Annamaria Bernardini de Pace: “L’ostacolo maggiore della mia carriera? Il mio essere ribelle”

Annamaria Bernardini de Pace

Dalle vittime del gruppo ‘Mia Moglie’ alle coppie vip, Annamaria Bernardini de Pace racconta le battaglie fuori e dentro il tribunale che hanno segnato la sua carriera.

Annamaria Bernardini de Pace, avvocato, esperta in diritto di famiglia e oggi giudice a Forum, non ha mai temuto di mettersi contro le convenzioni. Dalle battaglie legali a favore delle vittime di violenza digitale alle cause milionarie dei vip, passando per la formazione di centinaia di giovani avvocati, la sua carriera riflette un costante impegno professionale e una profonda conoscenza delle sfumature dell’animo umano, maturata in decenni di esperienza.

Recentemente si è occupata del caso del gruppo Facebook ‘Mia Moglie’, in cui oltre 32.000 uomini pubblicavano foto intime delle proprie partner senza consenso, spesso accompagnate da commenti sessisti e degradanti. Una vicenda che ha messo in luce un fenomeno di violenza e di deumanizzazione del femminile senza precedenti nel nostro Paese. Bernardini de Pace ha deciso di lanciare una class action contro i gestori della piattaforma e gli utenti responsabili, per ottenere giustizia e soprattutto risarcimenti per le vittime.

Avvocato, a che punto è l’azione legale contro Meta per il gruppo ‘Mia Moglie’?

Di tutte quelle donne mi hanno scritto solo in tre. Una mi ha detto che non può partecipare perché ha paura di suo marito, un’altra perché non vuole che suo figlio sappia che il padre è stato denunciato, un’altra ancora perché, separandosi, perderebbe lo status economico e sociale che le dà il marito. Io ho detto loro: intanto non vi preoccupate dei soldi, perché io non mi faccio pagare.

Le spese per la notifica dell’atto saranno minime, ma il resto lo faccio gratis. È l’unica risposta possibile alla violenza domestica, della quale mi occupo dal 1986. Finché le donne continuano ad avere paura e non denunciano, gli uomini continueranno a far loro violenza. A questo punto sa cosa le dico? Peggio per loro che se li vogliono tenere. Evidentemente molte donne oggi non sono all’altezza dei tempi e delle battaglie che abbiamo fatto con Pannella e altri nel corso degli anni. Peccato.

 Guardando alla sua carriera, spesso ha dovuto affermarsi in un contesto maschile. Qual è stato l’ostacolo più difficile da superare?

Pensi, quando ero giovane, i colleghi maschi invece di dire che ero un “avvocato in gamba”, dicevano “avvocato in gambe”, perché avevo delle gambe bellissime. Era un modo per svalutarmi. L’ostacolo maggiore della mia carriera? Essere ribelle. Sono stata ribelle con i colleghi, con i giudici, con mio marito, tanto che ho dovuto separarmi. È stata una ribellione istintiva, che mi ha imposto battaglie difficili.

Un altro importante caso in tema di privacy ha coinvolto il suo ex genero, Raoul Bova, i cui audio scambiati con una modella sarebbero stati al centro di un ricatto. Come si bilancia, in situazioni così delicate, la tutela della reputazione e dei diritti legali con i legami familiari?

Non mi sento di rispondere, non è il caso. Sono professionale, affronto queste situazioni senza problemi personali, con la massima serietà.

Oggi siede come giudice a Forum. Che effetto fa essere ‘dall’altra parte’?

Mi piace moltissimo. Avevo già fatto una prova cinque anni fa, ma non me la sono sentita. Mio padre, che era magistrato, mi aveva detto: “Tu sei troppo passionale, troppo di parte, troppo pronta a battagliare per fare il giudice, non hai abbastanza equilibrio”. Forse aveva ragione quando ero giovane. Ora, l’equilibrio l’ho acquisito anche grazie a tutte le persone che ho incontrato in quarant’anni di carriera.

Nella sua carriera ha formato centinaia di giovani avvocati. Quanto è importante per lei il ruolo di mentore?

Importantissimo. Ho formato 394 ragazzi. Alcuni venivano da tutta Italia per fare pratica da me, molte erano giovani ragazze appena laureate che poi dopo alcuni anni di lavoro volevano tornare nella loro città di origine per mettere su famiglia. Pur non perderle, ho aperto nuovi studi a Roma, Padova e Bari. In questo modo loro imparano la responsabilità di gestire un’attività, anche se lo studio lo pago io. Le più brave diventano responsabili e continuano a crescere.

Lei è stata pioniera dei patti prematrimoniali. In che modo questi strumenti possono prevenire conflitti futuri tra le coppie?

Dal 1986 fino al 2016, quando è uscita la legge, ho fatto patti per convivenze omosessuali, maschili e femminili. Quando poi queste coppie si separavano, erano già d’accordo sulle regole che avevamo stabilito 15 anni prima. Funzionano perché la gente è più disposta a seguire la propria legge che quella dello Stato.

Io li trasformo in patti di regolamentazione del ménage familiare: il lavoro, le vacanze, la gestione dei figli e del denaro. Sono cose di buon senso che, se fatte prima, quando ancora ci si ama, evitano lotte all’ultimo sangue.

Tra i tanti casi che ha seguito, dai vip alle persone comuni, ce n’è uno che l’ha colpita in modo particolare?

Ciò che colpisce di più è vedere il dolore delle persone diventare spettacolo. Io mi sento il “medico legale degli amori morti”: devo curare ferite emotive profonde mentre il pubblico commenta superficialmente. Ricordo in particolare una causa durata dieci anni, con un bimbo di mezzo.

Alla fine, dopo l’ultima udienza, il marito rincorse la moglie sulle scale del Tribunale di Milano chiamandola per nome e le disse: “Adesso che siamo divorziati posso ricominciare a farti il filo?”. Abbiamo dovuto aspettare che arrivasse la sentenza e lui ha davvero ricominciato a corteggiare la moglie. Li ho anche risposati io come celebrante. Alla fine, dopo dieci anni di lotte e battaglie legali, la vita ha dato loro una seconda possibilità, davanti ai miei occhi.

In passato ha detto di sé: “Mi fidanzo con me stessa, poi ogni tanto mi tradisco con qualcuno, ma mi perdono e non mi faccio causa”. Come porta avanti questa filosofia nella vita reale?

La continuo a portare avanti, nonostante le mie figlie un po’ bigotte si indignino da morire. Ho 77 anni, ma mi comporto come una un po’ leggerina di 37 anni. Sono serena, allegra, non devo fare programmi per un altro, ma solo per me stessa. Anche la mia auto, grigia e amaranto come gli interni dei miei studi, è parte di questa identità e libertà.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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