Trump frena sulla guerra con l’Iran mentre il suo portafoglio scommette sul conflitto

Trump

La mattina di lunedì 23 marzo, il presidente Trump ha compiuto il suo primo “TACO” nella guerra con l’Iran. Dopo quattro settimane di combattimenti, con il prezzo del petrolio già aumentato del 55%, venerdì Trump aveva lanciato un ultimatum a Teheran: raggiungere un accordo entro 48 ore oppure gli Stati Uniti avrebbero colpito centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane.

Ma lunedì mattina Trump ha cambiato rotta. In un post tutto in maiuscolo su Truth Social, ha annunciato che Stati Uniti e Iran stavano avendo conversazioni “molto positive e produttive” e che avrebbe esteso di cinque giorni la scadenza per un accordo.

Per la prima volta dall’inizio della guerra, Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo. Le azioni sono salite, il Brent è crollato di quasi l’11% e i titoli energetici — tra i pochi veri vincitori del conflitto — hanno perso terreno insieme al petrolio.

Nel frattempo, il conto di intermediazione intestato a Trump passava la giornata ad acquistare proprio quei titoli.

Uno sguardo inedito sulle operazioni finanziarie di un presidente

Secondo il rapporto periodico di 113 pagine pubblicato il 14 maggio dall’Office of Government Ethics, quello stesso giorno il conto associato a Trump ha acquistato una serie di azioni del settore petrolifero e del gas, tra cui Phillips 66, Exxon Mobil e Chevron, oltre a società della difesa e dell’aerospazio come Lockheed Martin e General Dynamics: aziende destinate a trarre profitto nel caso in cui la guerra si fosse protratta.

E non si è trattato di un episodio isolato. Il documento, che copre il periodo da gennaio a marzo, mostra una strategia costante durante il conflitto iraniano: mentre Trump conduceva la guerra e assicurava agli americani che sarebbe finita “presto”, il conto a lui intestato si proteggeva dal rischio acquistando oro, titoli di Stato e liquidità.

Un portavoce della Trump Organization, il conglomerato privato della famiglia, ha dichiarato a Fortune che i conti di investimento sono gestiti da istituzioni finanziarie terze, le quali detengono “l’autorità esclusiva e totale su tutte le decisioni di investimento”.

Secondo la nota, le operazioni vengono eseguite tramite “processi e sistemi automatizzati di investimento amministrati da tali istituzioni” e né Trump, né la sua famiglia, né la Trump Organization “svolgono alcun ruolo nella selezione, direzione o approvazione di specifici investimenti”.

Davis Ingle, portavoce della Casa Bianca, ha invece affermato che gli asset di Trump si trovano in un trust “gestito dai suoi figli” e che “non esistono conflitti di interesse”. Interpellato sull’apparente contraddizione tra questa affermazione e quella della Trump Organization, secondo cui le istituzioni terze avrebbero autorità “esclusiva” sulle operazioni, Ingle ha invitato Fortune a “rivolgersi alla Trump Organization”.

Non esiste legge che vieti a un presidente di tenere azioni

Non esiste alcuna legge che vieti esplicitamente a un presidente in carica di detenere azioni: la normativa federale sui conflitti di interesse che vincola quasi tutti gli altri funzionari dell’esecutivo esenta infatti il presidente.

Tuttavia, per oltre mezzo secolo, i presidenti statunitensi hanno evitato anche solo l’apparenza di un conflitto di interessi, ricorrendo a blind trust, fondi indicizzati oppure, come fece Jimmy Carter, liquidando completamente i propri beni. Ciò che rende il caso notevole non è quindi il possesso di titoli finanziari da parte di Trump, bensì il fatto che il conto a lui intestato li abbia negoziati attivamente.

“È una posizione insolita per un presidente”, ha dichiarato a Fortune Richard Painter, professore di diritto finanziario all’Università del Minnesota ed ex consulente etico della Casa Bianca sotto George W. Bush.

Secondo il nuovo documento, si tratterebbe del primo esempio pubblico, nella storia moderna della presidenza americana, di un portafoglio attivamente negoziato sui mercati finanziari intestato a un presidente in carica. Il rapporto dell’Office of Government Ethics registra infatti 3.642 operazioni individuali effettuate nei primi tre mesi del 2026, per un volume stimato tra 220 e 750 milioni di dollari e una media di circa 60 operazioni al giorno. Il documento non specifica sempre se si tratti di azioni, obbligazioni o ETF.

“Ho studiato tutti i presidenti”, ha detto Painter. “Non credo che abbiamo mai avuto un presidente che operasse direttamente in Borsa.”

Da quando Lyndon Johnson introdusse il blind trust presidenziale nel 1963, tutti i presidenti moderni hanno affidato i propri patrimoni a trust indipendenti, mantenuto investimenti in fondi indicizzati e Treasury bond oppure, nel caso di Carter, liquidato interamente i propri beni — inclusa la celebre piantagione di arachidi. Nessuno, fino a tempi recenti, aveva negoziato attivamente singoli titoli mentre era in carica.

Durante il primo mandato di Trump, i suoi asset erano custoditi nel Donald J. Trump Revocable Trust, che controllava il suo impero imprenditoriale, e i rapporti periodici sulle transazioni suscitarono poca attenzione. Nel primo anno del secondo mandato, il conto aveva operato quasi esclusivamente in obbligazioni municipali e societarie.

Ma già prima dell’inizio delle operazioni azionarie, la struttura del trust aveva provocato forti critiche da parte degli esperti di etica governativa.

Walter Shaub, allora direttore dell’Office of Government Ethics, definì l’accordo fiduciario originario di Trump “nemmeno lontanamente cieco” durante un discorso del gennaio 2017 alla Brookings Institution. Shaub si dimise nel luglio dello stesso anno dopo essersi scontrato con Trump sul rifiuto del presidente di separarsi dai propri interessi imprenditoriali.

Coprirsi dal rischio della guerra che lui stesso stava conducendo

L’accumulazione di asset è iniziata lo stesso giorno dell’inizio della guerra. Il rapporto riporta le operazioni solo per fasce di valore, e non con cifre precise: gli acquisti variavano tra 50.000 e 5 milioni di dollari a seconda della posizione.

I mercati si dividono generalmente in due categorie: gli asset “risk-on” — azioni statunitensi, titoli growth e tecnologici — acquistati quando gli investitori credono nella crescita economica; e i beni rifugio — oro, Treasury bond e liquidità — verso cui si rifugiano nei momenti di incertezza. Durante la guerra con l’Iran, il conto si è spostato progressivamente dal primo gruppo al secondo, mentre Trump continuava a rassicurare gli americani sul fatto che il conflitto fosse quasi concluso.

Il 2 marzo, primo giorno di contrattazioni dopo l’inizio della guerra, il conto acquistò azioni Newmont, società mineraria aurifera, per un valore compreso tra 50.000 e 100.000 dollari. Il 4 marzo, giorno in cui l’Iran chiuse lo Stretto di Hormuz, il conto acquistò quote dell’iShares US Treasury Bond ETF per un valore tra 250.000 e 500.000 dollari. Il giorno seguente comprò tra 500.000 e 1 milione di dollari dell’iShares Gold Trust.

Gli acquisti continuarono anche mentre Trump insisteva pubblicamente sul fatto che la guerra fosse sotto controllo. Il 7 marzo annunciò che l’Iran aveva “chiesto scusa e si era arreso”. Il 10 marzo il conto acquistò una vasta esposizione ai mercati internazionali ed emergenti: Europa, Giappone, Canada e, nella maggiore singola operazione della giornata, un ETF sui mercati emergenti nella fascia tra 500.000 e 1 milione di dollari.

Il giorno successivo Trump dichiarò ad Axios che la guerra sarebbe finita “presto” perché non c’era “praticamente più nulla da colpire” e che sarebbe terminata “in qualsiasi momento io voglia”.

La settimana seguente, il conto acquistò tra 1 e 5 milioni di dollari in liquidità. Al momento della stesura dell’articolo, lo Stretto di Hormuz risultava ancora chiuso.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.