Marinella rifiuta le offerte dei grandi gruppi internazionali: “I miracoli non sono in vendita”

Maurizio e Alessandro Marinella

Maurizio e Alessandro Marinella raccontano la storia centenaria delle cravatte preferite dai potenti del mondo. Una dinastia che ha superato le offerte dei grandi Gruppi industriali, la pandemia e la sfida di integrare il digitale.

Maurizio Marinella non vuole vendere il suo miracolo. Nel corso degli anni, diversi giganti hanno provato a comprare il marchio di cravatte più famoso del mondo, e il suo custode (terza generazione della famiglia che dal 1914 è simbolo di Made in Italy nel mondo) ha sempre detto no, sin dalla prima proposta, arrivata quando c’erano ancora le lire: 100 mld. Da allora le offerte da parte di grandi Gruppi internazionali sono aumentate, ma Marinella continua a dire no.

“Viviamo un’emozione che non possiamo vendere. Le offerte ci lusingano, e, lo devo ammettere, non è facile dire no davanti a tanti zeri”. Ma questa è la storia “di un miracolo” partito da 20 metri quadrati a piazza Vittoria, a Napoli. Un miracolo costruito aprendo tutti i giorni alle 6:15 e chiudendo alle 20. “Sono 55 anni che faccio questa vita, e non potrei se non mi emozionasse ancora così tanto”.

Che i grandi player internazionali vogliano inglobare Marinella è quasi scontato, secondo Maurizio. “Marchi importanti in giro non ce ne sono più, e i grandi Gruppi devono quasi inventare uno storytelling per vendere questi prodotti. Noi non abbiamo bisogno: abbiamo un secolo di storia”.

Verrebbe da usare la S maiuscola, considerato il parco clienti. “Partirò presto per andare dal Re di Spagna”, racconta Maurizio, che nel 2025 ha incontrato per due volte Re Carlo d’Inghilterra (una volta in Ambasciata a Roma, un’altra direttamente a Windsor).

Le cravatte Marinella le hanno portate “Totò, Luchino Visconti, Mastroianni, De Sica – elenca velocemente Maurizio – e poi politici come Craxi e Berlusconi, il nostro cliente più ‘devastante’, che per un certo periodo ordinava 500 cravatte al mese”. Non per usarle, ma per regalarle, in cofanetti da sei.

Hanno indossato Marinella i presidenti americani dalla famiglia Kennedy in poi, e Maurizio conserva ancora la lettera, scritta insieme al padre Luigi, in cui rifiutava l’offerta di Donald Trump (molto prima che diventasse presidente Usa) di aprire un negozio sulla Quinta strada a New York, all’ultimo piano della Trump Tower (ma l’America potrebbe ancora essere nel futuro del marchio).

Tra gli ultimi clienti del negozio napoletano c’è anche l’ultimo 007 Daniel Craig, l’attrice Uma Thurman e Mina, rivela il figlio di Maurizio, Alessandro. Il futuro di Marinella appartiene anche a lui, che dal 2017 ha trasformato non tanto il modo di gestire il negozio (dove il padre regna sovrano ancora oggi) quanto tutto l’ecosistema che gli sta dietro e che gli ruota intorno: a fianco della Marinella storica sta nascendo “una Marinella più moderna”, all’insegna della sostenibilità dei prodotti, fondata sull’ecommerce e sulla presenza internazionale.

I risultati li presenta lo stesso Alessandro, che contattiamo nei giorni in cui pubblica il video con un famoso influencer napoletano per pubblicizzare il negozio di Napoli. “Mio padre è ancora un po’ restio a partecipare ai video per i social ma piano piano vedremo di coinvolgerlo”, racconta il trentenne, che su Instagram ha circa 74mila follower.

“Nel 2017, l’anno in cui ho iniziato a lavorare in azienda, la cravatta rappresentava l’80% del fatturato di Marinella”, racconta Alessandro. Oggi, nonostante gli incassi legati alle cravatte siano cresciuti di circa un quinto, la quota è scesa al 60%. Merito degli altri prodotti, come la camiceria, e di un ecosistema online in crescita oltre che una presenza internazionale che va da Londra a Tokyo. Tra le prossime aperture c’è Rapallo, racconta Alessandro, che rivela anche i numeri del fatturato nel 2025: si stimano “circa 20 mln di euro”, in aumento dai 17,7 dell’anno prima e dai 12 pre-pandemia. L’epoca Covid è stata una delle sfide maggiori, con il calo di fatturato e liquidità, ma sia Maurizio che Alessandro sostengono come la pandemia si sia rivelata una grande opportunità per ristrutturare e investire, innescando un percorso di crescita e modernizzazione dei processi e dei canali.

Dal suo arrivo Alessandro ha dovuto affrontare le reticenze del padre, che racconta scherzando come la sola parola ecommerce gli provocasse una forte “dermatite”.

Ma da allora il figlio si è tolto parecchie soddisfazioni: l’implementazione di un gestionale per inventari e ordini, la digitalizzazione dei processi con timeline, la creazione di un magazzino centralizzato separato dal negozio di Napoli, l’ecommerce che permette di diffondere il marchio in ogni angolo del mondo.

“La visita in negozio a Napoli, dove mio padre intrattiene i clienti e offre loro il caffè, non si sostituisce”, spiega Alessandro. La sua missione è stata quella di creare, nei vari store internazionali, un’esperienza che fosse il più possibile coerente con quella di piazza Vittoria. Anche sull’ecommerce, si è preferito che l’assistenza clienti fosse affidata a operatori telefonici, piuttosto che un ‘freddo’ chatbot.

E l’America? Il no alla Trump Tower da parte di Maurizio (e del padre Luigi) risale a prima ancora che nascesse Alessandro, ma da allora sono cambiate così tante cose che adesso lo sbarco negli Usa sembra molto più vicino. Ci sono delle difficoltà da superare: per Alessandro, che da giovane manager con laurea in economia aziendale e master all’estero utilizza più termini inglesi, è un discorso di brand awareness. “Dobbiamo crescere ancora, perché negli Usa sulle cravatte vige uno stile diverso rispetto al nostro”, spiega, aggiungendo che bisognerebbe lavorare molto anche sulla distribuzione.

“Vorrei poter aprire lì, prima di appendere la famosa cravatta al chiodo”, dice Maurizio.

Quando il testimone passerà definitivamente di mano, il figlio Alessandro potrebbe trovarsi a gestire un impero che, ormai, sarà arrivato anche Oltreoceano.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

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