Nello Donnini: (AbbVie): “Un nuovo dialogo tra imprese e istituzioni”

Nello Donnini (AbbVie)

Intervista a Nello Donnini (AbbVie) che racconta come la funzione di government affairs sia diventata un punto di snodo strategico.

In una fase storica segnata da profonde trasformazioni geopolitiche e tecnologiche, la funzione di Government Affairs è diventata un punto di snodo strategico tra imprese e istituzioni, contribuendo a orientare le politiche industriali e sanitarie. Un cambiamento particolarmente evidente nel settore life sciences, di cui abbiamo parlato con Nello Donnini, Public health & government affairs director di AbbVie.

In che modo le nuove dinamiche geopolitiche stanno cambiando il modo in cui le imprese dialogano con le istituzioni?

Negli ultimi anni la funzione di Government Affairs è uscita dai confini tradizionali del ‘public relations’ per assumere un ruolo strategico di sistema. Oggi è una piattaforma di intelligence e indirizzo che contribuisce direttamente alle scelte aziendali e alla sostenibilità del business.

In un contesto in cui le decisioni politiche incidono in modo diretto su accesso alle prestazioni sanitarie e ai farmaci, innovazione, sostenibilità e competitività, il Government Affairs è chiamato a connettere due mondi, quello istituzionale e quello industriale, con un linguaggio comune basato su evidenze e visione a lungo termine.

La geopolitica ha ampliato il perimetro del nostro lavoro: oggi il policy-making non può essere letto solo a livello nazionale, perché ogni decisione si inserisce in una rete di interdipendenze globali, dalle catene di fornitura alla sicurezza sanitaria, dalle politiche industriali allo sviluppo tecnologico (dalla intelligenza artificiale alle terapie digitali alle terapie avanzate come quella genica).

La pandemia prima e le tensioni internazionali poi hanno reso evidente che la salute è anche una questione di sicurezza e di stabilità economica. Questo ha spinto le aziende a un dialogo più strutturato con le istituzioni, basato su evidenze e visione di sistema, per contribuire alla definizione di politiche pubbliche resilienti.

Pensiamo all’executive order o ai dazi introdotti durante l’amministrazione Trump: decisioni nate per tutelare la produzione americana, ma che hanno un impatto diretto sul mercato europeo e sulla capacità delle aziende farmaceutiche di garantire continuità nelle forniture e nello sviluppo di innovazione.

In questa prospettiva, le alleanze transatlantiche, dai rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti alle iniziative comuni per la sicurezza sanitaria globale, assumono un ruolo sempre più determinante nel definire gli standard regolatori e industriali del futuro. In questo senso, il ruolo del Government Affairs è quello di costruire ponti tra le priorità globali e i bisogni locali, contribuendo a una politica industriale europea e nazionale che sappia essere competitiva, attrattiva e sostenibile.

Non si limita a rappresentare interessi, ma diventa un facilitatore coniugando analisi dei dati, comprensione istituzionale e capacità di costruire dialogo strategico tra impresa e istituzioni.

L’attrazione di investimenti nei life sciences è tornata strategica per la competitività del Paese. Quali sono le condizioni perché l’Italia possa consolidarsi come hub europeo per la ricerca e l’innovazione biomedica?

L’Italia ha un capitale straordinario di competenze scientifiche e industriali, ma per consolidarsi come hub europeo servono tre condizioni: stabilità, visione e cooperazione.

Stabilità, perché senza regole prevedibili e un quadro di riferimento chiaro le imprese non possono pianificare investimenti di lungo periodo. Il meccanismo del payback ne è un esempio: ha generato incertezza in un momento in cui serve, invece, attrarre risorse e consolidare la filiera.

Serve poi una visione Gross-to-Net del sistema: capire come le risorse si distribuiscono lungo la catena del valore, e come rendere trasparente e stabile il rapporto tra spesa pubblica e valore generato. In questo senso serve la visione di un sistema capace di valorizzare l’intera catena del valore, dalla ricerca alla produzione, di semplificare l’eccessiva mole amministrativa e burocratica, che rischia di essere un freno, e di premiare l’innovazione come motore di crescita.

L’obiettivo deve essere ‘investire meglio’, collegando le risorse pubbliche a risultati misurabili in termini di salute, produttività e sviluppo.

Infine, serve cooperazione. L’innovazione richiede la collaborazione tra istituzioni, imprese, università, centri clinici e startup biotecnologiche. Proprio la collaborazione con il mondo accademico è essenziale per generare dati ed evidenze indipendenti che supportino le decisioni di policy.

Quando i dati diventano un bene condiviso, e non uno strumento di contrapposizione, il dialogo tra pubblico e privato si eleva e si fonda su fatti, non su percezioni. Anche strumenti come il Pnrr possono giocare un ruolo decisivo, se trasformati in piattaforme di cooperazione strutturata e di attrazione per investimenti industriali e scientifici di lungo periodo.

Basti pensare che l’industria farmaceutica italiana contribuisce per oltre il 2% al Pil nazionale, con una produzione di circa 48 miliardi di euro, 47 miliardi di export e quasi 3 miliardi investiti ogni anno in ricerca e sviluppo. Un comparto che occupa più di 70.000 persone e genera un indotto di oltre 250.000 lavoratori, rappresentando uno dei motori più solidi della nostra economia.

Costruire un ecosistema in cui ricerca, industria e istituzioni operino in modo coordinato è la chiave per trasformare l’Italia da semplice mercato in piattaforma europea dell’innovazione biomedica.

La sostenibilità del Ssn dipende sempre più dalla capacità di integrare innovazione, accesso e sostenibilità economica. Quale ruolo può e deve avere l’industria?

Credo che una politica pubblica efficace nasca dal confronto. Quando pubblico e privato collaborano sulla base di regole chiare, fiducia e trasparenza, si genera valore condiviso: crescita industriale, benessere sociale e innovazione. L’industria ha un ruolo cruciale: contribuire a costruire un modello di sanità sostenibile, equo e capace di valorizzare l’innovazione come investimento.

Questo significa spostare il baricentro del confronto con le istituzioni verso il concetto di valore generato, in termini di salute, di produttività, di qualità della vita e di sostenibilità del sistema nel suo complesso, avvicinandosi progressivamente a un modello di value-based healthcare fondato su risultati e impatto. Per farlo servono due elementi: dati e collaborazione.

Dati che misurino in modo oggettivo il valore delle innovazioni, e collaborazione tra gli attori del sistema per tradurre quelle evidenze in politiche pubbliche coerenti. La condivisione di dati, informazioni e analisi tra il mondo accademico, quello scientifico e le istituzioni garantisce un processo decisionale più trasparente e razionale basato sulle evidenze, che unisce sostenibilità e innovazione.

Ma la sostenibilità non è solo economica: è anche sociale e sistemica. Per questo il dialogo deve includere tutti i portatori di interesse, istituzioni, società scientifiche, professionisti sanitari e associazioni di pazienti, veri protagonisti di una nuova forma di ‘advocacy collaborativa scientifica e sociale’ che arricchisce la prospettiva industriale e rende le politiche pubbliche più inclusive e più efficaci.

In definitiva, il contributo dell’industria deve essere quello di mettere competenze, evidenze, connessioni e visione al servizio dei pazienti e del Servizio Sanitario Nazionale, per supportare un sistema sostenibile non solo nel bilancio, ma anche nello sviluppo di tecnologie innovative.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

 

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.