Nicola Palmieri: l’esodo dei content creator costa all’Italia 323 milioni di fatturato e il suo soft power digitale

Nicola Palmieri

L’Italia sta assistendo a un paradosso economico senza precedenti: mentre il numero di digital content creator è cresciuto del 185% tra il 2015 e il 2024, passando da circa 9.000 a oltre 25.000 imprese, una fuga massiccia verso Paesi a fiscalità più vantaggiosa sta svuotando il settore proprio nel momento di massima espansione. Con 123.376 italiani espatriati nel 2024, un aumento del 38% su base annua, il fenomeno dei creator in fuga rappresenta solo la punta dell’iceberg di un problema strutturale che minaccia il soft power digitale del Paese. Il settore dell’influencer marketing italiano, che nel 2023 ha generato un fatturato di 323 milioni di euro con una crescita del 33% rispetto al 2020, si trova di fronte a una crisi identitaria. La pressione fiscale effettiva per redditi medio-alti che supera il 40% e il passaggio dal regime forfettario al regime ordinario oltre gli 85.000 euro di fatturato stanno spingendo i creator più affermati verso destinazioni come Dubai, Svizzera o Portogallo. “Non è soltanto una questione fiscale”, spiega Nicola Palmieri, noto youtuber con sede ancora in Italia. “Ogni creator che trasferisce residenza fiscale all’estero non sposta solo il proprio reddito, ma anche consumi, investimenti e potenziale occupazione. Parliamo di micro-imprese individuali ad alta marginalità e forte scalabilità che potrebbero contribuire significativamente alla crescita economica italiana”.

Il problema va ben oltre la perdita di gettito fiscale. L’impatto sul soft power digitale italiano è devastante. I content creator parlano quotidianamente a milioni di follower, prevalentemente under 30, e quando la narrazione dominante diventa quella del successo possibile solo all’estero, l’effetto reputazionale sul Paese è incalcolabile. L’Italia, potenza turistica e culturale mondiale, sta perdendo i suoi ambasciatori digitali proprio mentre l’immagine contemporanea del Paese si costruisce sempre più su TikTok, YouTube e Instagram.

Il dato globale rende ancora più preoccupante la situazione italiana: secondo recenti stime, la creator economy potrebbe superare i 500 miliardi di dollari entro il 2027. L’Italia rischia di rimanere esclusa da questa rivoluzione economica proprio mentre il numero di collaborazioni tra brand e influencer è aumentato del 25,6% nel 2024, segnalando una domanda in forte crescita.

“Il messaggio che passa è devastante”, sottolinea Palmieri. “Se i giovani più visibili e intraprendenti scelgono di andarsene e raccontano pubblicamente le ragioni della scelta, si crea un effetto emulazione che va oltre il danno fiscale immediato. È un progressivo impoverimento demografico e produttivo del Paese”.

L’introduzione del nuovo codice ATECO 73.11.03 per l’influencer marketing dal 2025 rappresenta un tentativo di regolamentazione del settore, ma senza una revisione complessiva del carico fiscale e una semplificazione amministrativa, rischia di essere percepita come un’ulteriore complicazione. Il paradosso è evidente: mentre l’Italia offre regimi fiscali attrattivi per high net worth individuals stranieri e incentivi per il rientro dei cervelli, la classe media imprenditoriale digitale non trova ragioni per restare.

“La questione non è solo quanto si paga, ma come si paga e con quale rapporto con l’amministrazione finanziaria”, evidenzia Palmieri. “In molti Paesi il rapporto con il fisco è vissuto come cooperativo; in Italia prevale spesso una percezione conflittuale che scoraggia l’imprenditorialità”.

La fuga dei creator si inserisce in un contesto più ampio di digitalizzazione lenta e resistenze culturali. Mentre molti creator evolvono in imprenditori strutturati, aprendo agenzie e assumendo collaboratori, queste strutture nascono sempre più spesso fuori dai confini nazionali, privando l’Italia di un indotto prezioso.

“Il punto non è demonizzare chi parte”, conclude Palmieri. “È interrogarsi su quale modello di Paese voglia essere l’Italia nell’economia dell’attenzione globale. Se i suoi nuovi ambasciatori digitali scelgono di raccontare altrove il proprio successo, la questione non è solo tributaria. È strategica”.

L’Italia si trova quindi di fronte a una scelta cruciale: riformare strutturalmente il proprio approccio all’economia digitale o accettare di perdere una generazione di talenti che sta ridefinendo il concetto stesso di lavoro e imprenditorialità nel XXI secolo. Con un settore che cresce a ritmi vertiginosi a livello globale e una base di creator nazionali in espansione, il tempo per agire si sta rapidamente esaurendo.

Poste Italiane Dic 25

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