Nell’ultimo libro di Nicola Gratteri, “Cartelli di sangue” (edito da Mondadori), le rotte del narcotraffico vengono esplorate, in lungo e in largo, attraverso una serie di capitoli dedicati ai principali protagonisti della produzione e del traffico di droga. Compaiono, nello specifico, Perù, Bolivia, Colombia, Honduras, Ecuador, Messico e Brasile. Il Venezuela non c’è. Non perché la cocaina a Caracas non esista ma perché gli esperti concordano su un punto: il Venezuela non è un narco-Stato tout court ma un “narco-Stato funzionale”.
Non si tratta cioè di un caso come il Messico il cui governo controlla, facilita e trae profitto in modo sistematico dal narcotraffico. Secondo un rapporto della Dea del 2020, circa il 74 percento della cocaina nel 2019 è passato dal Pacifico e non dal Mar dei Caraibi. In altre parole, se l’obiettivo primario è sconfiggere il narcotraffico, il target numero uno è il Messico, vale a dire il Paese i cui cartelli restano i gestori assoluti dell’intera catena logistica del narcotraffico verso gli Usa.
Il Venezuela, dove spirano venti di guerra in seguito all’iniziativa americana, somiglia piuttosto a un narco-Stato funzionale: non è un produttore di coca e non esistono prove ufficiali che il governo gestisca direttamente il narcotraffico. Tuttavia vi sono elementi di infiltrazione istituzionale: è provato che la classe politica e le forze armate venezuelane siano altamente corrotte e infiltrate dai narcotrafficanti.
Il cosiddetto “Cártel de los Soles”, nato negli anni 2000, avrebbe coinvolto alti ufficiali, accusati di proteggere i flussi di cocaina colombiana diretti verso l’Europa e la zona caraibica, in collusione con i cartelli colombiani e messicani, attraverso i porti di Maracaibo, Carapano e La Guaira.
Dall’inizio di settembre gli Usa hanno bombardato decine di barche al largo del Venezuela per fermare i narcotrafficanti. Gli attacchi sono già quindici, con sessantaquattro persone uccise. Intervistato dalla Cbs, alla domanda se il dittatore Nicolás Maduro abbia i giorni contati, Donald Trump ha risposto: “Direi di sì”.
L’obiettivo primario americano è quello di favorire il “regime change”, vale a dire la caduta dell’attuale regime e la transizione verso un nuovo sistema di potere. Sembra di essere tornati indietro alla “dottrina Monroe” quando gli Usa consideravano il Sud America il “cortile di casa” di Washington.
Non sorprendono le parole di Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace: “I venezuelani sostengono gli sforzi di Donald Trump contro il narcotraffico”. Non si è fatta attendere la replica di Maduro: “La nostra democrazia è la più avanzata del pianeta. Siamo un popolo istruito, colto, patriottico, coraggioso e consapevole dei propri diritti. Niente e nessuno ci toglierà l’opportunità di vivere e di essere parte del Secolo dei Popoli”.
Il discorso di Maduro che dispensa lezioni di democrazia assume contorni grotteschi. A ben vedere, nelle retrovie del conflitto caraibico che al momento si nutre di pressioni, minacce ed esercitazioni con i marines pronti a sbarcare, si materializza il confronto tra le democrazie e le autocrazie.
Se gli Usa agitano la clava della lotta al narcotraffico per rovesciare il regime, Maduro chiede aiuto a Cina, Russia e Iran, rinsaldando l’asse strategico che unisce i Paesi del cosiddetto “Sud globale”. I quali restano restii a farsi coinvolgere in un eventuale conflitto: la Russia ha evidenziato il partenariato strategico che la lega al Venezuela ma al momento non si sbilancia. L’invasione terrestre è improbabile, l’obiettivo americano sembra piuttosto quello di aumentare la pressione sui gruppi di potere che sostengono Maduro affinché si decidano a rovesciarlo dall’interno.
Non è escluso che, sentendosi intrappolato in una tenaglia senza via d’uscita, sia lo stesso Maduro a negoziare i termini della sua uscita di scena.
Maduro potrebbe optare per una resa spontanea e una “fuga protetta” verso un Paese amico (Russia, Cina, Cuba o qualche stato africano), per evitare di finire in catene come Manuel Noriega, il presidente-dittatore un tempo “amico” della Cia e poi finito dietro le sbarre, tra Miami e Parigi, per traffico di coca e riciclaggio. Il Venezuela non è Panama, ma il tempo scorre e Maduro, questa volta, potrebbe avere davvero i “giorni contati”.

