L’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone chiede di fare squadra per la deterrenza con realismo e investimenti rapidi.
“Serve un cambio di passo”, lo dice forte e chiaro l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato. “Chiediamo da tempo tre cose semplici: spendere meglio e prima, accorciare i tempi industriali (per passare da cicli di 15-20 anni a massimo tre anni) e fare più squadra tra Ue e Nato. Se l’Europa vuole contare, deve trasformare le dichiarazioni in contratti, produzione e addestramento. La deterrenza non si annuncia: si dimostra”.
La difesa europea è tornata al centro del dibattito, con il piano ‘Readiness 2030’, ma il gap tecnologico dell’Europa, rispetto a Usa, Cina e Russia, si può colmare?
E in quanti anni?
È colmabile se cambiamo marcia ora. In realtà, abbiamo ancora un cosiddetto technological edge di tutto rispetto. Certo, ora si tratta di concentrare risorse su alcune priorità: difesa aerea e missilistica, munizioni ‘intelligenti’, guerra elettronica, droni e sistemi anti-drone, spazio e cyber.
Con programmi comuni e iter più rapidi, il gap su alcune capacità può ridursi in 5-7 anni. Se restiamo ai vecchi processi, tra sette anni saremo ancora a discutere e altri avranno già prodotto. L’industria della Difesa, che ho spesso definito come l’anello debole, ha in realtà invertito la tendenza, e si sta proponendo come un volano importante verso la costruzione di una difesa idonea alle sfide e alle minacce di oggi e di domani.
La Nato guarda ad Est, ma per l’Italia il fianco Sud riveste un’importanza vitale. Come si conciliano le diverse priorità tra alleati?
Non sono priorità in competizione, sono due lati della stessa sicurezza. Il teatro ucraino è più presente sui media e questo può portare a ritenere che la Nato sia negligente nei confronti del fianco Sud. La verità è che le esigenze sono diverse, almeno al momento.
A Est serve deterrenza e difesa credibile; a Sud servono stabilità, controllo dei mari, contrasto alle reti ibride e supporto ai partner. Questo non esclude che, anche a sud, la presenza di attori ostili infiltrati tra le maglie di governi instabili sia una preoccupazione.
Io credo che la soluzione sia una pianificazione attenta e coerente, mettendo a frutto le competenze di ciascuno con una precisazione: la Nato ha nel suo Dna la coesione. Tutti contribuiscono a tutto, per quanto possibile, a prescindere dalle direzioni della minaccia.
Le incursioni di jet e droni russi nello spazio aereo di Paesi Nato sono minacce politiche o militari?
È una domanda sottile. A mio parere, entrambe. Politiche, perché manifestano una chiara volontà di testare i nostri nervi e la nostra unità. Militari, perché misurano tempi di reazione e sistemi. La risposta deve essere ferma, disciplinata e proporzionata. Lo è stata e continuerà ad esserlo.
Non cerchiamo escalation, ma non lasceremo spazi di ambiguità a chi viola i confini. A questo riguardo, devo sottolineare come i nostri comandi strategici (Operativo in Belgio, e per la Trasformazione, in Usa) abbiano risposto in maniera non solo puntuale ed efficace, ma anche creativa, se vogliamo: la capacità di ricercare ed impiegare nuove misure necessarie a neutralizzare un improvviso uso massiccio di droni, come pure di impiegare un innovativo sistema di mezzi senza equipaggio per monitoraggio delle minacce, deterrenza e controffensiva, rappresenta la dimostrazione di una reattività encomiabile.
Lei ha affermato che “la Terza Guerra Mondiale non è vicina”. Conferma?
Confermo. D’altra parte, qualcuno ha detto: non siamo in guerra, ma non siamo neanche in pace. La situazione è molto seria, ma non vedo oggi una corsa inevitabile verso un conflitto globale.
Proprio per questo dobbiamo rafforzare capacità e coesione: più siamo pronti e uniti, meno spazio c’è per gli azzardi. Una escalation non è nell’interesse di nessuno.
Qual è oggi la principale minaccia per l’Occidente?
Le nostre principali minacce vengono da Mosca e gruppi terroristici. La Russia, come minaccia immediata e militare, con guerra in corso e pressioni ibride, anche attraverso proxy. Il terrorismo jihadista, ma non solo, come minaccia persistente sul fianco Sud, capace di rigenerarsi. Certo, la Cina rappresenta una sfida sistemica di lungo periodo: tecnologia, standard, catene di approvvigionamento, e corsa all’armamento, navale in particolare.
E non dobbiamo dimenticare Corea del Nord ed Iran, non necessariamente per un coinvolgimento diretto, ma per quanto fanno – attivamente – per sostenere conflitti ed altre situazioni di crisi. La ricetta è realismo: investire dove serve ora, senza perdere la visione strategica di domani.
In Ucraina si registra una situazione di sostanziale stallo. Come se ne esce?
Rafforzando Kiev per creare leva negoziale. L’Ucraina deve arrivare al tavolo delle trattative da una posizione di forza, per una pace giusta e duratura. Aiuti militari coordinati, produzione di munizioni, difesa aerea, logistica; e sanzioni mirate che aumentino il costo strategico per Mosca.
La pace non è un ‘tasto pausa’: arriva quando le condizioni sul campo e quelle politiche convergono. Il nostro compito è accelerare quella convergenza, non abbassare la guardia.
Che cosa si intende per guerra cognitiva?
La guerra cognitiva mira alle nostre menti: cerca di cambiare non solo cosa pensiamo, ma come pensiamo e decidiamo. È un mix di disinformazione, pressione psicologica, attacchi cyber-informatici e sfruttamento dei social. La difesa è a più livelli: resilienza cognitiva nelle società (educazione ai media, trasparenza istituzionale), rapidità non tanto nello smentire, quanto nel rafforzare la propria narrativa.
Naturalmente c’è bisogno di investire nella protezione dei dati, e integrazione tra info-ops, cyber ed EW nelle esercitazioni. È un fronte dove cittadini e militari combattono insieme. D’altra parte, è anche una dimensione dove la sola reattività non è pagante, ma sono necessari mezzi, strumenti e procedure per poter competere decisamente.
Sarebbe favorevole al ripristino della leva obbligatoria?
La scelta è politica. Da militare guardo ai risultati: servono forze pronte, addestrate e sostenibili. Oggi il modello professionale funziona; potremmo affiancargli riserve più robuste, percorsi brevi e mirati per capacità tecniche, e più sinergie con la protezione civile.
L’obiettivo non è ‘richiamare tutti’, ma avere le competenze giuste al momento giusto. D’altra parte, è vero che molti paesi europei che avevano fatto una scelta simile alla nostra, rinunciando al servizio di leva, stanno ora studiando se reintrodurla, in quale misura e con quali modalità.
“Gli europei sono sempre meno disposti a combattere”. Condivide?
Io dico questo: la deterrenza nasce da tre fattori – capacità, volontà e unità. Le prime due si allenano. Dobbiamo spiegare la sicurezza ai nostri cittadini senza allarmismi, ma senza ingenuità: la libertà costa, e va protetta ogni giorno. Quando le società capiscono il perché, la volontà segue.
Serve una cultura della difesa. La percezione della minaccia è spesso inversamente proporzionale alla distanza dalla minaccia stessa: più ci si allontana da certi fronti, meno inclini si è a considerare la Russia un pericolo, per esempio. Potrei dire che è un approccio umano, ma non saggio: i nostri confini sono quelli dell’Europa, e della Nato. Non è solo una questione di solidarietà ma di rendersi conto che la nostra sicurezza è un tutt’uno con quella dei nostri Alleati.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)
