Emanuele Manzotti (Innovation Match): L’antidoto alla paura delle startup

Emanuele Manzotti (Innovation Match)

Intervista a Emanuele Manzotti, fondatore di Innovation Match, che parla del sentimento di sfiducia dell’Italia verso le startup.

Basta guardare il settore dell’intelligenza artificiale per rendersene conto: da OpenAI negli Usa a Mistral in Europa, fino a Deepseek in Cina, il mondo dell’innovazione va avanti grazie alle startup e al sostegno garantito loro da aziende più tradizionali (su tutte Nvidia) oltre che naturalmente dai fondi di venture capital. L’Italia, intanto, ancora non si fida delle startup, secondo Emanuele Manzotti, fondatore di Innovation Match, una piattaforma di Open innovation che si occupa proprio di mettere in contatto aziende e imprese innovative.

Le aziende italiane coinvolgono poco le startup: abbiamo la propensione a fidarci solo dei nostri grandi Gruppi industriali?

Sì, ed è un tema culturale prima ancora che industriale. Le startup fanno ancora paura: vengono percepite come instabili, poco affidabili sui progetti di lunga durata e rischiose dal punto di vista reputazionale. Per questo molte aziende continuano a preferire grandi società di consulenza, che offrono stabilità, brand e una sorta di ‘bollino di autorevolezza’.

In alcuni casi, diciamolo, la scelta dei grandi advisor serve anche a scaricare il rischio decisionale: delegare a terzi riduce l’esposizione personale del manager. Comprensibile, ma inefficiente per innovare. Qui entra in gioco il ruolo dell’intermediazione nell’open innovation. Piattaforme e modelli come Innovation Match servono proprio a ridurre il rischio percepito, offrendo garanzie di processo, selezione qualificata dei partner e tempi di implementazione più rapidi.

Oltre alle startup, le Pmi tech da 2 a 10 milioni di fatturato, strutturate e rapide nell’esecuzione, sono protagoniste dell’innovazione. Secondo Unioncamere e InfoCamere, in Italia esistono oltre 20.000 Pmi innovative.

Quali sono i settori in cui l’open innovation italiana funziona meglio?

Il manifatturiero avanzato, l’energy & utilities, il financial services, l’agrifood e, sempre di più, l’healthcare. Molte Pmi industriali italiane fanno open innovation ‘di fatto’ attraverso partnership commerciali, co-sviluppi tecnologici e collaborazioni operative con fornitori tech e aziende terze, senza etichettare queste attività come open innovation. Negli ultimi 12 mesi la domanda delle aziende si è concentrata in modo evidente sull’intelligenza artificiale.

Dal 2025 organizzate Spark! Innovation Summit, dedicato all’innovazione aziendale. A che risultati porta un’iniziativa del genere?

L’ultima edizione ha coinvolto oltre 800 partecipanti, con una composizione particolarmente rilevante: il 52% era rappresentato da figure di altissimo livello, tra Ceo, General manager, Responsabili innovazione, IT e R&D. Un dato chiave è il forte presidio di aziende tech di medie e grandi dimensioni, che hanno rappresentato il 41% dei partecipanti complessivi, segno di un interesse concreto verso collaborazioni tecnologiche e progetti di open innovation applicata.

Dalla nostra esperienza, incontri mirati in eventi possono accelerare l’avvio delle partnership fino al 30–40% rispetto ai canali tradizionali. Per il 2026, puntiamo a scalare questo modello su tutto il territorio nazionale. Spark! Innovation Summit diventerà il fulcro di un ecosistema più ampio, affiancato da 8 Innovation Meetup sul territorio, con il coinvolgimento di oltre 3.000 partecipanti complessivi. In parallelo, la piattaforma Innovation Match sarà ulteriormente potenziata.

L’ambizione non è creare più eventi, ma generare più collaborazione concreta, in meno tempo. È lì che l’open innovation smette di essere un concetto e diventa leva competitiva.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

Poste Italiane Dic 25

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