Per decenni, l’immaginario collettivo ha dipinto il professionista del Public Affairs come una figura che si muove esclusivamente tra cene istituzionali, strette di mano nei corridoi del potere e una rubrica telefonica molto ben fornita. Sebbene la relazione rimanga il cuore pulsante di questa professione, la situazione già da molti anni è profondamente cambiata.
Adesso il contesto attorno ad essa sta cambiando a una velocità vertiginosa. Siamo nel pieno di una transizione epocale: il passaggio dal Public Affairs “artigianale” a quello “professionale” è già avvenuto e ora assistiamo all’ulteriore salto quantico verso quello “data-driven”.
E il motore di questo cambiamento è indubbiamente l’Intelligenza Artificiale. Ma cosa significa concretamente per chi si occupa di relazioni istituzionali, advocacy e lobbying? Significa che l’AI non è qui per rubarci il lavoro, ma per liberarci dalla “tirannia dell’operativo” e permetterci di essere finalmente strategici. Ci sono tre pilastri su cui l’AI sta trasformando il nostro settore.
Dal monitoraggio alla predizione
Chiunque lavori nel Public Affairs conosce, ad esempio, il peso del monitoraggio legislativo. Ore passate a studiare documenti, resoconti, gazzette ufficiali, emendamenti e agenzie stampa. È un lavoro necessario, ma molto time consuming.
L’AI Generativa e i moderni algoritmi di NLP (Natural Language Processing) hanno cambiato le regole. Oggi non ci limitiamo a ricevere un alert quando una keyword viene menzionata. I nuovi strumenti sono in grado, ad esempio, di sintetizzare in pochi secondi centinaia di pagine di proposte normative, estraendo solo i rischi e le opportunità per il nostro specifico settore.
Oppure di prevedere l’evoluzione di un iter legislativo basandosi sullo storico dei dati, analizzando la probabilità che un emendamento venga approvato in base alla composizione delle commissioni e ai trend politici attuali. Non siamo più quindi “vigili del fuoco” che reagiscono alla notizia, ma siamo in grado di poter anticipare gli scenari possibili.
Stakeholder Mapping dinamico
Il vecchio power map era un documento statico: Tizio è capo di gabinetto, Caio lavora con lui o è il suo Ministro. Utile, ma limitato. L’AI applicata alla network analysis permette di costruire mappe d’influenza vive e dinamiche. Immaginate di poter visualizzare non solo chi occupa un ruolo istituzionale, ma chi ha potenzialmente capacità di consigliare chi.
L’analisi dei dati (social, votazioni passate, dichiarazioni pubbliche, partecipazioni a eventi) ci permette di scoprire connessioni non ovvie.
Magari il vero influencer su un determinato dossier tecnico non è il decisore di primo piano, ma un consigliere, un dirigente o un accademico ascoltato regolarmente da quel decisore. L’AI fa emergere questi pattern invisibili, permettendoci di mirare l’azione di advocacy con precisione chirurgica.
La creazione di contenuti e il ‘Time-to-Action’
Scrivere position paper, emendamenti, brief per l’AD o discorsi istituzionali richiede tempo e lucidità. Qui l’AI agisce come un “esoscheletro cognitivo”. Non si tratta di chiedere a ChatGPT o a Gemini o ad altra piattaforma di scrivere un emendamento e inviarlo così com’è (un errore che si pagherebbe caro in termini di reputazione e precisione tecnica).
Si tratta di usare l’AI per superare la sindrome del foglio bianco: generare bozze, strutturare argomentazioni logiche, adattare il tono di voce di un documento tecnico per renderlo comprensibile a un pubblico generalista. Il professionista umano diventa l’editor, il controllore di qualità, il garante della sensibilità politica, riducendo i tempi di produzione del 50%.
Il ‘fossato’ umano: perché non saremo sostituiti
Di fronte a questa potenza di calcolo, la domanda sorge spontanea: serviamo ancora? La risposta è un sì deciso. Anzi, il valore del professionista umano aumenterà proprio grazie all’AI. L’Intelligenza Artificiale può processare milioni di dati, ma non possiede tre caratteristiche fondamentali del Public Affairs.
In primo luogo, l’empatia: capire i dubbi, le ambizioni e le pressioni non dette di un decisore pubblico durante una conversazione faccia a faccia. In secondo luogo, la fiducia (il trust): il lobbying si basa sulla reputazione personale.
Un decisore si fida di voi, non del vostro algoritmo. Infine, il giudizio etico e politico: l’AI non comprende le sfumature del “politicamente opportuno”. Sa cosa è logico, non cosa è saggio in un determinato momento storico. Ecco perché l’AI nel Public Affairs non è una minaccia, ma una leva.
Chi la ignorerà rischierà di trovarsi sommerso dalla complessità informativa, incapace di competere con chi invece la utilizza per elaborare strategie più veloci e informate. Il futuro di questo mestiere appartiene ai “centauri”: professionisti con una solida intelligenza emotiva e politica, potenziata da una formidabile intelligenza artificiale.
Ora si tratta di capire da che parte della barricata farsi trovare. O decidiamo di sperimentare e implementare rapidamente questi strumenti, oppure di restare ancora in fase di osservazione, rischiando però di perdere velocità ed efficacia.

