L’etica dell’AI e la sfida del potere responsabile

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Oggi parliamo di etica e AI troppo e troppo poco allo stesso tempo. Affrontiamo il tema in modo generico, limitandoci a una lista di buone intenzioni ma non andiamo al netto della complessità di questo tema, declinando l’etica solo come un insieme di principi generici o un decalogo di best practice.

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel modo in cui oggi parliamo di etica e intelligenza artificiale. Ne parliamo troppo e troppo poco insieme. Troppo, quando la riduciamo a una lista di buone intenzioni – privacy, trasparenza, accountability – da declamare nei testi normativi o nei white paper aziendali.

Troppo poco, quando evitiamo di sporcarci le mani con le domande vere: quelle che disturbano il consenso, mettono in crisi la governance, e chiedono alla tecnologia non solo di “funzionare” ma di rispondere, non semplificando, ma rispecchiando la complessità dei dilemmi dell’esistenza umana e della relazione tra uomo, natura e società.

L’etica viene sovente evocata come cornice di garanzia, come se fosse una sorta di imballaggio morale del prodotto tecnologico. Ma in realtà non può più limitarsi a un insieme di princìpi generici o a un decalogo di best practice.

L’intelligenza artificiale, nelle sue forme più pervasive, generative, predittive e agentiche, è già inserita nei dispositivi che governano la realtà: filtra i dati che vediamo, condiziona scelte istituzionali, media accessi a risorse, crea o nega possibilità. In questo senso, la questione etica non può essere ornamentale e restare esterna al codice. Deve essere strutturale, capace di interrogare il rapporto tra potere, conoscenza e vulnerabilità.

Come ha scritto il filosofo Bruno Latour, non possiamo più pensare la tecnica come un dominio separato: ogni tecnologia è un atto politico, ogni rete tecnologica è anche una rete di relazioni sociali, economiche e culturali, e ciò che costruiamo tecnologicamente finisce per costruire noi. A questo si aggiunge, come avverte il saggista e filosofo Byung-Chul Han, il rischio di una società che scambia la trasparenza per verità e l’efficienza per giustizia. E se la tecnologia diventa solo il luogo in cui tutto deve essere visibile, misurabile, prevedibile, perdiamo la capacità critica di giudicare ciò che è opaco, fragile, umano.

Occorre una trasformazione radicale che vuol dire passare da un’etica della conformità, propria dei testi normativi, che si limita a stabilire ciò che è permesso e ciò che è proibito, a un’etica della responsabilità che come ricordava Jonas, implica rispondere anche di ciò che non è ancora accaduto, dei danni potenziali, dei futuri che possiamo compromettere.

Nell’epoca dell’AI, infatti, la responsabilità non riguarda solo le conseguenze intenzionali, ma anche gli effetti sistemici di ciò che progettiamo. Non si tratta soltanto di evitare il bias o garantire la trasparenza, si tratta di porre al centro la questione su chi è toccato dalle decisioni algoritmiche, chi resta fuori dal campo visivo della intelligenza artificiale, chi perde voce quando la tecnologia diventa sistema.

È insufficiente, peraltro, continuare a pensare l’etica come un aggiornamento dello strumento tecnico o un pacchetto normativo. L’etica non può essere un software di controllo, è invece uno sguardo sul mondo. E uno sguardo, come ci insegna Simone Weil, è già una forma di giustizia quando vede l’altro nella sua fragilità e lo riconosce nella sua diversità. Se l’intelligenza artificiale prende decisioni che riguardano persone reali – chi accede a un servizio pubblico o al credito, chi viene assunto, chi viene segnalato a un’autorità – allora ogni errore, ogni omissione, ogni automatismo è una questione etica by default.

Quando l’intelligenza artificiale opera fuori da un contesto di senso o di significato, diventa potere cieco. E ogni potere cieco genera asimmetrie che non si vedono, ma si subiscono attraverso discriminazioni che tagliano fuori dai contesti economici.

L’etica dell’intelligenza artificiale deve allora diventare un’etica attiva, esigente, capace di interpellare la società e la politica. Non basta conformarsi a regolamenti, che anzi il più delle volte complicano la vicenda, serve interrogare la logica stessa della costruzione tecnologica. Come ricordava Foucault, la tecnologia è sempre un dispositivo di potere perché essa decide chi parla, chi tace, chi è visibile, chi è normalizzato.

Non possiamo permetterci un’intelligenza artificiale che rafforzi le disuguaglianze sotto l’apparenza della neutralità. Non è neutra una tecnologia che riflette dati distorti. Non è oggettiva una decisione automatizzata su base statistica, se non contempla il margine dell’eccezione, dell’imprevisto, dell’umano. L’etica, in questo senso, deve essere anche capacità di disobbedienza epistemica: non accettare che ciò che funziona o che è efficienza coincida per definizione con ciò che è giusto.

Ma c’è un fronte etico ancora troppo trascurato, ed è quello ambientale. L’intelligenza artificiale non è immateriale, anche se spesso la si racconta come se lo fosse. I modelli linguistici di grandi dimensioni richiedono energia, acqua, materie prime. Gli algoritmi vengono addestrati in data center che consumano risorse in modo intensivo. L’innovazione ha insomma un’impronta ecologica, e questa impronta è parte della responsabilità morale.

Come ha osservato ancora Latour, non esiste una sfera tecnologica separata dalla sfera terrestre. Ogni sistema computazionale è anche un sistema geofisico, ma lo dimentichiamo per convenienza o nella migliore delle ipotesi semplicemente non lo sappiamo. In fondo, parafrasando il Pasolini degli Scritti Corsari, siamo una società tecnologicamente avanzata ma eticamente ignorante.

Un’etica dell’intelligenza artificiale che non si cura dell’ambiente produce un’asimmetria temporale: tutela il presente ma scarica il costo sul futuro. E nessuna innovazione può dirsi giusta se consuma a priori le condizioni che rendono la giustizia sociale possibile.

La responsabilità ambientale non è mai un’aggiunta eventuale. È parte integrante di una visione dell’etica come capacità di custodire, di preservare ciò che non ha voce né strumenti propri per difendersi. Non si tratta solo di ridurre l’impatto energetico, ma di ridefinire i criteri finalistici del progresso.

Heidegger, già negli anni Trenta, ci avvertiva che la tecnica moderna tende a considerare la realtà come semplice “fondo disponibile”, qualcosa da sfruttare. Un’etica matura deve rompere questa logica: non tutto ciò che è possibile deve essere realizzato. Non ogni accelerazione è segno di avanzamento. E non ogni sistema computazionale è giusto solo perché funziona.

L’intelligenza artificiale ci sfida quindi a un’etica più ampia, non quella che regola soltanto l’interazione Uomo-Macchina, ma quella che interroga il nostro rapporto con il potere, con il tempo, con la Terra. Non si tratta più di chiedere se possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale. La domanda più urgente è se l’intelligenza artificiale potrà mai fidarsi di noi. Di noi che la progettiamo, la alimentiamo, la diffondiamo. Se sapremo essere custodi di ciò che essa rappresenta: una forza che può amplificare il bene, o moltiplicare il danno.

In definitiva, l’etica dell’intelligenza artificiale non è questione per specialisti. È una prova collettiva di maturità. Non possiamo più limitarci a chiederci cosa può fare l’intelligenza artificiale. Dobbiamo chiederci cosa dobbiamo farne. E soprattutto, cosa siamo disposti a non fare. Come si chiedeva Stefano Rodotà, in uno dei passaggi più lucidi del suo pensiero sul rapporto tra tecnologia e diritti: tutto ciò che è tecnicamente possibile deve davvero essere considerato anche eticamente ammissibile, socialmente accettabile, giuridicamente lecito? Evidentemente no.

Fortunato Costantino è docente di Teoria generale della sostenibilità di impresa e dell’innovazione sociale in European School of Economics.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

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