’asilo in su, funzionano spesso in senso opposto. Valutazioni fasulle, in base a criteri e metodi che non sono mirati alla verifica delle oggettive competenze, avanzamenti automatici, sistema universale della raccomandazione. E poi: come parlare di meritocrazia se non si realizza il dettato costituzionale, e cioè se lo Stato non opera per ridurre quanto più possibile le disuguaglianze all’origine?

Secondo lei, perché l’Italia non riesce ad ascoltare davvero i giovani? È solo una questione di rappresentanza politica o manca un vero linguaggio comune tra le generazioni?

La scuola è scholè, otium in latino, e non nec-otium. Se si vuol rendere la scuola un negozio, una sorta di pre-lavoro, la si chiuda e si promuovano esclusivamente forme di learning by doing. La scuola deve formare la persona, non un impiegato, un occupato a questa o quella mansione.

Una scuola finalizzata al “servizio” della produzione oggi è la più inutile del mondo, poiché lo sviluppo tecnologico richiede persone capaci di capire, organizzare, apprendere rapidamente, protagonisti di nuovi assetti tecnologici, di nuovi rapporti sociali, e non di quelli passati.

Studiare oggi serve davvero a trovare lavoro? Che valore ha oggi la formazione in un mondo che sembra premiare altro?

La scuola è scuola di pensiero critico, in tutti i sensi del termine: capacità di analisi, di giudizio, prontezza nel cogliere i segni della krisis, e cioè dei salti d’epoca (culturali, politici, tecnologici), prontezza nel sapervi intervenire, energia progettuale (tutto il sapere del passato, che è fondamento necessario, fatto vivere nel presente per affrontare il futuro).

La scuola è scuola di critica e di resistenza a mode effimere, sbocchi immediati, un vacuo adattarsi allo stato di cose esistenti. O è questo o non è. Se continua a tradire il suo stesso nome, meglio chiuderla.

Secondo i dati di Svimez, il Sud rischia la “desertificazione” sociale ed economica. Possiamo ancora parlare di questione meridionale, o siamo davanti a un vero fallimento della politica nazionale nei confronti dei giovani?

L’angoscia dei giovani è del tutto comprensibile e dovrebbe essere anche condivisa. Un Paese di vecchi, un continente di vecchi – e vecchi che hanno poco o nulla da insegnare nella krisis attuale, di cui a loro sfugge quasi tutto. Dunque, solitudine dei giovani. Alla ricerca di coprire le distanze tra loro con mezzi che le esaltano, fingendo prossimità inesistenti. E una scuola che non tutela in alcun modo i meno abbienti, che non “arma” né a mestieri rapidamente spendibili, né a un pensiero critico. Da ciò abbandoni, da ciò la drammatica situazione dell’Università pubblica, da ciò l’esodo all’estero di migliaia di giovani (e spesso dei migliori).

Finché non si riscrivono le priorità dell’agenda politica e non si mette al primo posto scuola, ricerca, innovazione, nulla potrà cambiare. Ma ora c’è la guerra – forse i nostri politici pensano a una leva di soldati. Non stanno riempendo luoghi pubblici di ogni tipo, dopo il Covid, con eserciti di “controllori”? Occupazioni altamente qualificate, come noto, e nient’affatto precarie.

Se avesse oggi vent’anni dove guarderebbe per costruirsi un futuro?

È meglio che non lo dica.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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