Mentre le attenzioni delle Borse sono rivolte, come sempre, all’America (in particolare alle possibili decisioni della Fed sui tassi e della Corte Suprema sui dazi) una storia europea si prende il centro della scena sui mercati: la possibile nascita del più grande player mondiale nell’estrazione mineraria. Glencore (società svizzera quotata a Londra) e Rio Tinto (colosso anglo-australiano) hanno ripreso le trattative per la fusione che erano state interrotte a fine 2024 per divergenze sulle cifre in ballo.
Cifre che, ovviamente, sono gigantesche: per il Financial Times l’unione darebbe vita a un Gruppo da 260 mld di dollari, e le trattative prevedono che sia Rio Tinto ad acquisire Glencore, con un focus in particolare sul business, immenso, del rame.
Ma i termini di un eventuale accordo sono nebulosi e devono essere ancora definiti. Entrambe le società (dopo le rivelazioni del Financial Times) hanno messo le mani avanti: un’intesa non è sicura. E non si sa neanche se una fusione coinvolga tutte le attività o solo alcune.
Intanto però, in mattinata, il titolo Glencore ha trascinato i listini a Londra e in Europa, mentre le azioni Rio Tinto (che è la più grande delle due, con un valore di 162 mld) sono scese.
Cosa succede in Italia
Glencore ha diversi asset in Sardegna, con il futuro dello stabilimento Portovesme srl-Glencore nel polo del Sulcis Iglesiente sempre in bilico. Qui si producevano piombo, zinco, oro, argento, rame, acido solforico. Ma le produzioni sono state spente progressivamente per i costi energetici.
Spegnimenti ai quali sono seguiti i progetti di rilancio e gli incontri con Governo (i ministri Adolfo Urso e Marina Elvira Calderone) e Regione Sardegna.
Secondo Emanuele Madeddu, segretario generale Filctem Cgil Sardegna Sud Occidentale che segue i tavoli su Portovesme, esprimere un giudizio sulle conseguenze della fusione non ancora definita è complicato perché non si sa se l’interesse di Rio Tinto riguardi tutti gli asset di Glencore o solo una parte. Potrebbe portare a un rafforzamento, ma anche a un disinvestimento in alcuni settori.
Al momento, ricorda Madeddu, gli unici siti in produzione sono l’impianto Waelz che tratta i fumi di acciaieria e la fonderia dello stabilimento di San Gavino, che lavora materiali provenienti dalla Germania.
Con la linea zinco spenta e alla ricerca di nuovi investitori, le trattative con il tavolo del MIMIT si concentrano in modo particolare sul progetto del litio e il riciclo di batterie esauste, che secondo il Sole 24 Ore varrebbe 400 mln di euro. Questo progetto, dice Madeddu, “si trova in una fase di studio di fattibilità condotta da una società specializzata per conto di Glencore”. Un altro studio tecnico è quello sul bismuto, ottenuto dalla raffinazione del piombo.
Per valutare le conseguenze della fusione, dice il sindacalista, è fondamentale capire quali sarebbero gli asset principali coinvolti e gli investimenti previsti sul territorio. “Sebbene Rio Tinto abbia la forza economica per garantire investimenti importanti”, dice Madeddu, le sue reali intenzioni non sono ancora note.
