Romanengo, quali sfide attendono la confetteria più antica d’Italia

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Violante Avogadro di Vigliano, Ceo di Romanengo, analizza le sfide che attendono la confetteria più antica d’Italia .

Un giornalista scrisse: “Con i Romanengo non sai mai di quale guerra parlino”. Le guerre napoleoniche, i moti del ’48, tre guerre d’Indipendenza, la Grande guerra e il Secondo conflitto mondiale. Così la più antica confetteria d’Italia da 245 anni cammina mano nella mano con la Storia. Tutto ha inizio nel 1780, quando Antonio Maria Romanengo lascia le colline di Voltaggio (oggi in provincia di Alessandria) per Genova.

Al cospetto della ‘Signora del Mare’ apre la sua bottega di spezie. Sono i figli Stefano e Francesco ad aver l’intuizione di produrre artigianalmente alcuni dei dolci della tradizione genovese come la frutta candita e i quaresimali. I sapori levantini scoperti dalla Superba durante la Prima crociata attraversano così i secoli, sfiorando palati reali come quello di Umberto I in occasione del matrimonio con Margherita di Savoia o della regina Elena del Montenegro, che commissionò un torrone al pistacchio diventato poi il Torrone Fondant al pistacchio ‘della Regina’. Mentre Umberto II era goloso di ciliegine rosa al liquore.

“Romanengo è un simbolo italiano di tradizione e artigianalità, con un patrimonio unico”, rivendica Violante Avogadro di Vigliano, Ceo dell’azienda con un curriculum importante. Ruoli di leadership in Gucci e Ralph Lauren Home, dodici anni a Montblanc come capo della comunicazione a livello mondiale, Cmo da Roger Vivier, cinque anni in illycaffè come capo della comunicazione e business developer e, infine, Romanengo.

Dottoressa Avogadro, quali sfide attendono l’azienda e il settore dolciario a livello europeo e internazionale?

La sfida principale, per noi, è quella di avere a che fare con un mercato che è dominato dal prezzo. I nostri prodotti, invece, non sono mass-market, abbiamo un posizionamento di alto livello, per cui a fare la differenza è la qualità. Per il settore, in primis direi l’abbattimento dei dazi.

In questo senso, guardiamo con speranza alla ratifica dell’accordo tra Unione europea e Mercosur che faciliterebbe il nostro accesso a materie prime di qualità, come lo zucchero che prendiamo proprio da regioni Merco. Per il cacao, invece, ci forniamo dall’Africa ma abbiamo in studio l’idea di avere delle mono origini, per cui stiamo guardando a diverse zone. Il Centro e il Sud America sono certamente aree fondamentali.

Questa prospettiva, inoltre, darebbe accesso a 260 milioni di nuovi consumatori in città come Buenos Aires, San Paolo e Montevideo. Attualmente queste non sono in studio a livello di retail o aperture di negozi monomarca, ma potrebbero esserci accordi legati a partnership locali, come quelle che abbiamo a Milano con la Rinascente, 10 Corso Como o Eataly.

Oggi le scelte del consumatore danno grande valore alla salute e alla sostenibilità, com’è cambiata la vostra offerta in questo senso?

In realtà non ci sono stati cambiamenti ma una maggior sensibilizzazione, dato che la sostenibilità e la ricerca dei migliori ingredienti sono nel Dna del nostro marchio. Per noi, ad esempio, è fondamentale seguire il ritmo delle stagioni. Le faccio un esempio: lei è sicuramente abituato a mangiare le fragole tra maggio e giugno, ma quello è il periodo in cui raggiungono il picco della loro maturazione, per cui noi le raccogliamo in quel periodo e le lavoriamo con processi assolutamente naturali.

Abbiamo una cascina dove produciamo, a chilometro zero, gli ingredienti sia per i prodotti dolciari sia quelli per le nostre sale da tè. Stiamo anche lavorando sulla riduzione della plastica e l’utilizzo di materiali riciclati, serviamo ad esempio acqua filtrata in bottiglie di vetro. Tutti i nostri fornitori, inoltre, sono accuratamente selezionati e devono avere certificazioni di qualità. Stiamo anche lavorando in direzione di un maggior efficientamento energetico.

A proposito delle sale da tè, a maggio la Corte ha aperto anche a Genova. Avete intenzione di espandere questo format?

La prima sala da tè è stata aperta a Milano, nel Quartiere Cinque Vie. L’idea era proprio quella di trovare un luogo di esperienza, convivialità e di tempo. Lavorare al ritmo delle stagioni non ha solo a che fare con la sostenibilità ma, appunto, anche con il tempo perché è questo che consente di poter guardare alla qualità.

Vogliamo che le persone si prendano del tempo per sperimentare e assaporare i nostri prodotti. Per questo direi di sì, c’è l’idea di rafforzare la nostra posizione in questo format.

Quali sono i vostri principali investimenti nell’innovazione?

Molto importante è stata la digitalizzazione dei processi. Abbiamo reso la nostra comunicazione omnichannel, lanciando il profilo LinkedIn e rafforzando la newsletter. Soprattutto siamo intervenuti sull’e-commerce, semplificando la user experience all’interno del sito, rendendo l’acquisto più semplice e facile eliminando molti passaggi intermedi.

Importante è stata l’estensione dei tempi di acquisto, soprattutto durante le festività di Natale e Pasqua, permettendo ai clienti di ordinare fino a 48 ore prima. Ci siamo concentrati sulla ripetibilità dei messaggi, in modo tale che l’impatto del prodotto sui clienti sia lo stesso, sia davanti alla vetrina sia sul sito.

Progetti futuri?

Per quest’anno ci sono nuove aperture su Milano che si concretizzeranno tra la fine di questo mese e dicembre. Nel 2026 e 2027 ci saranno altre aperture ancora, sia a livello nazionale che internazionale.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

Poste Italiane Dic 25

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