L’AI può salvare o distruggere la democrazia americana?

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La maggior parte dei critici del presidente Donald Trump lo considera una minaccia esistenziale per la democrazia americana. Ma per l’economista premio Nobel Daron Acemoglu, Trump è solo un sintomo: una febbre provocata da un’infezione che covava da anni, ben prima che scendesse dalla celebre scala mobile dorata per annunciare la propria candidatura alla Casa Bianca.

Professore al MIT, Acemoglu studia da decenni le radici del declino economico e politico, con particolare attenzione al ruolo delle istituzioni nel promuovere una crescita inclusiva o, al contrario, nel favorire sistemi estrattivi. Nel 2012 ha pubblicato, insieme a James A. Robinson, Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, in cui sostiene che la prosperità delle nazioni dipenda in larga misura dalla qualità delle loro istituzioni politiche. Nel 2024 ha ricevuto il Premio Nobel per l’economia, insieme a Robinson e Simon Johnson, per aver dimostrato come le istituzioni politiche ed economiche plasmino lo sviluppo e la ricchezza dei Paesi.

Secondo Acemoglu, se è vero che le tendenze autoritarie di Trump stanno indebolendo le istituzioni americane, il presidente non rappresenta la causa profonda dei problemi strutturali del Paese. Gli Stati Uniti, avverte, stanno imboccando una traiettoria pericolosa. Per evitare un declino più marcato, indica due priorità legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale: ridurre la disuguaglianza economica e contenere la distruzione di posti di lavoro. “Se continuiamo su questa strada di eliminazione dell’occupazione e di aumento delle disuguaglianze, la democrazia americana non sopravviverà”, ha dichiarato a Fortune.

L’espansione della disuguaglianza economica

A giudizio di Acemoglu, la sostituzione dei lavoratori dovuta all’AI potrebbe avere effetti devastanti, aggravando ulteriormente le disparità. Gli Stati Uniti stanno già vivendo livelli di disuguaglianza della ricchezza senza precedenti e le politiche tradizionali non sono riuscite a colmare il divario. “Potremmo aver bisogno di imposte patrimoniali”, afferma, “perché qualunque altra misura rischia comunque di lasciare intatto l’enorme divario di ricchezza esistente nel Paese”.

Tra gli esempi citati vi è la proposta californiana di una ‘tassa sui miliardari’, un’iniziativa referendaria che prevede un’imposta patrimoniale straordinaria del 5% sui residenti con un patrimonio netto pari o superiore a un miliardo di dollari. Tuttavia, per l’economista non sarebbe sufficiente. “Non basta tassare i ricchi”, sostiene. “Occorre creare meccanismi che consentano ai lavoratori, a prescindere dal livello di competenze, di partecipare ai benefici della crescita”.

I sostenitori dell’intelligenza artificiale, però, contestano questa lettura. Adam Thierer, senior fellow del think tank R Street Institute e convinto promotore dell’innovazione tecnologica, ritiene che l’IA genererà nuove opportunità e contribuirà a spingere l’economia verso il futuro. “Nuovi e migliori posti di lavoro nascono dai progressi tecnologici nella società e nell’economia”, ha dichiarato a Fortune.

L’impatto dell’AI sulla perdita dei posti di lavoro

Acemoglu sottolinea che l’impatto dell’AI sull’occupazione è già visibile: nel 2025 le aziende americane hanno registrato 1,2 milioni di licenziamenti, il 58% in più rispetto all’anno precedente, di cui oltre 50mila direttamente collegati all’intelligenza artificiale.

A suo avviso, la corsa verso lo sviluppo dell’AI e, in particolare, verso l’intelligenza artificiale generale – una tecnologia in grado di eguagliare o superare le capacità cognitive umane – rappresenta una priorità mal indirizzata. “È un’agenda, per certi versi, fuorviante”, osserva. “Potrebbe avere conseguenze sociali molto negative”.

Thierer ribatte che l’innovazione tecnologica è sempre stata accompagnata da fasi di turbolenza economica, una dinamica che si ripete da secoli. È quindi prevedibile che l’introduzione dell’AI comporti anche una certa perdita di posti di lavoro. “Non vorremmo svolgere gli stessi lavori di cento anni fa”, afferma. “E infatti non lo facciamo. Siamo andati avanti e abbiamo trovato occupazioni migliori”.

Aggiunge inoltre che un’eccessiva regolamentazione del settore dell’AI negli Stati Uniti potrebbe indebolire la capacità del Paese di competere con la Cina, con effetti negativi nel lungo periodo. “Finora l’America è in testa e ha preso decisioni importanti per restarlo”, sostiene. “Ma dobbiamo evitare scelte sbagliate che potrebbero farci perdere terreno o relegarci al secondo posto”.

Acemoglu propone invece un’agenda sull’AI “a misura di lavoratore”: un approccio che metta al centro l’occupazione umana e utilizzi l’intelligenza artificiale come strumento complementare, volto a migliorare l’efficienza senza sostituire le persone. “Il modo migliore di usare qualcosa di diverso da noi non è rimpiazzarci, ma affiancarlo al nostro lavoro in modo complementare”.

L’articolo completo è disponibile su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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