Intervista a Luigi Sergio Germani: “con la guerra cognitiva le autocrazie cercano di disgregare le democrazie occidentali”.
L’inganno è la via maestra della guerra, lo scriveva Sun Tzu 2500 anni or sono. Alterare la percezione dell’avversario, oggi così come 25 secoli fa, è più efficace di qualsiasi catapulta o sistema missilistico. Questo il fondamento della guerra cognitiva. Un termine coniato nel 2017 dal generale dell’aeronautica statunitense David Goldfein ed entrato nel vocabolario della Nato nel corso dei recenti conflitti per mettere in luce le debolezze delle democrazie occidentali di fronte ai regimi autocratici.
“Attraverso la guerra cognitiva si cerca di influenzare il modo di pensare dell’avversario e la sua visione del mondo allo scopo di guidarne le decisioni e le azioni”, spiega il professor Luigi Sergio Germani, presidente dell’Istituto Gino Germani e studioso delle tecniche di disinformatia messe in atto dal Cremlino fin dalla Guerra fredda.
La guerra cognitiva si serve dei social media, dell’AI e dei progressi nei campi delle neuroscienze. Dalla diffusione di fake news alla generazione di contenuti sintetici audio-video (i cosiddetti deepfake) “regimi come Russia, Cina, Iran o Corea del Nord stanno cercando di disgregare e destabilizzare le democrazie occidentali”.
Tutto questo è possibile grazie sistemi di profilazione comportamentale che con il machine learning interpretano le abitudini di navigazione dei singoli utenti per generare modelli predittivi riguardanti le vulnerabilità psicologiche e la suscettibilità a narrative specifiche, così da adattare in tempo reale i contenuti da diffondere. La distribuzione si basa su Reti scalabili distribuite geograficamente e difficilmente rintracciabili dal momento che più server sono configurati con lo stesso indirizzo Ip. Ogni server, inoltre, elabora i dati provenienti a lui più vicini, rendendo più veloce e capillare la diffusione di notizie o contenuti.
Oltre alla mera disinformazione, la guerra cognitiva prevede il reclutamento, all’interno dei Paesi-bersaglio, di influencer, giornalisti, politici, funzionari ma anche attori facenti parte del mondo accademico, militare e aziendale.“
Alcuni influencer o giornalisti vengono cooptati a loro insaputa. Basta un annuncio su LinkedIn con profilo falso per ingaggiare un giovane freelancer, approfittando spesso della crisi del settore giornalistico, promettendogli di scrivere per una testata pagandolo regolarmente. Questo accetta e inconsapevolmente si ritrova a lavorare per i servizi segreti di Russia o Cina. In altri casi c’è un reclutamento a tutti gli effetti”, spiega Germani. “Questa è una dinamica che viene da lontano. Il dossier Mitrokhin ha mostrato come l’allora Unione sovietica, tramite il Kgb, reclutasse funzionari e personaggi dei media in Italia”.
C’è poi uno strumento utilizzato dall’Urss, già all’indomani del Secondo conflitto mondiale, e tutt’ora portato avanti da Russia e Cina: il supporto e finanziamento ai partiti antisistema. Durante la Guerra fredda i partiti comunisti oggi le forze populiste e sovraniste.
La guerra cognitiva, prima ancora di colpire il mondo della cultura, dell’informazione, della politica e dell’esercito, colpisce scuola e università. A marzo 2024 il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, a seguito delle segnalazioni di alcuni attivisti ucraini, aveva denunciato la presenza in alcuni manuali di Storia e Geografia per le scuole medie contenenti narrazioni distorte in favore dell’Unione sovietica e della Russia putiniana. Si parla di una generica ‘Regione russa’ che comprende Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Paesi Baltici o di Kiev come prima capitale del territorio russo, riferendosi erroneamente alla Rus’ medievale come il primo nucleo della Nazione russa.
“Mentre la Russia ha una strategia più consolidata che mira a destabilizzare tutto e subito, la Cina ha un’azione più di lungo periodo. Pechino ha dottrine molto sofisticate che si avvalgono delle neuroscienze, per degradare il livello intellettuale delle persone. Per molti, la circolazione del fentanyl farebbe parte di questa strategia”, ha detto Germani. “La guerra cognitiva oggi è maggiormente utilizzata dalle autocrazie perché, per essere efficace, richiede un sistema di controllo centralizzato sulla politica, i media e la cultura che le democrazie per definizione non hanno”.
Allora, per le democrazie, resta il problema di come difendersi senza abiurare loro stesse. “Occorre una strategia culturale. In questo senso Nato ed Europa stanno introducendo delle strategie difensive. L’Ue, ad esempio, porta avanti l’iniziativa EUvsDisinfo, che si occupa di debunking, ma sono programmi ancora troppo timidi”, dice Germani.
Ma la guerra cognitiva è anche una questione di sicurezza nazionale: “I servizi segreti, ovviamente, dovrebbero essere attivi. Se un giornalista è foraggiato da Mosca o Pechino occorre intervenire perché ricevere fondi clandestinamente da un Paese estero è illegale. Occorre un’attività molto stretta da parte dei nostri servizi di controspionaggio, dato che la guerra cognitiva ha dietro di sé i servizi segreti spesso in cooperazione con la criminalità organizzata e gli oligarchi”.
Un altro strumento percorribile è la strategia del Political warfare. “Una strategia che i Paesi del blocco occidentale usavano durante la Guerra fredda per delegittimare i regimi comunisti sotto il Patto di Varsavia. Ricordo, ad esempio, Radio Free Europe/Radio Liberty, che trasmetteva in tutte le lingue, anche del blocco orientale e dava voce ai dissidenti anticomunisti. Delegittimava e faceva ‘propaganda’ ma dicendo la verità”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)
