Viviamo un’epoca segnata dall’ansia per l’intelligenza artificiale. Una ricerca del Pew Research Center mostra che solo il 10% degli americani si dice più entusiasta che preoccupato dall’uso crescente dell’AI nella vita quotidiana. La metà degli intervistati, invece, prova più preoccupazione che entusiasmo, un dato in forte aumento rispetto al 2022 (quando era il 38%). La paura non è immotivata: l’AI sta trasformando ogni aspetto delle nostre vite e, prima di tutto, assistiamo ogni giorno a notizie di tagli occupazionali legati a queste tecnologie.
Nonostante la novità dell’AI, le qualità umane che ci servono per affrontare questo cambiamento sono antiche quanto noi. Possiamo imparare molto guardando ad altri momenti di forte instabilità. Negli anni Settanta e Ottanta, lo psicologo Salvatore Maddi e il suo team dell’Università di Chicago studiarono i dipendenti di Illinois Bell Telephone durante il processo di deregolamentazione del settore. In un solo anno l’azienda dimezzò il personale: fu uno dei più grandi sconvolgimenti aziendali della storia.
I ricercatori descrissero così le reazioni dei lavoratori: due terzi ebbero crolli di varia natura. Alcuni ebbero infarti, altri svilupparono disturbi d’ansia o depressione. C’era chi ricorse all’abuso di alcol o droghe, chi arrivò a separarsi o ad atti violenti. Il terzo restante, però, riuscì a resistere e persino a prosperare. Chi rimase in azienda fece carriera. Chi se ne andò fondò nuove imprese o trovò ruoli importanti altrove.
Gli studiosi identificarono tre atteggiamenti fondamentali, che chiamarono le “tre C”.
La prima è Commitment: scegliere di partecipare attivamente, invece di tirarsi indietro.
La seconda è Control: mantenere un senso di padronanza e non lasciarsi travolgere dagli eventi.
La terza è Challenge: considerare le difficoltà come occasioni per rafforzarsi, crescere e sviluppare nuove risorse interiori.
La cosa più importante da ricordare è che la resilienza non è una dote fissa. Non nasce e muore con noi. È una capacità che possiamo allenare, in qualsiasi momento della vita.
Nel 1989, la ricercatrice Emmy Werner dell’Università della California pubblicò uno studio durato trentadue anni su bambini considerati “ad alto rischio”. Notò che i bambini resilienti, anche da piccoli, tendevano a mettere il mondo “a propria misura” e possedevano un forte senso di controllo interno.
Ma osservò anche che la resilienza può emergere più tardi. Come ha riassunto Maria Konnikova sul New Yorker: alcune persone, pur non essendo resilienti da giovani, imparano questa competenza con il tempo. Riescono a superare difficoltà successive e a fiorire tanto quanto chi era resiliente fin dall’inizio.
Questo significa che possiamo imparare la resilienza. Possiamo coltivarla, come qualsiasi altra capacità.
Ed è proprio questa la qualità umana di cui abbiamo più bisogno nell’era dell’AI. Non possiamo controllare ciò che accade nel mondo, ma possiamo rafforzare il modo in cui rispondiamo al cambiamento.
Possiamo partire dalla terza C, il Challenge, riconoscendo che siamo esseri in evoluzione continua, capaci di imparare e reinventarci. Come ricorda Yuval Noah Harari, autore di Sapiens e Nexus: “Non sappiamo quali competenze serviranno tra dieci anni, tranne una. Sapremo che servirà la capacità di riadattarsi e reinventarsi. La vera abilità sarà imparare a imparare per tutta la vita”.
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