Il calcio come paradosso economico: bassa impronta ambientale, alta influenza culturale

Allianz Stadium

Il calcio europeo emette – solo – lo 0,000001% dell’impronta carbonica globale. Una cifra talmente piccola da rendere quasi irrilevante, in termini assoluti, il peso ambientale dello sport più popolare del continente. Eppure è da qui che parte una delle più profonde trasformazioni culturali e manageriali degli ultimi anni: la scelta di considerare la sostenibilità non come un obbligo morale, ma come un fattore strategico di competitività.

A parlarne è Michele Uva, direttore esecutivo per la sostenibilità sociale e ambientale della Uefa e delegato per Euro 2032, intervenuto al Social Football Summit. Una due giorni che ha fotografato la crescente complessità della ‘football industry’, oggi caratterizzata da ascolti, ricavi, costi e aspettative tecnologiche in aumento, ma anche da responsabilità sociali sempre più marcate. Perché il calcio non è più soltanto sport: è una delle più grandi piattaforme sociali e culturali del continente.

Il dibattito si è concentrato su come il calcio moderno stia ridisegnando le regole del business, integrando la sfida climatica e riformulando il modo di valutare il proprio impatto sociale. “Il nostro impatto ambientale è minuscolo, ma l’impatto sociale del calcio è enorme”, afferma Uva, primo dirigente sportivo al mondo inserito da Time tra le 100 personalità globali più influenti per l’azione climatica d’impresa. “Non ci chiedano di salvare il pianeta: chiedano al calcio di fare bene ciò che può fare. E di farlo con coerenza, misurando ogni passo”.

Perché la sostenibilità non è più un costo

È da questa apparente contraddizione – minimo impatto ambientale, massimo impatto culturale – che prende forma la nuova strategia Uefa: un piano che sta cambiando il modo in cui l’industria pensa a infrastrutture, modelli di business e responsabilità verso la società. L’Europeo 2024 in Germania ha rappresentato un passaggio concreto: trasporti pubblici inclusi, treni scontati e meno del 5% dei tifosi arrivati allo stadio in auto. È un cambio di paradigma. “Per anni la sostenibilità è stata vista come un costo, qualcosa che fai per senso civico”, spiega. “Oggi non è più così: la sostenibilità è una leva commerciale. Le aziende vogliono lavorare con chi ha strategia e numeri chiari, non con chi fa greenwashing”.

Proprio per questo la Uefa ha firmato, per la prima volta, un contratto di sponsorizzazione dedicato a progetti di sostenibilità e ha introdotto una nuova figura organizzativa, il Commercial Sustainability Officer, con il compito di creare un raccordo diretto tra partner e istituzione.

Cinque pilastri interconnessi

La visione Uefa si fonda su un concetto chiaro: la sostenibilità non è un blocco unico, ma un equilibrio tra cinque dimensioni: finanziarie, ambientali, sociali, sportive e culturali. “Se uno manca, il palazzo prima o poi cade”. Questo equilibrio richiede leadership, competenze specifiche e una cultura organizzativa orientata alla qualità. Il team della sostenibilità Uefa, composto da 16 professionisti altamente qualificati, in gran parte donne e provenienti da settori diversi dal calcio, è stato formato proprio per applicare un approccio tecnico e misurabile. Anche i partner commerciali contribuiscono a questa logica, spingendo verso progetti condivisi che si traducono in nuove risorse da investire nel movimento.

Gli esempi non mancano. Euro 2024 ha realizzato 125 azioni di sostenibilità tra ambito sociale, ambientale e di governance, molte delle quali senza costi aggiuntivi. Nell’Europeo femminile in Svizzera sono state messe in campo 95 azioni con risultati concreti, come l’aumento del tasso di riciclo dal 36% tedesco al 50%. Uva insiste su un principio: “Il numero non mente. Pubblicare ciò che non funziona è l’unico modo per crescere”.

Se oggi la spinta arriva dall’alto – Uefa, federazioni, club professionistici – l’obiettivo del prossimo decennio è raggiungere la base della piramide: comunità, territori e i 250.000 club amatoriali europei. “Quando arriveremo alla base, avremo completato il lavoro”, afferma Uva. “Il giorno in cui un club amatoriale farà della sostenibilità un gesto quotidiano, avremo cambiato il sistema”. È una strategia di democratizzazione del modello: ogni piccola azione, replicata in migliaia di realtà, può avere un impatto enorme.

Italia, Euro 2032 e la sfida degli stadi

L’Italia ha tempo fino al 1° ottobre 2026 per presentare i cinque stadi che ospiteranno Euro 2032, il primo grande evento calcistico nel Paese dal 1990. Uva guarda con ottimismo alla situazione: “Per la prima volta vedo una filiera unita: federazione, governo, commissario per gli impianti. L’Italia sa di essere in ritardo, ma sta accelerando davvero”.  Negli ultimi vent’anni, sottolinea, i migliori stadi italiani sono stati costruiti da imprenditori con forte legame territoriale, come Percassi, Pozzo, Squinzi e Stirpe. Ma oggi anche molti investitori stranieri hanno capito che lo stadio non è una spesa, bensì un asset che genera identità e valore.

La progettazione richiama 132 requisiti Uefa, di cui una parte crescente riguarda la sostenibilità: piena accessibilità, parità nella distribuzione dei servizi igienici, utilizzo di energia rinnovabile durante gli eventi, spazi pensati per un pubblico e per un business in evoluzione. “Gli stadi non devono essere monumenti statici, ma organismi pronti a cambiare”, spiega. Udine e Bergamo sono già stati presentati al Parlamento Europeo come modelli virtuosi, mentre Euro 2032 sta accelerando progetti e riqualificazioni urbane in diverse città, indipendentemente dall’esito della selezione finale.

Per Uva lo stadio moderno deve essere dinamico, adattabile alle esigenze future e capace di evolvere insieme al pubblico e al mercato. “Serve una progettazione flessibile: spazi modulabili, capienza aumentabile, aree pensate per il B2B. Chi ha riempito gli stadi di skybox oggi è nei guai: non sono più funzionali. Il mondo cambia e gli stadi devono cambiare con esso”.

Sostenibilità sociale: minori, uguaglianza, comunità

La Uefa coordina un sistema in cui sono registrati 24 milioni di minorenni. “La protezione non è un extra: è la base”, ribadisce Uva. Per questo è stata resa obbligatoria la figura del Child & Youth Safeguarding Officer, responsabile della tutela quotidiana dei giovani. Sul fronte dell’uguaglianza, utilizza curriculum anonimi e certificazioni esterne sugli stipendi. “La qualità non ha genere. Dei 16 membri del mio team, 12 sono donne. Non perché dovessero esserlo, ma perché erano le migliori”.

Dopo cinque anni alla guida della sostenibilità Uefa, Uva si prepara a un nuovo ciclo professionale: “Un manager non deve diventare insostituibile. Deve costruire un team che funziona anche senza di lui. Io ho costruito la mia eredità: ora è giusto che altri proseguano”.  Ora il suo focus è Euro 2032, evento che distribuisce il 97% dei ricavi all’intero movimento europeo nel quadriennio successivo. “L’Europeo non è solo un torneo. È una risorsa per tutto il sistema. E l’Italia deve esserci”.

Poste Italiane Dic 25

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