Anabel Diaz (Uber): “La leadership non è adattarsi è allargare il tavolo”

Anabel Diaz (Uber)

Intervista a Anabel Diaz, responsabile mobilità Uber in Europa, Medio Oriente e Africa.

Ingegnere, manager cosmopolita e oggi alla guida della mobilità Uber in Europa, Medio Oriente e Africa, Anabel Diaz ha costruito un modello di leadership che ribalta le logiche tradizionali: non adattarsi, ma “allargare il tavolo”. Con un approccio che unisce empowerment, sicurezza, sostenibilità e trasformazione urbana, racconta come Uber stia ridisegnando la mobilità in 70 Paesi.

È stata spesso ‘l’unica donna nella stanza’. Come costruisce un modello di leadership capace di cambiare le regole?

Per me significa ampliare il tavolo perché più persone possano sedersi. Si basa su performance e presenza: obiettivi chiari, responsabilità dei risultati, ma anche empatia e trasparenza. Con Women at Uber sosteniamo talento femminile con mentoring e percorsi strutturati. Oggi le donne sono il 44% della forza lavoro globale e il 39% dei ruoli di leadership in Emea: segnali di un progresso reale.

Negli ultimi dieci anni cosa è davvero cambiato per le donne nella tecnologia e nella mobilità?

La cultura aziendale è evoluta: la diversità non è più un ‘nice-to-have’, ma un abilitatore di business. Team più inclusivi prendono decisioni migliori e innovano più velocemente. Restano però barriere invisibili come la ‘trappola dell’esperienza’ e il ‘double bind’. Riconoscerle serve a costruire sistemi che permettano a tutti di esprimere pienamente il proprio potenziale. È ciò che facciamo con Women at Uber.

Ha mai sentito la pressione di imitare codici di potere maschili?

No: l’autorevolezza non richiede di rinunciare all’autenticità. I leader più efficaci guidano con chiarezza, coraggio e cura.

Come si riduce il carico emotivo che pesa sulle leader?

Riconoscendo che è reale e redistribuendolo. Il ‘lavoro invisibile’ legato alla cura del team non deve gravare solo sulle donne. In Uber il benessere è integrato nella formazione e valutato nelle performance.

GigSister e Women at Uber puntano su reti femminili. Perché la dimensione delle comunità è decisiva?

Perché la visibilità crea possibilità. GigSister collega donne autiste con mentoring e risorse per sicurezza e accesso a veicoli. Ma la rappresentanza resta bassa: solo il 12% della forza lavoro globale nei trasporti è femminile. Più donne significa più innovazione, migliori performance e risposta alla carenza di lavoratori.

Uber vuole diventare una piattaforma a zero emissioni entro il 2040. Qual è oggi l’ostacolo maggiore?

L’accesso a veicoli elettrici e infrastrutture di ricarica affidabili. Per questo lavoriamo con partnership e innovazione. Oggi oltre 200.000 driver usano EV e i tassi di adozione sono fino a cinque volte più alti della media. Con Uber Electric rendiamo più semplice scegliere corse a zero emissioni.

Che ruolo avranno le città europee e italiane nella mobilità multimodale?

Le città sono gli architetti della mobilità. Noi colmiamo i vuoti della prima e ultima tratta e integriamo trasporto pubblico, taxi, Ncc e micro-mobilità. In Italia operiamo in oltre 35 città con auto e taxi, e con Lime in oltre 10 città. Ma il Paese ha uno dei più alti tassi di motorizzazione in Europa: serve ridurre l’uso dell’auto privata. Bologna, Milano e Roma possono fare da apripista.

I rapporti con i governi locali?

Essenziali. La mobilità sostenibile nasce dalla collaborazione pubblico-privato. In Italia abbiamo trovato amministratori molto impegnati nel cambiamento. All’Anci si è vista energia e visione condivisa: obiettivi comuni come aria più pulita, meno congestione e accesso al lavoro.

C’è chi accusa le piattaforme digitali di aumentare la precarietà. La flessibilità è reale?

Sì, ma deve essere accompagnata da tutele. In Emea stiamo sviluppando modelli che uniscano flessibilità e benefici. Non vogliamo replicare vecchi schemi, ma crearne di nuovi.

In Spagna le donne driver sono cresciute del 610%, ma a livello globale restano poche. Che cosa può cambiare?

Barriere culturali, accesso a licenze e sicurezza pesano ancora. Quando queste cadono, la partecipazione cresce rapidamente. Uber by Women, già attiva in Polonia e in espansione, permette alle passeggere di scegliere una driver donna e sostiene formazione e mentoring.

La sicurezza delle donne negli spazi pubblici resta un problema. Cosa possono fare le aziende tech?

Agire più rapidamente. La tecnologia consente sicurezza integrata: registrazione audio, verifica Pin, RideCheck, Share My Trip. In Italia abbiamo avviato una partnership con l’app Viola per finanziare corse di emergenza e sensibilizzare sulle risorse di sicurezza.

Se potesse lanciare un progetto educativo globale con Uber?

Punterei su accesso e autonomia: micro-borse per licenze, formazione su Ev, competenze digitali e mentoring tra Women at Uber, GigSister e partner esterni.

Cosa ha lasciato la pandemia alla mobilità urbana?

L’aspettativa di un sistema fluido, affidabile e sostenibile. Uber unisce trasporto pubblico, mobilità attiva e on-demand. La partnership con Milano-Cortina 2026 attiverà 5.000 driver e lascerà un’eredità infrastrutturale per il Paese.

La sua missione personale?

Rendere la mobilità quotidiana più pulita, sicura e inclusiva.

Si definirebbe femminista?

Se femminismo significa uguaglianza, opportunità e leadership che apre porte agli altri, allora sì.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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